Narrativa italiana, Recensioni
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Il lavoro culturale (Luciano Bianciardi) – Cultura come emancipazione

“[…] niente è moderno e spregiudicato se non lascia davvero dietro di sé
i pregiudizi e i residui di maggior peso,
se non tiene conto di questa fondamentale esperienza dei giorni nostri,
e che la cultura non ha senso se non ci aiuta a capire gli altri,
a soccorrere gli altri, ad evitare il male.”
, pp. 39-40.

Tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta, l’Italia è in macerie e fatica a rialzarsi. Tutto sembra perdersi in vane speranze, eppure i superstiti di quel conflitto tremendo si rimboccano le maniche e iniziano a costruire qualcosa di nuovo e duraturo. Pian piano la macchina delle infrastrutture e del lavoro comincia ad avviarsi e, al suo interno, occupa un posto di rilievo il settore culturale.

Luciano Bianciardi è lì in tutta la sua forza vitale. Intellettuale vero ma non appariscente; uomo fragile, figlio malinconico del suo tempo. Le sue pagine sono sempre cristalline come il mare calmo a prima mattina, in una giornata bella e assolata. Una scrittura trasparente che tuttavia lascia spazio ad una corrosività in grado di far riflettere sempre.

Di cultura non si mangia?

Ne “Il lavoro culturale”, la biografia si mescola alla grande analisi sociologica della realtà che ha intorno. Con ironia sprezzante, è l’impegno nel mondo della cultura ad essere il centro del libro. Fatica profusa dentro il contesto piccolo e ambizioso della provincia toscana, all’epoca molto attiva in tal senso seppur fra enormi difficoltà materiali e ideologiche.

Il cinema (bellissimo, struggente e poetico l’elogio di questo settore), la letteratura e l’arte di quegli anni vennero vissuti usando il filtro della storia che, attimo dopo attimo, fagocitava tutto. Senza lasciare possibilità di scampo. Su questa base, Bianciardi e i suoi amici cercarono di spingersi verso la modernità aborrendo le asfittiche ricerche antiquarie degli storici locali, ripiegati su un modo di vedere le cose sterile e poco elastico.

Ma c’è molto altro in questo libro. L’autore, infatti, non si risparmia dal dare spazio a pensieri ben più ampi che colpiscono il cuore stesso della nostra concezione del mondo. Una visione umana, aperta alle possibilità infinite della vera cultura, un grido d’allarme verso la sua mancata valorizzazione.

L’impegno e la speranza

“[…] le idee sono tali in quanto tu puoi comunicarle agli altri,
che se le tieni per te non servono a nulla, anzi,
non sono nemmeno idee.”
, p. 45.

Leggendo questo piccolo testo, mi sono accorto di quanto, in questo Paese, ancora abbiamo bisogno di certe menti. Ed è stato incredibile avvertire la sua modernità mentre mi soffermavo sulla descrizione della condizione degli insegnanti. Categoria poco considerata ancora oggi e ai margini dello sviluppo della società italiana.

Quanto mancano persone come Bianciardi. Quanto manca il loro coraggio di dire e smascherare indefessamente le precarietà che ci circondano. Con malinconica rassegnazione, il suo modo di vederle riesce lo stesso a far nascere la forza necessaria per combatterle. È questa la lezione morale che ci lasciano tutti i suoi libri.

Editore: Feltrinelli – Collana: Universale economica – Anno edizione: 2013 – Formato: Tascabile – In commercio dal: 8 maggio 2013 – Pagine: 128 pp. – Prezzo: 8 euro.

Un ascolto/un’opera d’arte: Mano Negra – Mala Vida (1988); Maurizio Cattelan – L.O.V.E. (2010).

Per approfondire leggi anche la mia recensione de “La vita agra”

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