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Clima impazzito?

Clima impazzito? Un’estate rovente, fra le più calde vissute finora ma non riusciamo a diminuire le emissioni inquinanti. Serve coraggio.

Ė un’estate rovente, fra le più calde mai avute. Una situazione ai limiti della sopportazione già verso la fine di giugno, in netto anticipo sulla normale scansione stagionale. Temperature da record, soprattutto a sud, con lievi cali nella parte settentrionale. Una cappa infuocata d’afa e umidità, in grado di rendere difficile anche la minima azione quotidiana. L’inferno di un clima che sembra impazzito, ingovernabile, drammaticamente alterato nei suoi ritmi naturali. Eppure non riusciamo a diminuire le emissioni inquinanti per migliorare la salute del nostro pianeta. Serve coraggio altrimenti non avremo speranza.

Ad allarmare ancora di più le nostre coscienze è il rapporto Ipcc dell’Onu, indicativo del disastro a cui stiamo andando incontro. Tra il 2021 e il 2040, al di là degli sforzi che potranno essere fatti per diminuire l’inquinamento e le emissioni gassose, le temperature saliranno di 1,5 gradi nonostante questo si possa procrastinare con uno sforzo intensivo da parte di tutti. Sebbene la pandemia abbia limitato i consumi durante i lockdown, non c’è stata alcuna seria diminuzione legata a questa situazione in merito alla presenza di CO2 nell’atmosfera. E gli effetti dell’aumento delle temperature sono sotto gli occhi di ognuno di noi.

Fra loro le stagioni non si avvicendano più normalmente, i ghiacci si sciolgono e il livello dei mari aumenta, mentre i lunghi periodi di siccità creano problemi all’agricoltura e di conseguenza all’economia. Gli incendi sono all’ordine del giorno devastando i paesaggi e le colture, senza dimenticare gli effetti che il caldo può avere sul nostro stesso corpo. Il clima necessita di cure immediate, interventi tempestivi senza perdere più tempo. Ne va della nostra sopravvivenza e di quella della natura a cui avremmo dovuto dare più rispetto senza farne carne da macello.

In tal senso, dovremmo tornare ad un suo concetto legato ai limiti che essa stessa ci impone con i suoi ritmi e i suoi tempi. Non si tratta soltanto di intervenire drasticamente su alcune attività industriali cercando di limitarne gli effetti dannosi. Non si tratta solo di puntare il nostro fabbisogno energetico sullo sfruttamento delle cosiddette energie alternative, pulite, rinnovabili. Va operato un cambiamento concettuale, che riguarda il nostro modo di rapportarci con la natura e il clima, al netto di retoriche ambientaliste fini a se stesse.

La natura ci insegna ad avere pazienza, e noi viviamo in un’eterna velocità; la natura ottimizza le sue energie per garantire la vita di tutti gli esseri viventi che ne fanno parte, mentre noi sprechiamo in quantità esagerate, gettando ciò che magari ancora può avere un’utilità. La natura ci fa capire quanto dovremmo avere a cuore ciò è reale, tangibile, concreto, non ciò che lo trasforma in una sua esasperata forzatura dettata, magari, dai nostri capricci egoistici. La natura ci insegna a capire che c’è un limite al suo abuso e che serve rispetto per conservarla, nutrirla, altrimenti la reazione può essere tremenda e definitiva. E mi sembra che segnali del genere ne stiamo già ricevendo fin troppi.

Nel mondo antico, in particolare romano, se la natura sfogava le sue inquietudini un punto di rottura si stava definendo fra essa e la società. Anche oggi gli avvertimenti ci sono e l’uomo deve saperli ascoltare perché, come scrive Lucrezio:“[…] vitaque mancipio nulli datur […]”, la vita non va utilizzata come una sorta di proprietà privata. Non ci è stata data solo per questo ma va custodita per sé e per gli altri con intelligenza. Il clima ce lo sta gridando ogni giorno. Sapremo mai soffocare questo urlo?

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