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Liberi di esistere. La scuola che vorrei e la realtà dei fatti

Premesse per un’idea

Durante il lockdown, abbiamo assistito alla chiusura di innumerevoli attività lavorative, la maggior parte delle quali essenziali per la crescita dell’economia del nostro Paese. Da allora, liberi professionisti, grandi e piccole aziende, semplici commercianti e altre realtà imprenditoriali, stanno combattendo contro una nuova crisi per riaffermare con forza il loro diritto a esistere e a farci esistere.

Insieme a loro, un enorme prezzo sta pagando il settore scolastico il quale, malgrado le indubbie qualità della didattica a distanza, non ha ancora riaperto, sebbene si stia cercando, un po’ goffamente (ma è il mio punto di vista), di migliorare la situazione per dare risposte pratiche a migliaia di studenti ed insegnanti che in questi mesi hanno mandato avanti una realtà da troppo tempo in balia della cattiva politica.

E’ partendo da questa doverosa premessa che voglio parlare della mia idea di scuola, avendo fatto parte anch’io di questo contesto in qualità di studente e preparandomi ad entrarci come insegnante. Ed è proprio perché ho vissuto l’avvicendarsi continuo di leggi e riforme, che credo sia necessario ripensare profondamente l’impatto e il ruolo dell’istruzione nella nostra società, soprattutto dopo una tragedia del genere.

La mia esperienza

Da ragazzo, avvertivo il bisogno di avere davanti delle guide che sapessero orientarmi nelle problematicità del mondo; da adulto, pretendo che un atteggiamento del genere ritorni e che la scuola in cui si formeranno le future generazioni e dove (spero) potranno crescere i miei figli, si nutra di visioni e idee volte al rispetto e alla convivenza civile fra persone, senza sconfinare nel fumo di vane promesse retoriche.

Ricordo la mia maestra elementare di italiano. Ricordo il suo sorriso mentre ci accoglieva in classe e la voglia di trasmetterci il suo sapere. Era elegantissima ma possente, in grado riempire con la sua presenza l’ambiente che la circondava. Grazie a lei ho capito quanto la parola sia essenziale nella nostra vita, nella mia vita, e quanto diventi essa stessa il corpo delle idee che trasmette. All’epoca, per me, l’italiano era quel corpo e la sua voce. Dolce, materna, piena di umanità.

In tal senso, faccio mie queste parole del prof. Massimo Recalcati:

Il mio punto di vista

Al netto di problematiche strutturali antichissime, da risolversi soltanto attraverso profondi investimenti nella loro riqualificazione concreta e immediata, se non riacquisteremo questo contatto con la conoscenza, difficilmente potremmo davvero essere cittadini in grado di pensare criticamente la realtà, e quindi non essere proni alle volontà del potere più abietto e meschino.

Non basta porre i libri di testo, le lezioni, le prove e le interrogazioni dietro lo schermo di un computer. Finito o, quantomeno, messo in stand-by il momento di emergenza, serve ritrovare quei contenuti lavorando di nuovo in relazione, con le dovute cautele che non limitino il confronto fra gli attori in campo. La scuola non è solo nozionismo ma laboratorio sociale, agorà del pensiero.

Come i giorni in cui aspettavo con ansia che le lezioni su una poesia o su un’epoca storica si trasformassero in vere esperienze di vita da discutere tutti insieme. La mia scuola deve essere pensata per imparare a riflettere, deve affamare le menti, costringerle all’impegno quotidiano per lenire questo bisogno, valorizzare tutti i campi del sapere, plasmare delle identità umane uniche e diverse al tempo stesso, semplificare la propria burocrazia e preparare seriamente al lavoro.

In tutto questo non posso non fare un plauso a quei docenti e ragazzi che in questi giorni hanno cercato di mantenere accesa la fiamma del confronto educativo. Su loro bisognerà ripensare ad una nuova scuola che stimoli la ricerca del sapere e affondi le sue radici nella necessità di creare individui colti, pratici e attenti alle difficoltà del prossimo. Semplicemente, grazie.

Ecco alcune letture e recensioni per approfondire l’argomento:

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