Latest Posts

Lessico famigliare

“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg

Recensione del libro “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Siamo le parole che viviamo ogni giorno

Una vita e il suo racconto

Ci sono parole di cui non si può fare a meno, parole che devono far parte di noi come se fossero un pezzo del nostro corpo. Le impariamo dentro la nostra famiglia, servono a costruire ciò che siamo, a farci diventare delle persone consapevoli di noi stesse. Molto spesso, sono parole antiche, sedimentatesi nel corso degli anni, che passano dai padri ai figli, con sempre rinnovata forza. Lessico famigliare di Natalia Ginzburg racconta questo incantesimo del linguaggio, perché alla fine siamo noi stessi le parole che viviamo ogni giorno, in ogni istante.

La vita di questa straordinaria scrittrice ha sempre messo al centro la letteratura e la passione per la cultura. Donna, intellettuale, figlia. Dentro la sua famiglia, le parole erano il fulcro di tutto. Ogni espressione del volto, ogni gesto, veniva accompagnato da una particolare esclamazione della parola che esprimeva in tutto l’identità della persona che la pronunciava. Che fosse suo padre o sua madre, che fossero altri, non importa. La lingua dà anima agli uomini. Ed è questo quello che conta.

Lessico famigliare è un piccolo vocabolario narrativo. Racconta le storie della famiglia Levi (questo il vero cognome di Natalia, Ginzburg verrà scelto in onore del compagno Leone, torturato e ucciso dai nazisti) nella loro quotidianità, piccola e straordinaria, con episodi i cui attori sono personaggi che rimarranno per sempre nella storia della nostra cultura. Basti pensare a Cesare Pavese, a cui Natalia sarà per tutta la vita molto legata.

Lingua e storia

Siamo a cavallo della Seconda guerra mondiale, quando i sogni degli ebrei vengono spezzati dall’antisemitismo e non c’è alcuna soluzione all’odio se non attraverso una strenua e coerente resistenza. Natalia vive questi anni con angoscia, vedendo scomparire, a poco a poco, tutti gli affetti da cui era circondata. Un processo di estinzione terribile, che annienta le coscienze e le parole per esprimerlo. Le parole, appunto. L’unico appiglio a cui affidarsi per raccontare, seppur in parte romanzata, la storia della sua vita.

Sta proprio qui, a mio avviso, la grandezza di Lessico famigliare. Racconta con semplicità l’utopia di essere umani in un momento che non lo consente. Nonostante l’orrore, nonostante gli arresti improvvisi, in questo libro non c’è spazio per la disperazione se non mitigata dalla cultura, dall’amore viscerale nei suoi confronti. Quanto coraggio in questa donna, quanta affascinante voglia di dimostrare la necessità della vita con l’esempio personale. Un modo di essere che si fa parola, testo, narrazione.

Quanta tenerezza in queste pagine, quanta voglia di scoprire, alla loro lettura, un particolare, un modo di vedere la vita che non si accontenti del corso delle cose ma sappia andare oltre allontanando la loro inutilità, le persone che le rendono tali, acquisendo invece tutto quello che di buono ci può essere, soprattutto se raccontato con talento e voglia di capire se stessi e la propria storia personale.

___

“Era necessario tornare a scegliere le parole […]”, scrive Natalia in Lessico Famigliare, curarle con attenzione e mai banalmente. Lasciare che si sedimentino dentro di noi fino a farci cambiare la nostra visione del mondo. Un tempo c’era più attenzione per tutto questo. Ora, ahimè, non penso ce ne sia altrettanta.

  • Editore: Einaudi
  • Collana: SuperET
  • Anno edizione: 2010
  • Formato: Tascabile
  • Pagine: 278 pp.

Parola/Segnalibro: #linguaggio.

Un ascolto/un’opera d’arte: Samuele Bersani – Le mie parole (2002); Sofonisba Anguissola – Ritratto di famiglia. Minerva Amilcare e Amilcare Sofonisba (1557).

ACQUISTA QUESTO LIBRO SU:

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

Avventure della ragazza cattiva

“Avventure della ragazza cattiva” di Mario Vargas Llosa

Recensione del libro “Avventure della ragazza cattiva” di Mario Vargas Llosa. La passione sensuale per la letteratura

Eros e storia

La follia di un amore contorto, perverso. Uno di quegli amori che consuma la psiche e il corpo di chi lo prova. Sentimento terribile e sfuggente, capace di sovvertire la vita di un uomo ma anche di farla maturare a caro prezzo. Avventure della ragazza cattiva non è solo il romanzo degli effetti malvagi di una donna tremenda, egoista, lussuriosa su un uomo profondamente idealista e perbene, Ricardo Somocurcio. No, non solo questo. Il libro di Vargas Llosa, infatti, sa entrare nelle pieghe sanguinanti della storia peruviana ed occidentale sapendo raccontare anche la passione sensuale per la letteratura.

Soltanto le vicende politico-sociali sudamericane possono riflettere e testimoniare questa estrema visceralità per la vita e la sua negazione. E la niña mala personifica con la sua bellezza maledetta tutto ciò. Non si tratta soltanto della descrizione appassionata di un rapporto sentimentale contraddittorio e malato. Il romanzo utilizza questa affezione per estenderla all’analisi della realtà che circonda i due protagonisti. Un mondo fatto di grandissimi stimoli intellettuali ma capace di efferate mostruosità nel momento in cui sa farsi dittatura e regime.

Avventure della ragazza cattiva è un viaggio bruciante dall’Europa all’Oriente, nelle città simbolo di queste zone del mondo. La vibrante Londra, la magnetica Parigi, vero nucleo urbano di tutto il romanzo, il luogo che Ricardo ha scelto per vivere la sua esistenza nel fiore degli anni. Una Parigi orgogliosa del suo splendore in grado di aiutare ad affermare chiunque decida di passare la sua vita fra i suoi edifici, le sue strade, i suoi ponti. Il luogo in cui l’approdo alla propria maturità esistenziale si fa complesso, inquieto, ricco di momenti di scoramento e bellezza.

Scrivere la perversione

In queste pagine non c’è solo la vita di Ricardo; c’è il suo talento nascosto, simile a quello dell’autore che scrive, attraverso di lui, la sua storia. Quello per la scrittura e la letteratura, le uniche capaci di descrivere le perversioni che permettono a noi uomini di sentirci tali, con tutte le nostre bassezze e debolezze. Ricardo non è irreprensibile. Nel suo amore masochista nei confronti della niña mala, nasconde quel perverso desiderio di sentirsi egli stesso amato a cui non è possibile rispondere con la bontà dei sentimenti.

Non basta avere cara la vita di qualcuno, prendersene cura, stargli vicino dimostrandogli tutto l’affetto possibile; bisogna anche fare i conti con l’anima brutale che si cela in ognuno di noi e che rende quel sentimento, così apparentemente puro, qualcosa di torbido e meschino, in grado di farci del male e di distruggere le certezze che abbiamo assimilato nella nostra storia personale in anni di crescita psicologica e fisica.

L’individuo, i suoi risvolti meschini, la sua necessità di amare facendo del male, non può, in tal senso, non riflettere la società in cui si trova, essa stessa simbolo di un tale orrore. E quella di Ricardo è in perenne fermento tra momenti di bellezza disarmante (i ricordi della sua terra natia, quelli associati alla Parigi culla della sua nuova vita) e gli attimi di una storia feroce, che azzanna ciascuno di noi ponendolo davanti alle sue fragilità.

___

Avventure della ragazza cattiva abbina l’eleganza dello stile alla complessità della Storia, quella grande, quella che in certi momenti, non riusciamo nemmeno a capire. Vargas Llosa è un narratore che si pone agli estremi dell’anima dell’uomo cogliendola quando non può che rispecchiarsi nel Male assoluto cercando di trasformarlo in qualcosa di buono. Un paradosso che solo la grande narrativa può permetterci di capire.

  • Traduttore: Glauco Felici
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Super ET
  • Anno edizione: 2014
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 27 gennaio 2014
  • Pagine: 362 pp.

Parola/Segnalibro: #corpo.

Un ascolto/un’opera d’arte: Lana Del Rey – Burning desire (2012); Wong Kar-wai – In the mood for love (2000).

ACQUISTA QUESTO LIBRO SU:

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

geisha monogatari

Geisha Monogatari, Miriam Nobile

Recensione del saggio “Geisha Monogatari – La storia della geisha, dalle origini ad oggi” di Miriam Nobile. Un libro perfetto per conoscere tutti i segreti di questa figura iconica della cultura giapponese

Tra le figure più iconiche della cultura tradizionale giapponese spicca la geisha. Spesso confusa qui in Occidente per una prostituta, la geisha ha una lunga storia in cui ha subito un’ evoluzione per diventare l’artista professionale in cui la si inquadra oggi. “Geisha Monogatari” di Miriam Nobile è un saggio unico nel suo genere. Ritengo sia il libro in lingua italiana più completo sulla storia e sulle peculiarità della geisha. Se siete alla ricerca di un approfondimento ben curato e pieno di curiosità, allora questo saggio è perfetto per voi!

Trama

Geisha Monogatari è un saggio che parte dal Giappone classico e arriva al Giappone moderno, per capire quali furono i contesti socio-culturali che hanno portato alla comparsa della geisha nella società giapponese. L’opera, frutto di un approfondito lavoro di ricerca, si basa sull’analisi di quelle realtà e di quelle figure femminili che hanno costituito il background da cui nascere e attraverso cui svilupparsi, diventando così la geisha uno dei simboli maggiormente significativi e rappresentativi della storia e cultura giapponese più tradizionale.


Non tutti sanno che la parola geisha 芸者 significa “persona dedita alle arti” ( 芸 = arte; 者= persona). Infatti la geisha si occupa proprio di tramandare le tradizionali arti giapponesi come il canto, la danza, la musica. E’ l’unica donna artista a lavorare nel teatro tradizionale così come ad avere la libertà di poter modificare alcuni brani di musica antichi. Nel “mondo dei fiori e dei salici” la geisha è anche un’intrattenitrice. Ma non nella concezione spesso volgare del nostro pensiero occidentale.

Accompagnata da giovani apprendiste (maiko舞子, ovvero bambine danzanti), la geisha intrattiene le serate di uomini e donne facoltosi con conversazioni a tono, balli, sketch ironici e giochi per coinvolgere – senza essere maliziosi! – i clienti. Intrattenere, nel mondo giapponese, significa infatti anche solo saper versare una tazza di tè secondo le rigide regole del chado 茶道. Non a caso le maiko e geisha vivono e sono legate alle okiya 置屋, le case da tè. 

“Geisha Monogatari” di Miriam Nobile, immerge il lettore nelle atmosfere più antiche del Giappone per percorrere la storia di come si è arrivati alla geisha moderno-contemporanea. Tutta la prima parte del libro è dedicata alla storia e usanze dei quartieri di piacere e delle prostitute che vi lavoravano. Mentre la seconda è un focus solo sulla figura della geisha. Un primo errore, infatti, è credere che il termine “geisha” abbracci tutta la categoria di ragazze e donne all’interno del mondo fluttuante. Come Miriam Nobile spiega, la figura ufficiale della Geisha (donna artista) si è affermata nel 1761. Prima e per tutto il periodo Tokugawa esistevano diverse figure del piacere, tutte con un ruolo sociale diverso e ben definito.

Uno degli aspetti che più ho apprezzato di “Geisha Monogatari” è stato lo studio approfondito di Miriam Nobile per dipingere il grande quadro animato della società giapponese intorno al mondo dei quartieri di piacere. Un po’ come tanti aspetti della cultura giapponese, anche nell’arte dell’erotismo e delle arti tradizionali, tutto era dettato da regole e ruoli ben definiti. Molto interessanti i capitoli dedicati alle cortigiane di Yoshiwara – il quartiere per eccellenza dove esisteva la più alta concentrazione di bordelli, teatri e case da tè.

Sebbene possa sembrare un mondo dorato, fluttuante per l’appunto, l’autrice ci svela dei retroscena molto dolorosi. Erano poche le cortigiane ad avere una vita agiata. La gran parte delle persone all’interno dei quartieri di piacere provenivano da una povertà estrema e cercavano fortuna – o qualche soldo in più – in quella vita. Non tutte le bambine che arrivavano nei quartieri dei fiori e dei salici erano destinate a percorrere la via delle arti tradizionali. In molte conducevano una vita simile alla schiavitù per poi esser messe in vetrina alla mercé degli uomini.

Documentario in inglese sulla figura della Geisha

La geisha è un’artista e per la società giapponese è sempre stata vista e considerata diversa dalla prostituta. Dopo l’abolizione della prostituzione con la legge del 1956, la geisha ha continuato il suo lavoro, la sua arte e il suo intrattenimento. Un chiaro messaggio in cui è la legge stessa a difendere il lavoro della geisha dai tanti pregiudizi occidentali. La geisha offre la sua arte, non il suo corpo. E’ ancora oggi un simbolo dalla valenza sociale importante in quanto una delle poche figure tradizionali a mantenere viva l’arte antica giapponese.

La passione di Miriam Nobile è tangibile in ogni parola e in ogni minuziosa ricerca che ha condotto. “Geisha Monogatari” è un saggio completo, accurato, con una solida bibliografia. In più la scrittura di Miriam Nobile è coinvolgente rendendo questa lettura ancora più interessante. E’ un MUST per tutti gli amanti del Giappone e i curiosi della figura della geisha. Assolutamente consigliato!

Per tante curiosità sul mondo della Geisha, seguite la pagina ufficiale di “Geisha Monogatari”!

https://www.instagram.com/geisha.monogatari


Geisha Monogatari Miriam Nobile

Miriam Nobile – Geisha Monogatari
Editore: Phasar
Genere: Saggistica
Prima edizione: 2020
Formato: brossura
Pagine: 326 pp.,
Prezzo: 18,00 euro

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

Abbandonare un gatto

“Abbandonare un gatto” di Murakami Haruki

Recensione del libro “Abbandonare un gatto” di Murakami Haruki – La testimonianza di un oblio perso nei rumori della Storia.

Il tempo dell’attesa

Aspettare che il tempo passi e lasciare ai ricordi lo spazio per sedimentarsi nella nostra anima a poco a poco. Guardare dentro di essi, cercare di scrutarne gli aspetti più misteriosi e taciuti, quelli che per pudore o mancanza di coraggio si era messi da parte durante la vita. È un esercizio difficile, spietato. Ci mette a confronto con la nostra parte più oscura da cui, in alcuni casi, potremmo non fare ritorno. Abbandonare un gatto è la testimonianza di un oblio perso nei rumori della Storia. Quella vera, quella che ci fa essere uomini giorno per giorno.

Cosa resta del rapporto di un padre con il proprio figlio quando, durante l’intera vita passata insieme, alcune cose non sono emerse per essere, anzi, volutamente celate? Perché, in certi casi, il non detto prevale su un legame che deve partire dalla limpidezza della conoscenza reciproca? All’improvviso, un episodio appare nella memoria. Insignificante, apparentemente superfluo. Qualcosa che noi dimenticheremmo subito, ma che nella mente di un grande scrittore come Murakami si fissa indelebile fino a trasformarsi in letteratura.

Abbandonare un gatto, vederlo ritornare dopo poco, rimanere stupefatti da quell’episodio e cercare di capire come mai abbia avuto la forza di riprendere la strada della casa da cui lo avevano allontanato. Tutto questo porta lo scrittore giapponese ad interrogarsi sulla natura degli affetti famigliari e sulle ragioni che vi stanno alla radice, quelle che potrebbero diventare, da un momento all’altro, motivazioni sconosciute, privi di senso, perché, alla fine, non bisogna sempre cercare una risposta logica a ciò che ci lega l’uno all’altro.

Sulle tracce di un padre

Non basta l’affetto, non basta stare insieme tutti i giorni. Ognuno di noi poterà dentro di sé un segreto che per l’altro non sarà mai chiaro. I rapporti umani sono fatti così e per quanto noi ci sforziamo di dar ad essi una parvenza di verità, si nutriranno sempre di ombre e chiaroscuri. Il padre di Murakami ha partecipato ad un massacro durante la guerra? Si è reso complice di morti e distruzioni nonostante abbia vissuto irreprensibilmente la sua vita? Non lo sapremo mai, non lo saprà mai lo stesso scrittore che, al di là del singolo episodio storico, cerca risposte al significato del legame con suo padre.

Abbandonare un gatto e quel gatto potrebbe essere benissimo il piccolo Murakami disarmato di fronte alla sfuggente figura paterna che non riuscirà ad interpretare nemmeno quando, in condizioni critiche, starà per andare via per sempre. Ed è in quel momento che interviene la memoria. Dentro di essa, gradualmente, iniziano ad apparire gli episodi più importanti di una vita insieme, anche quelli contraddittori e negativi. Riemergono come sassi sul letto arido di un fiume che ha smesso di scorrere ormai da tempo. Raccolti uno ad uno potrebbero aiutarci a ricostruire ciò che siamo e che in futuro vorremmo essere.

Alla fine è un bisogno primario, di quelli che devono aiutarci a vivere, senza il quale non conosceremmo noi stessi. In questa brevissima autobiografia frammentaria, Murakami riconosce i suoi limiti di figlio e uomo, si rivede nei gesti di suo padre, anche nei suoi silenzi. Si appartiene a qualcuno in tutto, si è figli di qualcuno solo in questo modo. Il trasferimento di un’eredità traumatica da una generazione all’altra, è così che si fa la storia. Solo accettandola, solo guardandola in faccia, potremmo mutare di poco il nostro destino.

___

Abbandonare un gatto è una piccola favola sulla necessità di vivere ad ogni costo, seppur la morte e la tragedia si impossessino delle nostre esistenze tentando di dirigerle. Attraverso l’opportunità del ricordo e dei meccanismi della memoria, possiamo colmare tutti quei vuoti che si ficcano dentro di noi dai primi passi nel mondo e cercare una logica a ciò che li governa. Riempirli, in definitiva, con una nuova e più luminosa ricerca della verità.

  • Traduttrice: Antonietta Pastore
  • Illustratore: Emiliano Ponzi
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Supercoralli
  • Anno Edizione: 2020
  • In commercio dal: 20 gennaio 2021
  • Pagine: 76 pp. Illustrato

Parola/Segnalibro: #padre.

Un ascolto/un’opera d’arte: Giardini di Mirò – Memories (2012); Nanni Moretti – La stanza del figlio (2001).

ACQUSITA QUESTO LIBRO SU:

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

non dimenticare i fiori

Non dimenticare i fiori, Kawamura Genki

Recensione del romanzo “Non dimenticare i fiori” di Kawamura Genki, edito da Einaudi. Una storia forte sul rapporto madre-figlio

Ho pianto tanto dentro di me ad ogni pagina di “Non dimenticare i fiori” di Kawamura Genki. Un tema forte, che mi tocca da vicino e che mi spaventa ogni volta in cui lo ritrovo tra le lacrime del mio cuore. Ma questa non è la semplice storia di un rapporto complicato madre-figlio. E’ il racconto del dolore profondo della consapevolezza di un figlio nel vedere il proprio genitore tra le braccia di una malattia orribile, l’Alzhemer. Un male ladro di ogni ricordo e di ogni speranza.

Trama

Quando la moglie gli annuncia di aspettare un bambino, Izumi non potrebbe essere piú felice. Ma è anche un po’ preoccupato: sarà un buon padre? E, in fondo, cos’è un buon padre? Lui, il suo, non l’ha mai conosciuto. Izumi è cresciuto da solo con la madre Yuriko, un’insegnante di musica, in un rapporto tanto stretto quanto sfuggente anche per loro. E proprio la madre è la fonte delle sue ansie maggiori: negli stessi giorni in cui scopre che diventerà padre, Izumi scopre anche che, in un certo senso, smetterà di essere figlio. La madre Yuriko, infatti, mostra i primi segni dell’Alzheimer: dimentica le cose o dove si trova, inizia a uscire di casa perdendosi per il quartiere, e una volta sembra addirittura scordare di avere un figlio.

Izumi sa che sua madre è malata, ma quell’episodio riapre una vecchia ferita: Izumi non può in nessun modo cancellare quanto accaduto tra il 1994 e il 1995, quando lui era un bambino e Yuriko se ne andò di casa all’improvviso. Ma cosa successe alla madre in quei mesi di assenza? E perché si allontanò? Kawamura Genki scrive una storia delicata e piena di umanità, in cui malinconia e leggerezza si mescolano in un modo tipicamente giapponese.

Izumi ha una vita in piena fioritura: una buona posizione lavorativa, un figlio in arrivo, una moglie con cui va d’accordo. Questa serenità si dovrà presto scontrare con le difficoltà di sua madre Yuriko che inizia a manifestare i primi sintomi di una perdita di memoria. Inizialmente Izumi non ci fa caso: capita a tutti di dimenticarsi qualcosa ogni tanto. Ma la situazione inizia a farsi preoccupante quando Yuriko comincia a non riconoscere più le persone e i luoghi intorno a lei. Così, la notizia dell’Alzheimer della madre colpisce il cuore di Izumi nel profondo. Quella donna sempre sorridente, pronta a preparagli tutti i suoi piatti preferiti, ben presto dimenticherà anche lui. Izumi, che sta per diventare padre, dovrà rinunciare al suo ruolo di figlio.

Decide così di scavare nel loro passato, nel mondo di Yuriko in cui lui non è mai potuto entrare, scoprendo così la donna che un tempo è stata. Una scoperta del genitore che porterà Izumi ad un perdono e compassione estrema per Yuriko. Infondo la madre altri non è che una donna capace anche lei di amare e sbagliare. Nonostante la vita con Yuriko stia lentamente svanendo nella malattia, Izumi la ritrova nel suo cuore.

Forse gli esseri umani portano con sé bagagli proporzionati ai loro ricordi. Andando incontro alla morte, il necessario si riduce poco alla volta.

“Non dimenticare i fiori” racconta su dolci sussurri una malattia devastante. Perdere i propri ricordi è un po’ come perdersi in un tunnel buio. E’ doloroso non solo per il malato, ma anche per chi è intorno, come un figlio. Vedere il proprio genitore regredire ad uno stato quasi di bambino in cui non sa più nemmeno cosa sia stata la sua, la loro vita. E’ difficile. Kawakuchi Genki ce lo racconta come se fosse un soffio di vento che fa cadere via i petali di sakura dagli alberi della nostra vita. Con una delicatezza tipica dei giapponesi nell’approcciarsi al manifestare i sentimenti più puri e profondi.

E nel titolo si nasconde tanta poesia. Un gesto che potrebbe sembrare banale nel turbinio degli eventi che compongono la vita di una persona, diviene invece l’ancora di salvataggio per ritrovare sé stessi. “Non dimenticare i fiori” è l’anello che riesce a congiungere la Yuriko di un tempo con la Yuriko malata. Ho trovato il romanzo di Kawamura di una sensibilità rara. E’ stata una lettura delicatamente dolorosa. Una scrittura coinvolgente, profonda, che sa scavare a fondo non solo nei suoi personaggi, ma anche nella vita dei lettori.

Consiglio questo libro a chi non ha paura di affrontare la malattia e la vecchiaia del proprio genitore, ai lettori in cerca di emozioni forti e delicate, a chi non ha paura di commuoversi

Ringrazio la casa editrice Einaudi per avermi omaggiato di una copia del libro!


non dimenticare i fori

Kawamura Genki – Non dimenticare i fiori

Titolo originale: 百花
Editore: Einaudi
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Prima edizione: 2019
Prima edizione italiana: 2021
Formato: rilegato
Pagine: 328 pp.,
Traduttore: Anna Specchio
Prezzo: 17,00 euro

Acquista questo libro su:

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

basta un caffè per essere felici

Basta un caffè per essere felici, Toshikazu Kawaguchi

Recensione del romanzo “Basta un caffè per essere felici” di Toshikazu Kawaguchi edito da Garzanti. Un caffè che lascia troppo amaro in bocca.

Curiosa dell’enorme successo di “Finché il caffè è caldo”, ho letto il seguito del romanzo di Kawaguchi pensando di avere tra le mani in un piccolo capolavoro. Invece “Basta un caffè per essere felici” mi ha lasciato l’amaro in bocca. Una storia con una trama debole, problemi di traduzione e personaggi per niente caratterizzati. Una lettura fin troppo leggera di cui non capisco l’enorme successo.

Trama

L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove si può essere protagonisti di un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata. Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro.

È così per Gotaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno qualcosa in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio.

Partiamo subito dal primo problema che ho riscontrato ne “Basta un caffè per essere felici”, ovvero una trama poco solida. Il libro è strutturato in diversi racconti che hanno come protagonista questo caffè che permette di viaggiare nel tempo. Per viaggiare ci sono diverse regole, una fra tutte è che si può restare nel passato e nel futuro solo fin quando il caffè resta caldo. L’idea di base è molto coinvolgente, specialmente perché le storie presentate hanno tutte un elemento di dolore e di sofferenza in cui il lettore può rispecchiarsi. Ma sono raccontate senza un vero approfondimento psicologico e non lasciano nessuna emozione importante a fine lettura.

Le vicende di Kazu, la cameriera, e del fantasma, i veri protagonisti di questo libro, sono ancor più lasciate sospese. Non viene approfondito nulla della personalità e dell’animo di queste donne. Kawaguchi racconta la loro storia senza che io ne fossi coinvolta emotivamente. Troppa leggerezza sia nella narrazione che nel presentare dei personaggi che avrebbero potuto dare tanto al lettore. Inoltre a fine romanzo restano molti punti non chiari sulla figura del fantasma e sul meccanismo dei viaggi nel tempo.

Ma veniamo alla nota più dolente de “Basta un caffè per essere felici”: la traduzione. Fin dalle prime pagine mi ero accorta che la traduzione in italiano era strana se si tiene conto che la lingua d’origine è giapponese. Dico questo perché il giapponese è una lingua particolare e ancora di più lo sono le traduzioni quando si vogliono rendere nella nostra lingua alcune loro espressioni particolari. Sono letteralmente rimasta sconvolta nel leggere che il romanzo è stato tradotto dall’inglese e non dal giapponese. Nel 2020/21 è inaccettabile. Abbiamo fior fiori di eccellenti traduttori dal giapponese all’italiano. Nella traduzione della Garzanti si perde tantissimo delle sfumature della lingua d’origine. Ad un occhio esperto si capisce immediatamente che la traduzione ha saltato un passaggio. Ed è un peccato.

Leggi l’approfondimento sul caffè in Giappone

Penso che molti lettori abbiano apprezzato “Basta un caffè per essere felici” per il messaggio positivo sull’importanza di andare avanti con la vita e sulle occasioni da vivere. A mio parere tutto ciò passa in secondo piano in quanto offuscato da una narrazione troppo leggera, personaggi slegati e una poca attenzione all’aspetto emotivo e psicologico dietro ad ogni storia. E’ un libro che mi sento di consigliare? Sinceramente no. Mi sento piuttosto di consigliare il film tratto da entrambi i libri di Kawaguchi. Qui sia Kazu che il fantasma hanno una bellissima caratterizzazione e sarà impossibile per voi non affezionarvi!


basta un caffè per essere felici

Toshikazu Kawaguchi – Basta un caffè per essere felici

Titolo originale: この嘘がばれないうちに
Editore: Garzanti
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Prima edizione: 2017
Prima edizione italiana: 2021
Formato: brossura
Pagine: 176 pp.,
Traduttore: Claudia Marseguerra
Prezzo: 16,00 euro

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

la biblioteca di Parigi

La biblioteca di Parigi, Janet Skeslien Charles

Recensione del romanzo “La biblioteca di Parigi” di Janet Skeslien Charles edito da Garzanti. Una storia vera su un capitolo poco conosciuto della Seconda Guerra Mondiale

Questo è uno di quei romanzi che fa bene al cuore, da leggere quando si ha voglia di una coccola e di rinchiudersi nel mondo della lettura senza essere disturbati. “La biblioteca di Parigi” di Janet Skeslien Charles è una storia di amicizia e guerra, dove i libri svolgeranno un ruolo importante in un momento storico delicato. Due storie parallele per far luce sull’animo umano imperfetto e spesso pieno di limiti, ma allo stesso tempo in grado anche di amare oltre i pregiudizi e le difficoltà.

Trama

Parigi, 1940. I libri sono la luce. Odile non riesce a distogliere lo sguardo dalle parole che campeggiano sulla facciata della biblioteca e che racchiudono tutto quello in cui crede. Finalmente ha realizzato il suo sogno. Finalmente ha trovato lavoro in uno dei luoghi più antichi e prestigiosi del mondo. In quelle sale hanno camminato Edith Wharton ed Ernest Hemingway. Vi è custodita la letteratura mondiale. Quel motto, però, le suscita anche preoccupazione. Perché una nuova guerra è scoppiata. Perché l’invasione nazista non è più un timore, ma una certezza. Odile sa che nei momenti difficili i templi della cultura sono i primi a essere in pericolo: è lì che i nemici credono che si annidi la ribellione, la disobbedienza, la resistenza.

Nei libri ci sono parole e concetti proibiti. E devono essere distrutti. Odile non può permettere che questo accada. Deve salvare quelle pagine, in modo che possano nutrire la mente di chi verrà dopo di lei, come già hanno fatto con la sua. E non solo. La biblioteca è il primo luogo in cui gli ebrei della città provano a nascondersi: cacciati dalle loro case, tra i libri si sentono al sicuro, e Odile vuole difenderli a ogni costo. Anche se questo significa macchiarsi di una colpa che le stritola il cuore. Una colpa che solo lei conosce. Un segreto che, dopo molto tempo, consegna nelle mani della giovane Lily, perché possa capire il peso delle sue scelte e non dimentichi mai il potere dei libri: luce nelle tenebre, spiraglio di speranza nelle avversità.

Odile è una giovane ragazza parigina alla ricerca di indipendenza in un periodo storico in cui la donna lavoratrice è vista come una donna ribelle. Decide di andare contro il padre poliziotto e realizzare un piccolo sogno: lavorare nella Biblioteca Americana di Parigi. Non le sembra vero: passare le giornate tra i grandi scrittori e lettori assorti. Ed è proprio tra gli scaffali che Odile conosce Margaret, moglie di un diplomatico inglese in servizio nella capitale francese. Tra le due donne inizia una bellissima storia di amicizia e di confidenze. Ma siamo nel 1940 e cominciano a soffiare venti di guerra. I nazisti invadono presto la città e tutti sono in pericolo, libri compresi.

Eppure, grazie alla scelta coraggiosa della direttrice dell’American Library, la biblioteca non solo resta aperta, ma opera segretamente per poter raggiugere i tanti lettori ebrei obbligati a vivere segregati nelle loro abitazioni. Odile si rende conto della grande responsabilità che ha tra le mani: il personale della biblioteca diventa per i clienti ebrei l’unica porta aperta verso il mondo. E presa dalla voglia di aiutare, di fare del bene, Odile commetterà dei passi falsi che la perseguiteranno per il resto della sua vita. La guerra si porterà via certezze e affetti, oscurando il cuore di molti. Violenza porta violenza, e in quegli anni di violenza ce ne era troppa.

La seconda linea narrativa de “La biblioteca di Parigi” è ambientata in un paesino anonimo americano nel 1984. Lily è una ragazzina in cerca della sua identità, un po’ come tante ragazze alla sua età. Un giorno decide di bussare alla porta della sua anziana vicina francese, conosciuta da tutti, ma amica di nessuno. Così tra Lily e Odile nasce un’amicizia e un rapporto che aiuterà entrambe a superare i propri dolori. E noi lettori, grazie a questa seconda linea narrativa, riusciremo ad avere la storia definitiva sulla Biblioteca di Parigi e sulla sorte di Odile.

Puoi scaricare un interessante documento originale sulle vicende dell’American Library di Parigi qui

Prima di iniziare la lettura de “La biblioteca di Parigi” mi aspettavo una storia leggera, molto incentrata sulle vicende amorose della protagonista. Tutto il contrario. Il libro si fa leggere volentieri perché la scrittura dell’autrice è molto coinvolgente. Janet Skeslien Charles è riuscita a creare personaggi uno diverso dall’altro, ma tutti ben caratterizzati. Odile non è scontata: ha un percorso di crescita fatto anche di errori che la rendono molto reale. Ho apprezzato molto anche la linea narrativa in America specialmente per come viene raccontata. A tratti l’ho trovata addirittura più commovente della parte ambientata a Parigi. Inizialmente il lettore potrebbe trovarla poco chiara, ma sarà fondamentale per capire lo svolgimento di tutta la storia.

Un altro aspetto che mi è piaciuto molto è che i fatti narrati sono reali. L’American Library è esistita così come il suo personale. E per me, che sono un’amante della lettura, è stato sicuramente emozionante leggere come i libri siano stati un’ancora di salvezza in un periodo così buio come il nazismo. L’autrice è riuscita a intrecciare perfettamente gli eventi storici reali con la parte di narrativa “inventata” e questo è sicuramente un punto di forza sul romanzo. Forse l’unico aspetto che un po’ mi ha fatto storcere il naso, è stato il finale. A mio parere trattato in maniera leggermente frettolosa quando sarebbe stato interessante leggere qualcosa in più.

Consiglio “La biblioteca di Parigi” a tutti i lettori in cerca di un romanzo ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, ma con una trama originale, per chi ha voglia di amicizia e di perdonare alcuni sbagli


la biblioteca di Parigi

Janet Skeslien Charles – La Biblioteca di Parigi

Titolo originale: The Paris Library
Editore: Garzanti
Genere: Romanzo storico
Prima edizione: 2020
Prima edizione italiana: 2020
Formato: rilegato
Pagine: 420 pp.,
Traduttore: Roberta Scarabelli
Prezzo: 17,90 euro

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

Yoshida Shūichi

Yoshida Shūichi, la nuova voce dei giovani

Perché Yoshida Shūichi è definito dalla critica giapponese come una tra le voci più importanti per rappresentare la condizione dei giovani d’oggi?

Yoshida Shūichi (吉田 修一), nato a Nagasaki il 14 settembre 1968, è un nome che forse vi dirà poco o nulla. In Italia, infatti, ha solo due libri tradotti con Feltrinelli: “L’uomo che voleva uccidermi (悪人)” e “Appartamento 401 (パレード)”, mentre in Giappone è vincitore di diversi premi e da molti suoi romanzi sono stati tratti film di successo. Eppure Yoshida Shūichi è tra gli autori contemporanei giapponesi che meglio di altri è riuscito a descrivere le problematiche della condizione giovanile dei giorni nostri. E non solo per quanto riguarda la nuova generazione giapponese.

Ultimamente mi è capitato molto di soffermarmi su quello che ci sta succedendo come società. Tante le notizie di cronaca con protagonisti giovani violenti, in depressione e soprattutto soli. E’ come se ci fosse un’assenza di comunicazione che porta i giovani, ma non solo, ad estraniarsi dalla società che va avanti come un treno. E non aspetta nessuno. Forse, nel restare sul binario ad osservare questo shinkansen che sfreccia via, si resta soli, senza punti di riferimento, con la difficoltà di avvicinarsi l’un con l’altro. C’è una tendenza ad avere una forte esigenza interna di potersi esprimere liberamente e allo stesso tempo paura di non essere accettati dalla società per quelli che si è. Questo porta inevitabilmente a sentirsi sempre sotto giudizio e spesso a non riuscire ad esprimere liberamente ciò che si pensa.

Nel leggere i due romanzi di Yoshida Shūichi – di cui spero presto di recuperare anche altri testi in lingua originale – ho trovato un quadro estremamente realistico di tutte queste problematiche. L’assenza di capacità comunicativa, i problemi nelle relazioni con gli altri, la solitudine.. sono tutti i veri protagonisti di Yoshida. In “Appartamento 401” e “L’uomo che voleva uccidermi” troviamo dei giovani poco integrati con la società i quali preferiscono comunicare tra loro tramite cellulare e non vis-a-vis, dove la loro condizione di solitudine e di estraniazione sociale li porta a compiere atti violenti, estremi.

Leggi anche

l’approfondimento su

MURAKAMI HARUKI

Appartamento 401 – パレード

Cinque ragazzi poco più che ventenni si trovano a convivere un appartamento a Tokyo. 5 vite raccontante in un romanzo corale dove ogni capitolo è dedicato ad uno dei ragazzi. Ed entrando nella mente di ognuno di loro Yoshida Shūichi riesce a regalare al lettore un viaggio nella loro psiche e problematiche. Il lettore si accorge immediatamente che la mancata comunicazione tra i ragazzi e tra il mondo esterno all’appartamento 401 li trascina in un tunnel di difficoltà da cui difficilmente riescono ad emergere. E’ come se fossero tante piccole formiche perse in una città enorme come Tokyo dove puoi incontrare chiunque, ma allo stesso tempo perdere te stesso nella miriade di passi, sguardi, odori umani.

L’uomo che voleva uccidermi – 悪人

A causa di un’infanzia difficile e da una forte sensazione di solitudine, Shimizu Yuichi ha problemi ad instaurare relazioni specialmente con il mondo femminile e a mostrarsi per la persona che realmente è. Vive in un continuo stato di inquietudine dove cerca quasi ossessivamente affetto e felicità cadendo sempre più, però, nei suoi demoni interni. Gli altri protagonisti del romanzo sono tutti giovani che hanno difficoltà ad affermare la loro individualità e originalità come esseri umani nella rigida società giapponese. Questo li porta ad essere spesso falsi sia con chi li circonda che con loro stessi creando delle situazioni dolorose interne.

Il ruolo di Yoshida Shūichi nella letteratura contemporanea

Perché quindi ritengo che Yoshida Shūichi sia un autore da tenere d’occhio nel panorama della letteratura contemporanea mondiale? Sebbene Yoshida dia uno spaccato ristretto alla vita e cultura giovanile giapponese, ho trovato le sue tematiche generali e il modo di parlarne estremamente attuali e molto dirette. L’autore non ha paura di mettere nero su bianco l’ambiente nefasto che i giovani d’oggi vivono e che è stato creato principalmente da una società che guarda più al profitto che all’essenza. Per un autore giapponese, schierarsi in maniera così chiara e schietta contro il rigido sistema sociale del Sol Levante, è un qualcosa di molto raro. In più sottolinea egregiamente li effetti che questo sistema ha sui giovani.

Ritengo che Yoshida Shūichi sia riuscito in pieno a dare voce al dolore silenzioso che i giovani d’oggi vivono imprigionati in maschere e gabbie sociali. Dalla descrizione introspettiva proposta dall’autore, il lettore vive sulla sua pelle il disagio e il senso di forte solitudine che accompagna i personaggi. Il suo stile, inoltre, è molto diverso dagli autori giapponesi tradotti fino ad oggi. Se prendiamo i due romanzieri giapponesi contemporanei più conosciuti in Italia – Murakami Haruki e Banana Yoshimoto – lo stile di Yoshida si avvicina di più ad una narrativa europea. L’aspetto psicologico ed introspettivo hanno un ruolo fondamentale e non vengono sospesi tra le parole non dette, come spesso succede nei romanzi nipponici.

Inoltre i libri di Yoshida sono scritti sotto forma di romanzo giallo-noir creando ulteriormente un’atmosfera cupa che ben si integra con il mondo interiore dei personaggi. Ciò che resta dalla lettura di questo autore contemporanea è una richiesta di aiuto da parte delle nuove generazioni. Un bisogno intrinseco di comunicare ed essere ascoltati. Le conseguenze di questa mancanza comunicativa e di una solitudine perenne, porta il giovane a dover cercare un’alternativa per sentirsi vivo. Alternativa che purtroppo sfocia spesso in una violenza mentale e fisica. Si creano quindi delle meccanismi nella mente in cui si è come assetati di affetto e di contatto umano, perdendo il controllo con realtà.

Cosa possiamo fare per cambiare questa situazione? Accettare e ascoltare. Spesso capita di non accorgersi di un problema fino a quando questo non ci viene presentato nero su bianco. I libri di Yoshida Shūichi hanno secondo me questo nobile scopo: far aprire gli occhi. Bisogna prendere consapevolezza del problema se si vuole trovare una soluzione. E quale miglior soluzione se non attraverso una piacevole lettura?


Yoshida Shūichi

Yoshida Shūichi è nato a Nagasaki nel 1968 e ha studiato Economia alla Hosei University di Tōkyō. Ha vinto il premio Bungakakai per il primo romanzo nel 1997 e il premio Akutagawa nel 2002 con Park Life. Con L’uomo che voleva uccidermi (Feltrinelli 2017) si è aggiudicato i premi Osaragi Jiro e Mainichi Publishing Culture Award, inoltre il romanzo è stato adattato al grande schermo nel 2010 da Lee Sang-il. Appartamento 401 (Feltrinelli, 2019) gli è valso il premio Yamamoto Shūgoro nel 2002 – vinto in passato tra gli altri, da Banana Yoshimoto nel 1989 con Tsugumi – ed è stato portato al cinema dal regista Isao Yukisada nel 2009, aggiudicandosi il Premio Fipresci alla sessantesima edizione del Festival di Berlino.

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

Libri Europa mediterranea

Europa mediterranea: libri per conoscere l’Europa mediterranea

Alcuni consigli di libri per conoscere attraverso la lettura l’Europa mediterranea

Il mondo dell’Europa mediterranea è stato al centro della storia per molti secoli. Grazie all’eredità culturale e politica delle civiltà greca e romana, all’apporto originale della realtà medievale e ai successivi sviluppi umanistico-rinascimentali (senza tralasciare i contributi dell’età e moderna e contemporanea), la cultura dell’Europa mediterranea, i suoi libri, hanno assunto un ruolo di primo piano nei contesti internazionali sviluppando una letteratura capace di analizzare i vari aspetti della società in stretta connessione con la storia che l’ha resa protagonista.

#ilgirodelmondoin12letture

L’Europa mediterranea è la nostra dodicesima tappa de #ilgirodelmondoin12letture. Pronti a partire con noi?

Spagna, Portogallo, Italia, l’area balcanica, la Turchia. Tutte queste zone geografiche hanno a che fare con l’Europa mediterranea intessendo attorno ad essa racconti che si perdono nelle memorie più lontane del tempo, quando il mito era la base di ogni esperienza di vita e la poesia si poneva come il primo vagito del mondo fino ad allora conosciuto. Nasce così una scrittura che pone soprattutto le emozioni al centro dei suoi temi inscrivendole in un clima caldo e umido, pieno di estati soleggiate e temperature ardenti, dove gli uomini sono dei perenni viaggiatori di luoghi ancora sconosciuti, come la loro anima. Che aspettiamo allora? Partiamo subito per l’Europa mediterranea per quest’ultimo appuntamento con la dodicesima tappa del nostro progetto/challenge #ilgirodelmondoin12letture!

Seguici su Instagram per conoscere il nostro viaggio e quello degli altri viaggiatori nell’Europa mediterranea!

Libri sull’Europa mediterranea

Cecità – Josè Saramago

L’arrivo improvviso di una piaga oscura rende ciechi gli abitanti di un luogo senza radici, quasi senza storia. Un’epidemia malvagia corrode le loro menti e i loro corpi buttandoli nella disperazione più completa fino alla catarsi finale.

“Cecità” parla di rapporti umani e della fatica per farli restare in equilibrio quando qualcosa li scuote senza preavviso. Un tempo in cui uomini e donne sembrano preda delle loro follie collettive, diventando quasi animali pur di sopravvivere. Un tempo che richiede coraggio per essere sconfitto e senso di umanità per viverlo compiutamente da esseri umani. Bellissimo.

Il libro dell’inquietudine – Fernando Pessoa

Le confessioni esistenziali di Bernardo Soares, scisso fra la voglia di vivere in pieno la sua vita e quella di lasciarsi trasportare da essa, ammettendo la necessità di contemplarla con tutto se stesso per capirne ogni complessità.

In questo diario anomalo, ricco di poesia e scritto al di là del tempo, Pessoa coglie il disagio dell’individuo di fronte al mistero del suo esserci nel mondo. Lo coglie con violenza ma anche con commiserazione portandoci nelle reti labirintiche di una psiche che cerca di dare un senso a tutto quello che non ce l’ha.

Sostiene Pereira – Antonio Tabucchi

L’anziano giornalista Pereira non ha più nulla da chiedere alla vita, soprattutto dopo la morte di sua moglie. Tutto gli sembra grigio e incolore eppure, quando la storia entrerà di prepotenza con le peggiori intenzioni, non gli rimarrà che lottare fino in fondo, dimostrando quanto l’età non conti per sconfiggere ogni tipo di sopruso.

Siamo in una Lisbona solitaria in preda alle violenze del nazionalismo e del fascismo. La città è tramortita ma solo la fede nella cultura e nella sua voglia di libertà saprà risollevarla. Ecco il senso di questo libro che commuove e lascia una traccia di sé nelle nostre coscienze ancora oggi. Indelebile e imperituro.

Berta Isla – Javier Marias

Colpi di scena, le trame oscure dei servizi segreti, tasselli narrativi che si sovrappongono l’uno sull’altro cingendo la storia della protagonista e di suo marito, sposato dopo anni di fidanzamento con la finta certezza di riuscire a conoscerlo.

Di questo non detto e silenzioso tacere, si nutre tutta la storia che scava a fondo nella nostra percezione della memoria e del ricordo, rammentandoci quanto anche i sentimenti apparentemente più sinceri nascondano, in realtà, qualcosa di subdolo e misterioso.

La ragazza con la leica – Jelena Janeczek

La storia di una ragazza come tante dal talento inesauribile, che affascinava chiunque incontrasse e che ebbe a che fare con persone rimaste immortali nell’arte di tutti i tempi. Fra questi, il grande fotografo Robert Capa che la amerà fino alla fine, quando un destino crudele la porterà via per sempre.

Gerda Taro vive in pieno la sua epoca, quegli anni Trenta che videro l’ascesa del nazismo, le morti sui campi di battaglia, l’avvento di una crisi economica senza precedenti. Jelena Janeczek sa farci vivere tutto ciò grazie ad una scrittura sinuosa e colta, degna di uno dei migliori premi Strega degli ultimi anni.

Microcosmi – Claudio Magris

Un viaggio letterario nelle piccole storie che circondano la vita dell’uomo. Ma non solo. Microcosmi è un libro che va oltre ogni tipo di classificazione ponendosi a metà fra il saggio e il racconto erudito.

Animali, luoghi del cuore, storie misconosciute, personaggi persi nell’oblio nel tempo. Magris si sofferma su di loro con penna accurata ed evocativa ricordandoci quanto sia importante, per noi, fare tesoro anche delle esperienze più “banali” per costruire la nostra identità.

Gli indifferenti – Alberto Moravia

Difficile schematizzare l’opera di Alberto Moravia, difficile, soprattutto, scegliere fra i suoi libri un testo che ne esemplifichi al meglio il talento. Gli indifferenti potrebbe avere questa funzione e diventare il simbolo della sua poetica. E per me lo è sicuramente. Perché?

Perché racconta quanto la brutalità della storia si insinui nella vita personale di ognuno di noi modificandone ogni aspetto. In questo caso, quella della buona borghesia romana alle prese col Fascismo che affascina le folle portando all’omologazione intere classi sociali e gli individui incapaci di sviluppare una propria identità nel momento in cui il Male si impossessa delle loro coscienze. Libro fondamentale.

Addio fantasmi – Nadia Terranova

La storia di un abbandono e la storia di due donne appese all’assenza di uomo che esce dalle loro vite improvvisamente ma vi rimane dentro come uno spettro, condizionandole nel profondo. Addio fantasmi è una storia che fa male perché racconta quanto possa essere sfuggente ciò che abbiamo di più caro.

Una storia scritta con una scrittura densa, poetica, che taglia l’anima di chi legge fino a farla combaciare con quelle delle due protagoniste, una madre una figlia, coraggiose nel portare sulle spalle la forza di continuare, nonostante tutto, a vivere.

La forma dell’acqua – Andrea Camilleri

La comparsa sulla scena letteraria del commissario Montalbano avviene fra omicidi autorevoli, in una terra dove la criminalità organizzata sa diffondersi capillarmente prendendo tutte le forme possibili, mischiandosi alla vita dei cittadini come l’acqua riesce a spandersi ovunque assumendo le sembianze dei luoghi in cui si trova.

In queste trame labirintiche, Montalbano investirà tutta la sua arguzia di commissario, dando dimostrazione di intelligenza e sagacia, in una Sicilia persa nella bellezza della cittadina di Vigàta e nelle malefatte di una delinquenza troppo difficile da estirpare.

Le poesie – Kostantinos Kavafis

Le poesie di Kavafis sembrano racconti di miti antichi, diffusi nell’Europa mediterranea e mischiati alla vita contemporanea. La voce di questo poeta si nutre di eleganza e sobrietà, senza mai risultare stucchevole o troppo ampollosa. Anzi, ti trascina per mondi lontani, persi nella storia, coperti dalla coltre sfuggente di ere indimenticabili.

La raccolta riunisce tutti i maggiori componimenti del poeta il cui immaginario è ricco di passione per la vita e dolcissima malinconia. Quest’ultima accompagna continuamente la lettura rendendola sensuale e nostalgica come i paesaggi della Grecia antica.

Il ponte sulla Drina – Ivo Andric

Il ponte di Visegrad, città della Bosnia, fatto costruire dal pascià Mehmed, rappresenta il simbolo di un’unione culturale e storica fra due mondi all’apparenza diversi: quello cristiano e quello musulmano. Intorno ad esso, Andric vi ambienta le vicende di una terra spaccata in due, dentro una storia lunghissima, che dal Cinquecento arriva fino alla Prima guerra mondiale.

Nei suoi personaggi si respira la tensione di un tempo scomparso, quasi mitico, sempre alla ricerca di una sintesi coerente tra culture e tradizioni differenti dell’Europa mediterranea, necessaria alla convivenza pacifica delle stesse.

Istanbul – Orhan Pamuk

Si può raccontare una città attraverso la propria biografia? Soprattutto, si può raccontare una città come Istanbul, dalla storia secolare, tenendo presente quanto i suoi stimoli abbiano influenzato la crescita di un individuo? Sì, si può.

Pamuk è Istanbul e viceversa. Pulsante di vita, piena di stimoli, colma di contraddizioni. Questa antica capitale del mondo, colloquia con l’esistenza di un uomo legato alla scrittura da un vincolo indissolubile. Lo stesso che riesce a tenerlo avvinto al proprio luogo dell’anima, alla sua patria interiore.


Questa è stata la mia personale selezione di libri sullEuropa mediterranea! Spero che con questi consigli di lettura possiate viaggiare per questi luoghi lontani e affascinanti. Se avete altri libri da suggerire, fatemelo sapere nei commenti!

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

l'arte di sorseggiare il caffè

L’arte di sorseggiare il caffè: basta un caffè per essere felici

Booktour: “Basta un caffè per essere felici” di Toshikazu Kawaguchi. Scopriamo insieme l’arte di sorseggiare il caffè in Giappone!

L’arte di sorseggiare il caffè in Giappone? No, non mi sono sbagliata. Il Giappone è una delle patrie del tè, ma da qualche decennio il caffè sta acquisendo sempre più valore nelle tradizioni del Sol Levante. Tanto che è diventato anche il protagonista di alcuni libri. Basti pensare al successo qui in Italia de “Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi di cui è uscito il secondo libro proprio in questi giorni – “Basta un caffè per essere felici” – sempre pubblicato da Garzanti.

In Giapponese caffè si dice コーヒー kōhī, scritto in alfabeto katakana, usato per le parole di origine straniera, e normalmente si sorseggia il caffè americano. Anche se nelle grandi città non mancano le caffetterie dove poter bere un espresso italiano della Illy, Lavazza, Segafredo e De Longhi. E se entrate in uno dei tanti convenience store (i kombini!) troverete scaffali zeppi di caffè il lattina (eh già, ciaone servizio della nonna).

Quando è arrivato il caffè in Giappone?

Il caffè è arrivato nell’arcipelago giapponese durante il Periodo Edo (1603 – 1868) grazie ai mercanti Olandesi. Questi ultimi erano gli unici occidentali che avevano il permesso di entrare in Giappone durante il cosiddetto sakoku, ovvero il periodo storico in cui il Giappone si chiuse al mondo esterno. E proprio nella baia di Nagasaki, l’unico porto aperto per alcuni scambi con l’occidente, vennero preparate le prime tazze di caffè caldo. Tuttavia, è stato durante il Periodo Meiji (1868 – 1912), periodo di grandi cambiamenti per la società giapponese (vedi ad esempio per la letteratura) che il caffè iniziò ad essere seriamente importato dall’estero.

E l’arte di sorseggiare il caffè?

Ma cosa intendo per l’arte di sorseggiare il caffè? La cerimonia del tè – 茶道 chadō – è un’arte antica, piena di regole e di rituali. Non tutti possono praticarla, in pochi ne diventano Maestri. In un Paese dove le regole e i riti sono alla base della società, il caffè è un po’ come il simbolo della diversità, dell’aver accettato una bevanda esotica come nuovo stile di vita. Nelle 喫茶店 kissaten si entra in un mondo dove viene in pieno messo in pratica il motto “tecnica occidentale, spirito giapponese” nato durante il Periodo Meiji (1868 – 1912) quando il Giappone tornò ad aprirsi al mondo dopo tre secoli di chiusura. Spesso le kissaten ricordano le nostalgiche sale da tè europee, altre sono in pieno stile giapponese con bambù e tatami.

Non esiste una cerimonia codificata per preparare e sorseggiare il caffè. Ogni Maestro ha la sua caratteristica. Può essere l’abbinamento con un dolce. Nelle grandi caffetterie di catena, la cheesecake è quasi un obbligo insieme ad un mug caldo. Mentre nell‘arte di sorseggiare il caffè nelle kissaten più particolari, i dolci si abbinano alle gradazioni e al gusto delle varie tipologie di caffè proposto. Oppure, può essere il servizio di porcellana utilizzato. In Giappone la porcellana e la ceramica hanno una lunga storia che si è spesso adattata all’occidente. Ad esempio il rapporto commerciale Olanda – Giappone e al magnifico stile di porcellana che si è venuto a creare da questo incontro.

l'arte di sorseggiare il caffè

Nelle kissaten più famose e ricercate, ogni singolo momento della preparazione del caffè è accompagnato da un rituale deciso dal Maestro. I disegni con il latte per i cappuccino più raffinati, il modo di bollire l’acqua, il servire il caffè con una gestualità unica. Questo è anche l’arte di sorseggiare il caffè.

Ma decidere di approcciarsi al bere il caffè – quello che qui ho indicato come “L’arte di sorseggiare il caffè” – ha in realtà un significato simbolico molto importante. In primo luogo adottare il caffè, spesso al posto del tradizionale tè, vuol dire proprio allontanarsi dalla rigidità della ritualità giapponese. Il caffè non ha bisogno di grandi riti o gestualità. La cultura del tè ha da sempre rappresentato all’interno della società giapponese l’ospitalità, lo stare insieme e l’accoglienza, per manifestarsi in pieno con la tradizionale cerimonia del tè. Al contrario, il caffè viene visto come LA bevanda solitaria per eccellenza. Bè dai, ci sta! Il “non parlatemi fino a quando non prendo il caffè” riassume bene questo concetto anche da noi. Negli anni ’70 e ’80 le kissaten erano il luogo dove ci si incontrava per organizzare manifestazioni e discutere dei problemi legati alla società.

Basta un caffè per essere felici

Perciò il caffè in Giappone è una bevanda che quasi sempre la si beve da soli, un momento per stare con noi stessi. I romanzi di Toshikazu Kawaguchi si inseriscono bene in questo contesto. La caffetteria di Kawaguchi diventa un luogo in cui connettersi con il nostro io interiore e comprendere quanto sia importante trascorrere il tempo che abbiamo con le persone a noi care. Bere una tazza di caffè finché è caldo rappresenta un po’ l’idea di godersi l’attimo, esserci in quel breve momento in cui si sorseggia la bevanda e siamo perfettamente consapevoli di noi e di ciò che ci circonda. L’arte di sorseggiare il caffè diventa così l’arte di connettersi con noi stessi per ritrovare un po’ di felicità.

Vi lascio la trama del libro e spero che da oggi in poi bere il caffè diventerà per tutti voi un piccolo gesto d’amore verso voi stessi.

Trama

L’aroma dolce del caffè aleggia nell’aria fin dalle prime ore del mattino. Quando lo si avverte, è impossibile non varcare la soglia della caffetteria da cui proviene. Un luogo, in un piccolo paese del Giappone, dove si può essere protagonisti di un’esperienza indimenticabile. Basta entrare, lasciarsi servire e appoggiare le labbra alla tazzina per vivere di nuovo l’esatto istante in cui ci si è trovati a prendere una decisione sbagliata.

Per farlo, è importante che ogni avventore stia attento a bere il caffè finché è caldo: una volta che ci si mette comodi, non si può più tornare indietro. È così per Gotaro, che non è mai riuscito ad aprirsi con la ragazza che ha cresciuto come una figlia. Yukio, che per inseguire i suoi sogni non è stato vicino alla madre quando ne aveva più bisogno. Katsuki, che per paura di far soffrire la fidanzata le ha taciuto una dolorosa verità. O Kiyoshi, che non ha detto addio alla moglie come avrebbe voluto. Tutti loro hanno qualcosa in sospeso, ma si rendono presto conto che per ritrovare la felicità non serve cancellare il passato, bensì imparare a perdonare e a perdonarsi. Questo è l’unico modo per guardare al futuro senza rimpianti e dare spazio a un nuovo inizio.

© Riproduzione riservata TheBookmark.it