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L’arte di sorseggiare il caffè: basta un caffè per essere felici

l'arte di sorseggiare il caffè
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Booktour: “Basta un caffè per essere felici” di Toshikazu Kawaguchi. Scopriamo insieme l’arte di sorseggiare il caffè in Giappone!

L’arte di sorseggiare il caffè in Giappone? No, non mi sono sbagliata. Il Giappone è una delle patrie del tè, ma da qualche decennio il caffè sta acquisendo sempre più valore nelle tradizioni del Sol Levante. Tanto che è diventato anche il protagonista di alcuni libri. Basti pensare al successo qui in Italia de “Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi di cui è uscito il secondo libro proprio in questi giorni – “Basta un caffè per essere felici” – sempre pubblicato da Garzanti.

In Giapponese caffè si dice コーヒー kōhī, scritto in alfabeto katakana, usato per le parole di origine straniera, e normalmente si sorseggia il caffè americano. Anche se nelle grandi città non mancano le caffetterie dove poter bere un espresso italiano della Illy, Lavazza, Segafredo e De Longhi. E se entrate in uno dei tanti convenience store (i kombini!) troverete scaffali zeppi di caffè il lattina (eh già, ciaone servizio della nonna).

Quando è arrivato il caffè in Giappone?

Il caffè è arrivato nell’arcipelago giapponese durante il Periodo Edo (1603 – 1868) grazie ai mercanti Olandesi. Questi ultimi erano gli unici occidentali che avevano il permesso di entrare in Giappone durante il cosiddetto sakoku, ovvero il periodo storico in cui il Giappone si chiuse al mondo esterno. E proprio nella baia di Nagasaki, l’unico porto aperto per alcuni scambi con l’occidente, vennero preparate le prime tazze di caffè caldo. Tuttavia, è stato durante il Periodo Meiji (1868 – 1912), periodo di grandi cambiamenti per la società giapponese (vedi ad esempio per la letteratura) che il caffè iniziò ad essere seriamente importato dall’estero.

E l’arte di sorseggiare il caffè?

Ma cosa intendo per l’arte di sorseggiare il caffè? La cerimonia del tè – 茶道 chadō – è un’arte antica, piena di regole e di rituali. Non tutti possono praticarla, in pochi ne diventano Maestri. In un Paese dove le regole e i riti sono alla base della società, il caffè è un po’ come il simbolo della diversità, dell’aver accettato una bevanda esotica come nuovo stile di vita. Nelle 喫茶店 kissaten si entra in un mondo dove viene in pieno messo in pratica il motto “tecnica occidentale, spirito giapponese” nato durante il Periodo Meiji (1868 – 1912) quando il Giappone tornò ad aprirsi al mondo dopo tre secoli di chiusura. Spesso le kissaten ricordano le nostalgiche sale da tè europee, altre sono in pieno stile giapponese con bambù e tatami.

Non esiste una cerimonia codificata per preparare e sorseggiare il caffè. Ogni Maestro ha la sua caratteristica. Può essere l’abbinamento con un dolce. Nelle grandi caffetterie di catena, la cheesecake è quasi un obbligo insieme ad un mug caldo. Mentre nell‘arte di sorseggiare il caffè nelle kissaten più particolari, i dolci si abbinano alle gradazioni e al gusto delle varie tipologie di caffè proposto. Oppure, può essere il servizio di porcellana utilizzato. In Giappone la porcellana e la ceramica hanno una lunga storia che si è spesso adattata all’occidente. Ad esempio il rapporto commerciale Olanda – Giappone e al magnifico stile di porcellana che si è venuto a creare da questo incontro.

l'arte di sorseggiare il caffè

Nelle kissaten più famose e ricercate, ogni singolo momento della preparazione del caffè è accompagnato da un rituale deciso dal Maestro. I disegni con il latte per i cappuccino più raffinati, il modo di bollire l’acqua, il servire il caffè con una gestualità unica. Questo è anche l’arte di sorseggiare il caffè.

Ma decidere di approcciarsi al bere il caffè – quello che qui ho indicato come “L’arte di sorseggiare il caffè” – ha in realtà un significato simbolico molto importante. In primo luogo adottare il caffè, spesso al posto del tradizionale tè, vuol dire proprio allontanarsi dalla rigidità della ritualità giapponese. Il caffè non ha bisogno di grandi riti o gestualità. La cultura del tè ha da sempre rappresentato all’interno della società giapponese l’ospitalità, lo stare insieme e l’accoglienza, per manifestarsi in pieno con la tradizionale cerimonia del tè. Al contrario, il caffè viene visto come LA bevanda solitaria per eccellenza. Bè dai, ci sta! Il “non parlatemi fino a quando non prendo il caffè” riassume bene questo concetto anche da noi. Negli anni ’70 e ’80 le kissaten erano il luogo dove ci si incontrava per organizzare manifestazioni e discutere dei problemi legati alla società.

Basta un caffè per essere felici

Perciò il caffè in Giappone è una bevanda che quasi sempre la si beve da soli, un momento per stare con noi stessi. I romanzi di Toshikazu Kawaguchi si inseriscono bene in questo contesto. La caffetteria di Kawaguchi diventa un luogo in cui connettersi con il nostro io interiore e comprendere quanto sia importante trascorrere il tempo che abbiamo con le persone a noi care. Bere una tazza di caffè finché è caldo rappresenta un po’ l’idea di godersi l’attimo, esserci in quel breve momento in cui si sorseggia la bevanda e siamo perfettamente consapevoli di noi e di ciò che ci circonda. L’arte di sorseggiare il caffè diventa così l’arte di connettersi con noi stessi per ritrovare un po’ di felicità.

Vi lascio la trama del libro e spero che da oggi in poi bere il caffè diventerà per tutti voi un piccolo gesto d’amore verso voi stessi.

Trama

L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove si può essere protagonisti di un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata.

Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro. È così per Gotaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno qualcosa in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio.

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