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Il 4 luglio – Philip Roth e l’ombra dell’America in due libri

Introduzione

Ricordo benissimo quando lessi per la prima volta un libro di Philip Roth. Si trattava di Everyman ed ero adolescente (mi venne regalato da alcuni parenti a Natale). All’inizio sembrai un po’ spaesato: avevo sentito parlare da qualche parte di quello scrittore, quasi sicuramente in Tv, ma non avevo mai deciso davvero di iniziare a leggerlo. Non mi sentivo pronto e forse ne ero anche impaurito.

Quelle notizie che distrattamente avevo captato dal mondo dell’informazione, mi avevano lasciato la sensazione di un autore difficile, complesso, abbastanza contorto. Tutti tratti che all’epoca non cercavo nei libri, quindi, nella vita. Per cui, dopo aver letto pochissime pagine, ne rimasi deluso provando un forte senso di incompiutezza e precarietà.

La copertina Einaudi così nera, la funerea storia che conteneva, lontana anni luce dai voli pindarici di un giovane di quell’età. Un vero e proprio canto del cigno di uno scrittore quasi alla fine della sua carriera.

Tutto questo me ne fece allontanare per molto tempo. Solo alcuni anni dopo decisi di ridare a Roth un’ennesima chance comprando un altro libro. Pensavo, infatti, di dover riprendere quel senso di vuoto che mi aveva lasciato e rimetterlo in discussione, cercare di riempirlo.

Il mio 4 luglio nell’America di Philip Roth

Ecco, per me inoltrarmi nella cultura americana è stato anche questo. Cogliere una mancanza e sforzarmi di colmarla. Un po’ come in quel lontano 1776 fecero le Tredici colonie che si distaccarono dalla Gran Bretagna iniziando faticosamente a far nascere una loro identità.

Il tema principale su cui Philip Roth si è interrogato nel corso della sua vita di scrittore, dipingendo una nazione densa di contraddizioni, a tratti malata e furiosa, ma piena di dignità nell’affrontare le prove più dure della vita.

Un Paese nervoso, dubbioso, che ha accarezzato le fragili tracce di un riscatto sociale in cui la democrazia e il senso d’indipendenza sono stati i primi tasselli importanti del vivere civile. Stati d’animo presenti in molti personaggi rothiani.

I due libri

Iniziamo da Coleman Silk de La macchia umana, il primo dei testi a cui voglio affidare l’inizio di questo breve viaggio nel mood poetico dello scrittore americano.

La macchia umana

“Caspita”, pensai mentre lo tenevo fra le mani, “non riuscirò mai a finirlo”. Scrittura fittissima, pochi rallentamenti, di nuovo una storia complicata. Un professore americano di lettere classiche, dalla carriera ben avviata, è vittima del finto perbenismo che caratterizza buona parte della società americana, del suo moralismo da quattro soldi intriso di politicamente corretto, foriero di ipocrisia.

Una vicenda che può benissimo essere traslata ovunque, senza distinzioni di nazionalità, cultura, appartenenza geografica. Un libro illuminante, amarissimo, scritto tremendamente bene. Coltissimo.

Sì, perché dietro la scrittura rothiana si avverte palesemente l’amore per la cultura in ogni sua sfaccettatura. Se da un lato gli esseri umani che ci ha raccontato sono pieni di difetti, dalla condotta morale opinabile, intrisi fino al midollo di perversione, dall’altro esprimono una profondissima tenerezza mista a una grande curiosità e passione per il sapere.

Si tratta di sguardi laici sull’America e sul mondo che ci circonda, quest’ultimo visto quasi in progressiva decadenza. “Persone” mi piace definirle, non solo semplici personaggi. Uomini e donne a cui Roth ha dato una sorta di parvenza mitica. E un esempio concreto è Pastorale americana il secondo libro del mio racconto.

Pastorale americana

Seymour Levov non ha nulla da invidiare agli dei della mitologia greca e romana. Atletico, esteticamente bellissimo, sportivo. Un Antinoo dei nostri tempi traslato nell’humus contraddittorio della vita americana.

La sua esistenza sembra irreprensibile, quasi perfetta, in cui le soddisfazioni personali si sprecano fino a quando, su di loro, un caos malvagio e irruento ne scombinerà l’ordine apparente.

In questo caso sarà una donna, una figlia, a far emergere le frizioni più forti che l’America vivrà negli Anni Sessanta, quelli legati al conflitto in Vietnam e ai disordini razziali che sconvolgono la cittadina di Newark, il cuore urbano della storia.

Conclusioni

Problematiche che la realtà attuale statunitense ancora riesce, con fatica, a tenere a freno. Dove la lotta per la propria identità si muove fra i mille ostacoli di una cultura sfaccettata, versatile, mai precisa.

Un luogo dove ognuno sgomita per trovare la sua via alla felicità, così come scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza che, in questo mese caldissimo e rovente, gli americani celebrano per ricordare a se stessi che la democrazia va conquistata giorno dopo giorno, soprattutto nel proprio piccolo.

I trailer cinematografici dei due libri

Per approfondire l’autore

Leggete anche la mia recensione di:

Nemesi

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