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Stefania Russo racconta: “Non è mai troppo tardi”

Stefania Russo

Intervista a Stefania Russo autrice del romanzo “Non è mai troppo tardi” edito da Sperling&Kupfer

Stefania Russo, milanese di nascita, ha 32 anni e vive in provincia di Modena. Dedica il suo tempo alla lettura, alla scrittura e ai suoi due figli. È autrice della pagina Facebook «Stefania Russo alias No Ordinary Mum», nella quale ironizza sulle piccole difficoltà dell’essere mamma. Non è mai troppo tardi è il suo primo romanzo.

Stefania ed io ci siamo conosciute su Instagram un po’ di tempo fa. E’ nata subito un’ intesa, inizialmente sui gusti di lettura, e poi ci siamo trovare sulla stessa linea d’onda anche a parlare di noi e della vita. Ho seguito con emozione tutto il periodo prima dell’uscita di “Non è mai troppo tardi” e sono stata davvero contenta di aver potuto leggere in anteprima il suo meraviglioso libro.

Questa che segue è una chiacchierata tra amiche, almeno l’ho immaginata così, con tutta la mia curiosità sul suo romanzo e su come Stefania abbia dato vita ai suoi personaggi. Immaginatevi, mentre leggerete le sue risposte, un gallo canterino di sottofondo!

C.Z. : Stefania, Annarita è un personaggio lontano da te per età e anche per magagne fisiche (più o meno). Com’è nata la tua protagonista?

Stefania Russo: Il libro inizialmente doveva nascere come noir. Il primo capitolo doveva essere un noir basato su un fatto di cronaca molto cruento che mi aveva particolarmente colpito. E mi immaginavo questa signora – Annarita – come una delle tanti voci. L’editor, però, ha detto che il tono che stavo usando non era da noir. Ho seguito quindi il consiglio e ho percorso questa strada. Ho progettato la storia su Annarita e Olga, ma tenendomi su una trama che potesse agevolare il tono frizzante.

Secondo te, al giorno d’oggi, i nonni hanno ancora il ruolo di saggi e di persone a cui chiedere consiglio?

Assolutamente sì. Vedo che anche nella realtà delle famiglie d’oggi i nonni hanno un ruolo portante. Se i genitori lavorano entrambi, i nonni aiutano e non si vedono solo la domenica nei pranzi di famiglia. Spesso si sostituiscono ai genitori e sono sempre più inseriti nelle dinamiche famigliari. Per me sono ancora detentori di saggezza. L’esperienza della vita vissuta dei nonni è molto preziosa. Dovremmo attingere alle loro esperienze per spronarci: hanno vissuto delle esperienze forti che possono aiutare ad alzarci quando ci sentiamo giù.

Annarita, nonostante sia la prima ad avere bisogno di aiuto, decide di fare un passo indietro e aiutare una persona in difficoltà: la sorella di Olga. Per te esiste davvero nella società d’oggi questo sentimento di altruismo?

Vedo tante brutture e mi abbattono perché sono molto sensibile. Quando vedo atteggiamenti fuori luogo ne soffro. Ma poi credo sempre che possa spuntare un fiore. Il sentimento narrato ha smosso le persone, quindi è un sentimento in cui si sono riconosciuti e in cui hanno ancora voglia di credere. Come dico nel romanzo: “Fa più rumore un albero che cade e non una foresta che cresce”.

Nel romanzo sono presenti diverse tematiche importanti: la solitudine degli anziani, problemi di salute ed economici, l’emarginazione degli immigrati. Quale tra queste ti è più vicina?

La condizione degli anziani. mi tocca molto e ne volevo scrivere da tempo. Anche l’altro giorno durante una passeggiata ho visto un signore dell’età di Annarita fare molto fatica nel camminare, piegarsi, difficoltà a restare in piedi. Non riesco a restare indifferente. Perché gli anziani sono spesso lasciati da soli. Mi tocca e mi spaventa perché poi ci arriveremo tutti.

Mi è piaciuto molto come hai rappresentato il concetto di “vicinato” attraverso il Mostro di cemento. E’ un qualcosa che da me al sud ancora riusciamo a vivere, ma si sta perdendo anche qui.

Mia suocera era della provincia di Potenza (Moliterno) e mi ricordo che lì era un continuo suonare il campanello e porte aperte a tutti. A Milano effettivamente meno, anche se non ho mai vissuto la realtà delle case popolari. Però mi piaceva immaginare una comunità di persone attratte dall’affetto per Annarita. Mi attirava l’idea che Annarita riuscisse a raccogliere con il suo carisma persone che si vogliono dare da fare. E a me piace pensare che sia così: una piccola famiglia che si mobilita. Il concetto di stringersi intorno alla persona anziana e saggia del quartiere. Una come Annarita farebbe proseliti anche nella realtà. E’ forte, non puoi non volerle bene.

Che rapporto hai con la botanica?

Malissimo. Infatti mi chiedevano come avessi fatto a creare un personaggio così bravo con le piante mentre io sono messa così male. La mia pianta sta andando..

Quale messaggio vorresti che i lettori prendessero dal tuo romanzo?

Non l’ho scritto pensando di dare una morale. Volevo scrivere una storia piena di bei sentimenti. Volevo che per una volta le cose fossero migliori di come le vediamo nei TG. Volevo dare speranza. L’ho scritto che non c’era il covid, ma è caduta a fagiolo. E’ un testo che può dare speranza in un momento difficile. Volevo diffondere positività attraverso un personaggio saggio e divertente evitando le lezioncine, le morali, frasi paternalistiche. Il mio unico desiderio era che il lettore potesse affezionarsi alla protagonista e condividere con lei questa impresa e le sue vicende sentendosi confortato e sollevato.

So che la stesura del libro è stata travagliata, anche a livello privato. Ora che il romanzo è uscito come ti senti?

Più travagliata di prima. Mi sto rendendo conto di quanto il covid abbia dato una mazzata all’editoria. Essendo esordiente è difficile. Siamo tutti disperati: si spende meno e si comprano meno libri, specialmente se sei esordiente. Sento la pressione sulle vendite.. Molto più stress!

Cosa significa per te scrivere?

Tutto. Scrivere è una passione immensa. Chi scrive lo fa per passione. E’ un settore competitivo dove difficilmente fai grossi numeri. Ho iniziato a scrivere da ragazzina al liceo, ho sempre avuto una propensione forte. Dopo il diploma ho collaborato con testate giornaliste, copyright, case editrici piccole e tenevo una rubrica sul settimanale di un quotidiano della mia città. Quando è arrivata la possibilità di scrivere un romanzo sono stata contentissima. Anche se dovesse essere l’unico libro che pubblicherò in tutta la mia vita, sarà soddisfatta e orgogliosa.

Entrambe siamo attive sui social con profilo in cui parliamo spesso di letture. Come sta cambiando il mondo del bookstagram?

Malissimo. Vedo ogni 3 x 2 polemiche senza arte né parte. Sempre polemiche. Ci si sta montando la testa! Non ci sono premi e non è questione di vita o di morte. Dovrebbe nascere come passatempo e passione, ma non come una sfida.

I tuoi 3 libri del cuore

  • “La solitudine dei numeri primi” – Paolo Giordano
  • “Anna” – Nicolò Ammaniti
  • “Trilogia della pianura” – Kent Haruf

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Una curiosità…

Stefania Russo: Quando mi ha contattato Sperling&Kupfer mi hanno proposto un libro – raccolta di post per via della mia pagina Facebook. E’ estremamente più facile da pubblicare e con un target già ben definito e fidelizzato. Invece io ho chiesto la possibilità di scrivere un romanzo: un rischio per entrambi. Ed ero consapevole che avrei perso vendite. Con i post sulla maternità avrei avuto un pubblico più sicuro. Ho scelto la strada meno battuta e lo rifarei mille volte. Volevo approcciarmi in maniera seria alla scrittura e con un libro contenente i post di Facebook non sarebbe stata la stessa cosa.


Ringrazio tantissimo Stefania Russo per la disponibilità per questa intervista – chiacchierata! E aspetto davvero con ansia il suo prossimo romanzo!

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