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Varese e le sue librerie: itinerari di carta nel profondo nord della Lombardia

Varese e le sue librerie: itinerari di carta nel profondo nord della Lombardia

Articolo su Varese e le sue librerie: alla scoperta degli itinerari di carta nel profondo nord-ovest della Lombardia

Vivere in una nuova città, per me, vuol dire innanzitutto partire alla ricerca delle sue librerie. Non c’è viaggio che non presupponga questa azione. Soltanto visitando questi luoghi così fondamentali per la mia formazione, riesco ad entrare in simbiosi con il posto in cui mi trovo. Le libreria parlano e dicono molto di una città e di un territorio. Ne costituiscono e ne costruiscono parte della loro identità. Il varesotto non fa eccezione così come le librerie della stessa città di Varese che puntellano il centro storico in veri e propri itinerari di carta posti nel profondo nord-ovest della Lombardia.

Tre librerie, in particolare. Tre spazi che, nella loro diversità, comprendono testi di ogni natura, cercando di soddisfare ogni gusto personale. Fra le prime che posso citare, certamente un posto particolarmente importante lo occupa la libreria Libraccio, in Piazza XX Settembre. Un luogo costituito da spazi capienti, posto su due piani, con volumi a metà fra il nuovo e l’antico, dove è possibile scoprire testi entrati ormai in disuso ma preziosi nelle loro edizioni. Ogni settore è particolarmente curato. L’occhio ha la libertà di spaziare da un genere all’altro sollecitando la propria curiosità quasi non avesse mai tregua.

Oltre a Libraccio, il mio personale viaggio nelle librerie di Varese, ha fatto tappa nella locale Feltrinelli, situata all’interno dei locali di una ex libreria storica della città e poco lontana dalla prima che ho descritto, in Corso Aldo Moro. Anche qui gli spazi sono molto ampi. Come ogni libreria affiliata a questo importante marchio, i volumi contenuti nei suoi scaffali si muovono in perenne colloquio fra grandi classici e nuove uscite, dando particolare risalto, giustamente, a quelle della casa editrice milanese. Il lettore che entra nei suoi locali, non può che trovare riposta ad ogni sua esigenza letteraria.

Varese e le sue librerie: itinerari di carta nel profondo nord della Lombardi

Sempre nelle vicinanze, quasi a testimoniare una sorta di ideale dialogo fra librerie del centro basato sulla comune passione per la letteratura e la cultura, si trova la Ubik. Siamo in Piazza del Podestà, uno dei luoghi più caratteristici di Varese. Entrare in questo spazio, significa capire subito quanta accortezza e passione ci sia per i testi. Ogni parete della libreria è occupata da volumi, c’è addirittura un “muro” di libri a testimoniare quanto le uniche barriere possibili da valorizzare e da buttare giù con gli argomenti della cultura debbano avere al centro le nostre storie e la fantasia che c’è dietro.

Per approfondire, ecco il link al sito della libreria: https://varese.ubiklibri.it/

L’immaginazione, dunque. La base concettuale che è a fondamento di ogni libreria e che, anche a Varese, non sembra mancare assolutamente.

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Lombardia: un viaggio fra natura e cultura

Lombardia: un viaggio fra natura e cultura

Lombardia: un viaggio fra natura e cultura alla scoperta di città, borghi e paesaggi unici nella loro bellezza

Un’immersione totale nella natura. Fiori, alberi, piante di ogni genere con intorno cieli dalle prospettive infinite e dagli umori volubili. La Lombardia è simile ad un immenso giardino curato in ogni dettaglio, dove si avverte la capacità dell’uomo di tenere a bada la crescita prorompente della natura grazie ad un’applicazione quotidiana basata su una manutenzione che non esito a definire un vero e proprio esercizio di eleganza e passione. Quasi si stesse avendo cura di un bambino appena nato, a cui si cerca di dare le basi giuste per affacciarsi sul mondo. Per me, vivere in questi mesi in Lombardia, è stato un viaggio fra natura e cultura seppur non mosso da ragioni turistiche.

Almeno non all’inizio. Sono arrivato in Lombardia ad ottobre chiamato per la mia prima supplenza. Tensione, emozione, dubbi su quanto effettivamente potessi dare di mio a dei ragazzi che vedevo per la prima volta. Tutto questo mi ha accompagnato nei giorni precedenti la partenza e in quelli successivi quando, approdato a Varese, ho cercato di mettere tutto l’impegno possibile per capire cosa effettivamente significasse insegnare al di là di ogni studio personale, propedeutico a questa carriera bella ma complessa.

Lombardia: un viaggio fra natura e cultura
Lombardia: un viaggio fra natura e cultura

Ad ottobre Varese, come gran parte dell’Italia, era sferzata dal freddo e dall’inquietudine legata al Covid-19. Una città che lottava e lotta tuttora per continuare la vita di sempre. Cosa mi colpì subito di quest’angolo posto quasi all’estremo nord della Lombardia? Da cosa rimasi affascinato? Varese è una città che non si lascia scoprire immediatamente. Soltanto vivendola riesci a coglierne la graziosità dei suoi particolari storici e naturalistici. Si rivela all’occhio gradualmente, fino a spogliarsi del tutto quando comprendi che il fascino di alcune città non sta tanto nel suo essere belle al primo impatto, ma è nascosto nelle pieghe architettoniche che la compongono.

Varese è stata così e lo è ancora adesso che, in piena primavera, sta man mano sbocciando sotto il sole di giugno. Il centro storico fatto di piazzette, vicoli, ville antiche in cui piacevolmente perdersi e ritrovarsi durante il cammino; i Giardini Estensi, abbaglianti nel loro essere il simbolo di una storia che aveva a cuore la valorizzazione della natura. Non si può prescindere da questi luoghi se si vuole conoscere una città del genere sebbene una spiccata vocazione architettonica legata al mondo industriale, in certi casi, paia ottenebrare tutto questo. Cosa in parte vera e in parte no.

Se lo splendore nascosto è un po’ la caratteristica di Varese, lo stesso, invece, è manifestato con chiarezza in tutto quello che circonda la città. Mi riferisco a borghi bellissimi come Sesto Calende, dove la caoticità dei ritmi urbani svanisce percorrendo le sponde di un Lago Maggiore che contorna, con la brillantezza delle sue acque, un paesaggio costruito a misura di uomo e bambino. E allora, non mi stupisce che nel varesotto abbia vissuto un intellettuale come Gianni Rodari, la cui poetica dell’infanzia mi accompagna ancora oggi anche quando vedo parchi costruiti affinché i più piccoli possano esprimere la loro creatività. Sesto Calende è una cittadina che abbina dolcezza e bellezza, in una Lombardia dove i laghi sono l’orizzonte in cui riflettersi.

Non si può capire questa regione se non partendo da essi, da quanto turismo venga fatto quotidianamente valorizzando le loro enormi risorse. Come accade ad esempio a Stresa, seppur sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, meta di scrittori importanti come Hemingway che lì c’era passato durante la Prima guerra mondiale e da cui era rimasto stregato. Le Isole, infatti, Borromee sono un universo dentro un altro universo. L’isola Bella, soprattutto. Un luogo fermo nel tempo, immobile, dove il vocio e i passi di chi la percorre si rivelano accorti, quasi a non volerne disturbare la quiete dovuta a secoli di memoria storica.

La Lombardia e il suo nord-ovest sono anche fatti di confini, limiti che si compenetrano l’uno con l’altro fino a disfarsi del tutto quando si decide di varcarli. Stresa ne è la testimonianza lampante. Da questa imprescindibile consapevolezza si deve partire per viaggiare in questa regione, polmone economico e verde d’Italia, da apprezzare camminando, passo dopo passo, con occhio attento e spensierato, senza dimenticarsi di far battere il cuore su ogni particolare del suo paesaggio.

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il ballo delle pazze

Il ballo delle pazze, Victoria Mas

Recensione del romanzo “Il ballo delle pazze” di Victoria Mas, edito da E/O. Quando a volte bastava essere una donna ribelle per essere giudicata pazza

I manicomi femminili erano di gran voga nel 1800 e inizio 1900. Per internare una donna bastava davvero poco: i presunti attacchi di isteria, restare incinta dopo uno stupro, ribellarsi alle regole sociali. E’ un argomento che fa rabbrividire e di cui vi avevo parlato anche nella recensione de “L’isola delle anime”. Ne “Il ballo delle pazze” Victoria Mas riesce a trattare il tema in maniera semplice, ma fornendo al lettore le atmosfere giuste per comprendere la gravità della situazione vissuta da molte pazienti.

Trama

Fine Ottocento. Nel famoso ospedale psichiatrico della Salpêtrière, diretto dall’illustre dottor Charcot (uno dei maestri di Freud), prende piede uno strano esperimento: un ballo in maschera dove la Parigi-bene può “incontrare” e vedere le pazienti del manicomio al suono dei valzer e delle polka. Parigi, 1885. A fine Ottocento l’ospedale della Salpêtrière è né più né meno che un manicomio femminile. Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate “isteriche” e curate con l’ipnosi dall’illustre dottor Charcot, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l’esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene.

Alla Salpêtrière si incontrano: Louise, adolescente figlia del popolo, finita lì in seguito a terribili vicissitudini che hanno sconvolto la sua giovane vita; Eugénie, signorina di buona famiglia allontanata dai suoi perché troppo bizzarra e anticonformista; Geneviève, la capoinfermiera rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto. E poi c’è Thérèse, la decana delle internate, molto più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Benché molto diverse, tutte hanno chiara una cosa: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne. A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il “ballo delle pazze”, ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In quell’occasione, mascherarsi farà cadere le maschere…

Dopo aver concluso la lettura de “Il ballo delle pazze” ho subito pensato che se mi fossi trovata a vivere un secolo fa, probabilmente sarei stata anche io internata come pazza. Perché mi sono trovata nel comportamento di tante donne rinchiuse alla Salpêtrière semplicemente per essere diverse dal ruolo imposto da una società maschilista. Difatti, le donne “ospiti” della struttura sono state giudicate come pazze dai loro uomini, dai medici maschi e da una Parigi del tempo che ancora non accettava una donna indipendente e intraprendente.

Siamo a Parigi, nel 1885. Per i corridoi della Salpêtrière si sentono donne urlare, disperarsi, piangere in silenzio. Sono le pazze della città. Eppure, se solo ci si fermasse ad ascoltarle e a conoscerle, si scoprirebbe che ognuna di loro costudisce un dolore, una ferita nell’anima. C’è chi ha subito violenza ed è stata punita per questo. Chi ha commesso un solo errore contro uomo. O chi è semplicemente diversa dalla massa. E’ così che conosciamo le protagoniste del romanzo di Victoria Mas, tutte donne forti che hanno osato ribellarsi agli uomini. La loro pazzia viene addirittura spettacolizzata dai medici che usano le pazienti per i loro esperimenti sull’ipnosi curativa, causando non pochi danni.

Eugénie arriva in struttura trascinata con l’inganno dal padre, il quale non accetta la sua diversità così pericolosa, così disonorevole. Tutti si accorgono che Eugénie non soffre di alcun disturbo mentale. Perfino la rigida capo infermiera Geneviève deve ricredersi sui metodi della Salpêtrière osservando per la prima volte le pazienti come donne, donne come lei.

L’isteria è stata per lungo tempo considerata per lungo tempo come una malattia psichiatrica, e usata come scusa per internare le donne. Ecco un approfondimento sulla storia dell’isteria

Victoria Mas tratta il tema della “pazzia” femminile con delicatezza, ma senza tralasciare l’aspetto psicologico dei personaggi. “Il ballo delle pazze” è una lettura leggera, scorrevole che lascia un messaggio positivo e di speranza. E mi ha lasciato dentro una domanda a cui non penso troverò risposta “cos’è effettivamente la pazzia?”


il ballo delle pazze

Victoria Mas – Il ballo delle pazze

Titolo originale: Le bal des folles
Editore: Edizioni E/O
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Prima edizione: 2019
Prima edizione italiana: 2021
Formato: rilegato
Pagine: 192 pp.,
Traduttore: Alberto Bracci Testasecca
Prezzo: 16,50 euro

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La scuola

La scuola e il racconto della fine di un anno

Ed eccomi qui, dentro la scuola che mi ha ospitato per quest’anno. Mi chiedo quanto durerà il vuoto di queste sedie che vedo al mattino così sole, mentre la campanella sta per suonare, prima che vengano occupate dalla presenza dei ragazzi. Siamo tornati in classe da ormai qualche settimana. I ritmi stanno riprendendo ad essere quelli normali seppur dettati dalla pandemia. Ma cosa c’è di davvero normale in tutta questa situazione? Non serve far finta di nulla, è chiaro che il lavoro aiuta a dimenticare questa sospensione del nostro essere pienamente umani. La nasconde. Fino a quando? Loro i ragazzi, lo sanno. i più sensibili ne avvertono il peso, lo portano con sé mentre si siedono su queste sedie che cercano di dividere, distanziare, allontanare.

Ma ormai ci siamo. Un anno scolastico sta per finire. Ed è stata dura anche questa volta consentire un minimo di normalità didattica fra chiusure, riaperture e DaD. La scuola si trova, né più né meno, in una trincea scavata nei solchi delle nostre rispettive solitudini. Un mondo complicato a causa della distanza, che rende la partecipazione emotiva alle lezioni più povera, meno complice, scandita dai ritmi di un automatismo tecnologico in cui gli occhi non si cercano per ritrovarsi a discutere pienamente su un concetto o un argomento. Per viverlo insieme.

Già, vivere. D’ora in poi dovremmo ridare un nuovo significato a questa parola. Un termine che racchiude tutto ciò che siamo e che potremmo essere. Sì, ma ora? Che significato potrà mai avere davanti a tutte queste morti e ad una società che stenta a rialzarsi, messa al tappeto e claudicante, dalla pandemia? Li guardo con attenzione. Il viso coperto dalle loro mascherine, divisi dai banchi a rotelle. Non sono rimasti che gli occhi, al di là dei volti. E forse è un bene perché è da essi che si diffonde gran parte della nostra personalità. Alcuni hanno l’orizzonte spento, quasi stanco; altri, cercano una luce, la scintilla che li riporti ad essere semplicemente dei ragazzi della loro età.

La scuola

La verità è che siamo tutti stanchi. Me compreso. Le preoccupazioni, le paure irrazionali, l’ossessiva attenzione verso l’Altro ormai visto come un possibile pericolo. Da scansare ogni volta che ci appare davanti. Com’è possibile riamare se stessi e gli altri quando la vita avanza zoppicando, martoriata da un virus che sembra non avere tregua? E poi ci sono i programmi, certo. La scuola si basa su di essi, non può farne a meno. L’inquieto Petrarca, il mondano Boccaccio, la maestosità di Dante. Ha senso parlare di loro? Oggi che tutto appare effimero e certi contenuti sono ormai il simbolo di un mondo che deve essere rifondato su nuove basi? Quali, poi?

Mi chiedo spesso, guadandoli, se abbia senso tutto questo. Se sia necessario fornir loro nozioni e concetti, se il mio lavoro possa permettere di riaccendere un interesse verso temi così lontani, distanti. Il tempo, fuori da queste grandi finestre, è sempre incostante. Sembra indifferente a tutto ciò. Nonostante l’estate stia per nascere, ancora tutto appare umbratile, grigio, e le nuvole hanno difficoltà a riflettere l’azzurro di un cielo scontroso. Ma la natura sta rinascendo, lo sento. Quella non la puoi bloccare, quella può riprendersi ciò che l’uomo le ha tolto con la sua presenza, spesso devastante.

Dovremmo ripartire da qui, dalla naturalezza di essere umani e di problematizzare ciò che circonda. La scuola ha questo compito. Deve averlo sempre. Ed io come insegnante non posso tirarmi indietro, dovrò dare ai ragazzi le chiavi concettuali per comprendere il mondo, criticarlo, usare la parola per diventare uomini e donne consapevoli di costruire, giorno dopo giorno, il loro destino. Anche se quest’anno non è stato diverso da quello precedente e tutto appariva chiuso già dall’inizio, anche se lì fuori tutto appare immobile. No, non dovrà più accadere, mi dico.

Ripartire dai libri, dalle loro storie. Le relazioni umane sono in fondo fatte da esse. Perché la vita va raccontata e custodita dall’esempio di altre vite possibili. Quelle che spiego tutti i giorni, in un dialogo che è fatto dall’eternità del pensiero.

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Yamashita Hiroka

Intervista a Yamashita Hiroka

Tra bullismo, sessualità e comunicazione

L’autrice giapponese Yamashita Hiroka si racconta al pubblico italiano parlando del suo romanzo “Doll”

Intervista a Yamashita Hiroka e traduzione dal giapponese a cura di Claudia Zancan

Yamashita Hiroka nasce a Tokyo nel 1994. Nel 2015 termina il suo romanzo “Doll” con cui vince la cinquantaduesima edizione del premio letterario per scrittori emergenti Bungeishō, assegnato annualmente dalla rivista letteraria Bungei. Come prassi tra gli scrittori emergenti giapponesi, segue la pubblicazione del romanzo sulla rivista per poi essere pubblicato dalla casa editrice Kawade Shobō Shinsha.

Il romanzo è stato particolarmente apprezzato dalla giuria per la capacità di Yamashita Hiroka di dipingere un quadro estremamente realistico delle emozioni del protagonista. L’adolescenza e i suoi problemi sono qui descritti attraverso un’attenta analisi psicologica di Yoshizawa. Yamashita Hiroka racconta con un linguaggio schietto e immagini molto realistiche il senso di alienazione che pervade Yoshizawa, la mancanza di comunicazione tra lui, la sua famiglia e i suoi compagni di classe, e il grande problema dell’ ijime, il bullismo. Una storia, quella dell’ “amore” tra Yoshizawa e la sua bambola gonfiabile Yurika, che di base potrebbe essere difficile da accettare, ma che deve essere letta come una forma di ricerca di affetto e punti fermi nella vita di un ragazzo che si sente estremamente solo.

In Italia “Doll” di Yamashita Hiroka è tradotto da Valentina Franchi ed è pubblicato da Atmosphere libri nella collana AsiaSphere.

Intervista a Yamashita Hiroka

Grazie innanzitutto per questa intervista. Iniziamo parlando del protagonista di “Doll”, Yoshizawa. Nel romanzo l’assenza del padre di Yoshizawa è chiaramente espressa. Pensa che il problema della relazione padre-figlio  abbia influito sul processo di crescita del ragazzo?

Nel concepire la trama di “Doll” avevo deciso che il protagonista sarebbe dovuto crescere in un ambiente senza la figura paterna e in un contesto non agiato a livello economico. Io stessa sono cresciuta senza la presenza di mio padre. E ho pensato che sarebbe stato più semplice riflettere queste mie emozioni su carta. L’ambiente in cui si cresce durante l’infanzia, influisce molto sulla vita e sul carattere di chi diventiamo da adulti. Tuttavia, se paragoniamo una famiglia completa, con entrambi i genitori, con una famiglia in cui manca una figura come quella paterna, si potrebbe percepire un senso di difficoltà e di solitudine. Ma non credo che possa avere necessariamente un’influenza negativa sulla crescita.

Cosa ne pensa delle difficoltà comunicative nelle nuove generazioni e come le si potrebbero superare?

La capacità d’immaginazione è per me molto importante, non solo quando leggo o quando scrivo, ma anche quando comunico con gli altri. Infatti ritengo che la fantasia sia l’aspetto più importante nella comunicazione, sia nell’ambiente in cui si vive sia nel modo di pensare. Un bambino cresciuto in una famiglia con un padre non può cogliere del tutto i sentimenti di un bambino cresciuto in una famiglia senza questa figura. Una persona che non è mai stata vittima di bullismo non potrà mai comprendere i sentimenti di una persona che lo ha subito, come il protagonista di “Doll”.

Il vero significato del dolore e della solitudine, lo possono capire solo le persone coinvolte. Eppure, penso sia necessario, sia per i giovani che per gli adulti, cercare un modo di avvicinamento reciproco nel tentativo di comprendersi l’uno con l’altro. Tuttavia, quando si cerca di comprendere la vita di persone totalmente diverse da noi, c’è un limite effettivo e in quei casi è fondamentale la capacità di immaginazione, la nostra fantasia. Personalmente penso che la lettura mi abbia aiutato molto a sviluppare questa abilità.

Pensa che l’uso dei social media abbia aumentato le difficoltà relazionali e comunicative tra i giovani?

Al giorno d’oggi si comunica sempre di più attraverso i social media come Line e Twitter, e ho sentito che spesso le chat tra studenti si straformano in veri e propri atti di bullismo. Non vedendo né il viso né l’espressione delle persone con cui si chatta, è facile dire ciò che non si riuscirebbe dire dal vivo, e capita che in questo modo si possa ferire gli altri. Anche io, come autrice, chatto sui social, ma cerco di compensare le parti invisibili, come il viso delle persone con cui comunico, con la mia immaginazione. Mi sforzo di essere sempre sincera e onesta, nei limiti del possibile, quando scrivo sui social.

Certo, nei social si tende ad essere sempre cordiali, ma capita che vengano inviati anche commenti accusatori,  scagliate parole con cattiveria, e trasmessi sentimenti negativi. La violenza delle parole può essere davvero straziante. Nonostante ciò, ci sono dei momenti in cui mi sento in colpa per quello che ho scritto nel romanzo, per le parole che usato. C’è la possibilità che alcune mie parole possano aver ferito qualcuno. Ad esempio, quando un lettore mi dice che ha percepito fastidio nel leggere il libro, provo due sentimenti contrastanti. Da una parte ho il desiderio di criticarlo, in quanto se ho scritto alcune parti era perché necessarie ai fini della trama, ma allo stesso tempo mi sento in colpa se qualche lettore è stato ferito dal mio romanzo.

In effetti, un certo numero di lettori giapponesi non ha apprezzato e ha provato un senso di disgusto su come siano stati descritti il bullismo e il sesso in “Doll”. Probabilmente quello dello scrittore è un mestiere in cui si dovrà sempre affrontare il senso di colpa.  Ovviamente la scelta di utilizzare certe parole e certe descrizione che io autore ritengo necessarie, potrebbe ferire e infastidire i lettori.

Ritiene quindi che l’uso dei social media abbia un impatto negativo?

Penso che i social media possano avere un’influenza sia positiva che negativa. Come detto in precedenza, dalla mia esperienza, dall’anno scorso ho aperto un mio profilo social come scrittrice. Se da una parte vengo incoraggiata dalla gioia di poter legare con diversi lettori e dai loro messaggi pieni di affetto, d’altro canto succede che vengo ferita dalle parole di persone che inviano commenti poco carini.  A volte capita che alcune parole possano attirare antipatia. Ma, dall’uscita di “Doll”, sono riuscita, attraverso Instagram, a sentire il parere di tanti lettori italiani e questo mi ha reso davvero felice. In questo modo, siamo anche riuscite a realizzare questa intervista per il blog e ne sono davvero grata.

Mi auguro che “Doll” possa arrivare ad un pubblico di lettori italiani sempre più ampio. Se non ci fossero stati i social non sarei mai riuscita a mettermi in contatto con persone da tutto il mondo. Se da una parte si è ampliato il mio mondo, ho anche attirato la cattiveria di persone inaspettate. Penso che ci siano davvero sia aspetti negativi che positivi.

Yamashita Hiroka

Leggi anche la recensione di “Doll” di Yamashita Hiroka

Il tema della sessualità è centrale in “Doll”. L’Italia è il fulcro del mondo Cattolico, il rapporto d’amore e la scoperta della sessualità tra Yoshizawa e la sua bambola gonfiabile Yurika potrebbe non venire del tutto compreso. La sessualità e la scoperta del sesso sono da noi ancora argomenti tabù. Come vivono la sessualità i giovani giapponesi?

Il Giappone è ancora indietro per quanto riguarda l’educazione sessuale. Quando ero studentessa ho avuto l’impressione che venissero trattati in maniera molto approssimativa solo gli organi sessuali e il concepimento e che non si facessero domande sulla sessualità. Eppure in Giappone è un argomento che si potrebbe affrontare grazie alle lezioni di educazione sanitaria che si tengono regolarmente a scuola. Parlare di sesso è considerato un tabù. Sono molto rare le occasioni in cui si può parlare e comprendere il sesso e succede spesso che tanti diventano adulti avendo una concezione sbagliata anche sugli anticoncezionali. 

Malgrado la curiosità dei giovani per il sesso, non c’è lo stesso interesse per il rischio che comportano i rapporti sessuali. Purtroppo a causa della situazione attuale del Covid, si sta affrontando il grave problema sociale delle gravidanze tra le studentesse delle medie e delle superiori. Al momento in Giappone, però, non si può acquistare la pillola del giorno dopo a meno che non si vada direttamente in ospedale. E anche se la si riuscisse ad acquistare, è molto costosa. Inoltre per i minorenni andare in ospedale ha di per sé diversi ostacoli. Attualmente si sta cercando di migliorare il sistema e acquistare la pillola del giorno dopo in farmacia, ma se da una parte questo abbasserebbe gli ostacoli nell’acquistarla, sembrano esserci anche diverse preoccupazioni.

Ho sentito da un conoscente che si sono aperti dei corsi sulla sessualità rivolti alle studentesse delle medie e del liceo tenuti da scrittrici di letteratura erotica.  Essendo una problematica delicata, questo è un modo per essere più persuasivi rispetto all’ imparare dagli adulti vicini come i genitori e gli insegnanti. Penso sia anche per i giovani più facile da ascoltare. A mio parere i problemi riguardanti l’educazione sessuale in Giappone potrebbero emergere maggiormente rispetto all’educazione sessuale nel resto del mondo.

Un altro tema importante in “Doll” è il bullismo. Secondo Lei quali sono le cause della diffusione del bullismo in Giappone?

In “Doll” viene trattato il problema del bullismo, ma non era mia intenzione che diventasse il fulcro della trama. In verità penso che il problema del bullismo non sia relegato solo ai confini giapponesi, ma sia un problema mondiale. L’interpretazione del bullismo è diversa da persona a persona, ma esiste anche un bullismo nascosto non solo tra gli studenti, ma anche nel mondo degli adulti. E’ nascosto in quanto non si è sviluppato in suicidio o altri tipi di incidente. E penso che in questo preciso momento nel mondo ci sia qualcuno che soffra e sia preoccupato perché non può parlare con nessuno di questi atti di bullismo.

Quale messaggio vorrebbe che “Doll” lasciasse nei lettori?

Nel momento in cui il romanzo si allontana dalle mani dell’autore può essere letto in qualsiasi modo. Tuttavia, “Doll” è un romanzo che tende ad affrontare tematiche come il bullismo e la sessualità, ma in realtà è molto puro e mi renderebbe felice se venisse considerato e letto come un romanzo che ha alla base una parte  in cui viene espressa la purezza e l’innocenza di noi esseri umani. Il finale di “Doll” è molto triste, ma se venisse letto percependolo come una storia d’amore, quella in cui il protagonista  ha amato qualcuno – anche se una bambola- , potrebbe regalare una sensazione diversa a fine lettura.

Edizione giapponese di “Doll”

Il Corona virus ha sconvolto la vita di tutti noi cambiando molte nostre abitudini e certezze. Pensa che l’esperienza del Covid potrà influenzare i suoi prossimi lavori?

Se parliamo del romanzo a cui sto lavorando adesso, sicuramente riflette la situazione sociale attuale e perciò descriverà inevitabilmente anche la situazione del Covid. Ma la mia opera precedente -“Eror”- é una storia basata su una “food fighter” perciò la descrizione della vita quotidiana stonava con il contesto, e l’ho evitata. Non penso di inserirlo se sarà un elemento fuori luogo nel contesto della trama, se invece sarà inevitabile la sua presenza, lo terrò.

E’ mai stata in Italia? Ha mai letto qualcosa di letteratura italiana?

Non sono mai stata in Italia. Appena la situazione del Covid si sarà normalizzata, vorrei assolutamente visitarla. Non ho letto molto di letteratura italiana, ma mi piacerebbe leggere qualcosa come  la “Divina Commedia” di Dante.

Quale autore giapponese vorrebbe consigliare ai lettori italiani?

Non riesco a snominarli tutti perché ce ne sarebbero tanti.  Tra le mie opere  preferite consiglierei senza dubbio “La ruota dentata” di Ryunosuke Akutagawa, “La casa delle belle addormentate” e “Il braccio” di Yasunari Kawabata, “L’amore di uno sciocco” di Junichiro Tanizaki, “Occhi nella notte” di Eimi Yamada,  “” di Fuminori Nakamura,”Kamisama no bōto  “di Kaori Ekuni, “Kami no tsuki” di Mitsuyo Kakuta e “Kaka” di Rin Usami.


Ringrazio di cuore la scrittrice Yamashita Hiroka e la casa editrice Kawade per avermi dato la possibilità di realizzare questa intervista!

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il grande azzurro

Il grande azzurro, Ayesha Harruna Attah

Recensione del romanzo “Il grande azzurro” di Ayesha Harruna Attah edito da Marcos y Marcos. Una storia del legame magico tra due sorelle gemelle

Nelle culture di tutto il mondo i gemelli sono un evento straordinario. Sono gli unici al mondo a nascere insieme, crescono mano nella mano, si parlano con il solo sguardo. Si dice che i gemelli spesso riescano a percepire i pensieri, sentimenti, dolori dell’altro anche se lontani. Hassana e Husseina, le protagoniste de “Il grande azzurro” di Ayesha Harruna Attah, sono proprio una coppia di gemelle che rispecchia a pieno questa credenza popolare. Ma la crudeltà della storia è dietro l’angolo per dividerle..

Trama

Hassana e Husseina sono sorelle gemelle. Fino ai dieci anni sono rimaste sempre insieme, nella pace del villaggio: Hassana era la gemella più forte, estroversa, Husseina la più timida e schiva. I mercanti di schiavi le separano in un giorno di fragore e fiamme, gettando tra loro un’insondabile distanza. Hassana si aggrappa a Husseina nei sogni, per Husseina lo strappo dalla famiglia e dalla gemella è un pensiero troppo doloroso.

Entrambe tuttavia nella lontananza fanno fiorire la loro autentica personalità. Lottano per essere libere: libere da padroni sordidi e meschini, ma anche da chi vuole convertirle “per il loro bene”; libere di partecipare ai riti candomblé nella foresta brasiliana, libere di esprimere il proprio talento nel lavoro, libere di abbracciare cause più grandi nel mondo mutevole e febbrile dell’Africa di fine Ottocento. Imparando ad accettare le paure e i desideri più intimi affronteranno l’acqua profonda che le separa; si ricongiungeranno soltanto quando potranno guardarsi negli occhi come due persone intere.

Hassana, dopo esser stata separata da sua sorella, resta nella Costa d’Oro, l’odierno Ghana, e grazie ad un missionario europeo riesce a liberarsi dal suo schiavista. Inizia per lei un capitolo di vita abbastanza sereno in cui si avvicina alla cultura, lingua e religione anglosassone. Ma la mancanza di Husseina è sempre più persistente. Manca la condivisione, lo scambio di sguardi, il crescere insieme.

Husseina è al di là de il grande azzurro, un Oceano sconfinato che l’ha portata sulle coste del Brasile. Qui impara a conoscere sé stessa, a capire chi sia realmente anche senza la sua gemella. Nonostante la lontananza, le radici africane vivono il lei come a richiamare quel capitolo della sua esistenza ormai lontano eppure ben profondo nel suo cuore. Per le due sorelle i sogni sono l’unico modo per avere l’una notizia dell’altra. È il potere di Ibeji, protettore dei gemelli, che aiuta a far congiungere “chi cerca e chi chiama”. Tra riti ancestrali, la ricerca della propria identità in un’Africa in pieno cambiamento, Ayesha Harruna Attah dona ai lettori una storia di affetto e di riscatto.

“Il grande azzurro” alterna capitolo dopo capitolo la voce di Hassana alla voce di Husseina. Riusciamo così a immergerci in una situazione storica di cui spesso ignoriamo o facciamo finta di non ricordare: la tratta degli schiavi. Sia in Africa, ormai territorio dei coloni europei, sia nelle Americhe, la tratta degli schiavi africani è un capitolo doloroso della storia di tutti noi.

La Costa d’Oro faceva parte della cosiddetta “costa degli schiavi” un tratto di costa atlantica di circa 450 km compreso tra la foce dei fiumi Niger e Volta, da cui partivano gli schiavi dal XVI al XIX secolo. Alla base della tratta degli schiavi c’erano gli stessi africani: i mercanti africani, infatti, catturavano schiavi da vendere agli europei in mercati come quello di Lagos. Dalla costa degli schiavi furono deportati circa un quinto degli Africani che raggiunsero le Americhe.

Attraverso una narrazione fluida, piena di immagini vivide e di richiami a tutta la sfera culturale africana, “Il grande azzurro” è un vero e proprio viaggio alla ricerca di identità e di speranza. Man mano che la storia si evolve e le protagoniste crescono, il lettore cresce con loro. La parte di Hassana, scritta in prima persona, cambia il proprio nel linguaggio con la crescita della piccola protagonista da bambina a giovane donna. Nel momento in cui Hassana acquisisce proprietà di linguaggio, la sua visione del mondo si colora di nuove espressioni, visioni percezioni.

I capitoli dedicata a Husseina, anche se scritti in terza persona, trasudano di un dolore misto a dolcezza. C’è tutta la cultura africana, nel Brasile lontano. Gran parte del folklore e del bellissimo aspetto antropologico degli schiavi liberati in Brasile, è raccontato proprio dai passi di Husseina in questa sua nuova vita. Ho apprezzato molto le note a piè di pagina per spiegare le tante parole legate alla cultura africana che avrebbero perso di significato e identità se tradotte. Come il bel vocabolario ben dettagliato a fine libro, per approfondire ancora di più il meraviglioso mondo africano.

Penso che “Il grande azzurro” sia un ottimo romanzo per potersi immergersi nelle atmosfere africane senza perdere la bellezza di una penna fresca e coinvolgente. Infatti è stata la mia lettura per la tappa ambientata in Africa del nostro #ilgirodelmondoin12letture. Assolutamente consigliato!

Ringrazio la casa editrice Marcos y Marcos per avermi omaggiato di una copia del libro!


il grande azzurro

Ayesha Harruna Attah – Il grande azzurro

Titolo originale: The Deep Blue Between
Editore: Marcos y Marcos
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Prima edizione: 2019
Prima edizione italiana: 2021
Formato: rilegato
Pagine: 318 pp.,
Traduttore: Francesca Conte
Prezzo: 17,00 euro

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Io sono Gesù

“Io sono Gesù” di Giosuè Calaciura

Recensione del libro “Io sono Gesù” di Giosuè Calaciura. La vicenda di un uomo al di là della fede e della storia

Figlio della terra e del cielo

Essere uomini, semplicemente. Impastarsi della realtà, della sua polvere marcia e dei suoi cieli luminosi. Farlo con tutto se stessi, fino alla fine dei propri giorni, per lasciare una traccia, qualunque cosa possa servire a testimoniare con quanta intensità abbiamo vissuto. E il Gesù di Calaciura lo sa bene. Ne ha piena coscienza e vuole costruirsene una a partire dagli sforzi quotidiani che ognuno di noi fa per sopravvivere. “Io sono Gesù” è quindi un libro che racconta la vicenda di un uomo al di là della fede e della storia.

Siamo lontani da ogni tipo di riferimento teologico. Non ci sono discorsi della montagna né parabole da raccontare. Non ci sono nemmeno discepoli e i miracoli non sono altro che quelle azioni che ci permettono di superare le avversità della vita. Gesù è un bambino, un ragazzo, un giovane uomo come ce sono tanti nel mondo. Nato da una madre che bambina lo ha dato alla luce e cresciuto da un padre che scompare nel nulla lasciandolo irrimediabilmente solo nei momenti più importanti della sua crescita.

La sua è una storia feroce, fatta di fatica, sudore, tensioni, rabbia. Sì, il Gesù di Calaciura è anche capace di provare risentimento, contorcersi per la gelosia, arrivare a lambire anche il suicidio di fronte al pesante fardello interiore che lo affligge fin da piccolo, un peso che non riesce a capire e che lo dilanierà fino alle ultime pagine del libro. “Io sono Gesù”, un titolo che riflette in pieno quanto quest’uomo si ponga costantemente davanti a se stesso, riflettendo sulle sue azioni, ammettendo errori e compiendone altri, perché siamo fatti così anche noi e non possiamo che esserlo per tutta la vita.

Cercando Dio

Gesù è un ragazzo inquieto. Si muove senza pace, come se gli mancasse sempre qualcosa. Si sporca le mani col lavoro di suo padre, lavora il legno con cura, nervatura dopo nervatura. Decide di farlo perché è nella fatica che si riesce ad affermare ciò che si è veramente, a darsi un’identità, a ritrovare le sue radici. “Padre, perché mi hai abbandonato?”, ripete costantemente, perché mi hai lasciato solo in una terra malvagia? Perché non sei qui a darmi una mano?, parafrasando ancora quella domanda che la fede ci ha tramandato nel corso dei secoli.

Ma non è un padre ultraterreno. No, non si tratta di una divinità persa nelle eternità dei cieli. È solo Giuseppe, l’uomo che si è preso il peso di un figlio che non vede mai come il suo e che abbandona per l’incapacità di accettare questo destino. Gesù lo sa, se ne rende conto in una disperazione all’interno della quale cerca speranza. Con lui, una madre attenta e silenziosa, in grado di aspettare le assenze improvvise del figlio con la pazienza che nasce dall’avere davanti una perenne solitudine che fin da bambina porta con sé. “Io sono Gesù”, sembra sempre ripetere inconsciamente davanti a lei questo ragazzo, sono io e nessuno potrà mai impedirmi di non esserlo.

È questa l’umanità dell’uomo. Sincera e tremenda. Incontrovertibile. Gesù sa di essere fatto di sangue e carne; nel profondo serba, però, la tensione verso una presenza oscura, mai evidente. Sa di essere speciale, ma cosa lo rende tale? Di sicuro la sua storia personale, i suoi incontri. Ma non basta. Ho avvertito abbastanza nettamente tutto questo nel personaggio di Calaciura. Uomo fra gli uomini, artefice del suo destino eppure proteso verso l’alto, una dimensione a cui non sa dare una spiegazione e che solo lui potrà conoscere col passare del tempo. Se solo vorrà.

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“Io sono Gesù” racconta con dolcezza la vicenda di un ragazzo sovrano e vittima di se stesso. La racconta tenendo a mente la ferocia della vita e dando ad essa tutto il palcoscenico che merita, come fa Gesù quando, in alcune pagine del libro, recita nella compagnia di Barabba. Perché alla fine siamo tutti degli attori e indossiamo delle maschere. Senza dimenticare che è solo lo spirito a farle definitivamente cadere.

  • Editore: Sellerio Editore Palermo
  • Collana: Il contesto
  • Anno edizione: 2021
  • In commercio dal: 4 febbraio 2021
  • Pagine: 288 pp., Brossura

Parola/Segnalibro: #io.

Un ascolto/un’opera d’arte: Nick Cave and The Bad Seeds – Jesus Alone (2016); Pier Paolo Pasolini – Il Vangelo secondo Matteo (1964).

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Lessico famigliare

“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg

Recensione del libro “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg. Siamo le parole che viviamo ogni giorno

Una vita e il suo racconto

Ci sono parole di cui non si può fare a meno, parole che devono far parte di noi come se fossero un pezzo del nostro corpo. Le impariamo dentro la nostra famiglia, servono a costruire ciò che siamo, a farci diventare delle persone consapevoli di noi stesse. Molto spesso, sono parole antiche, sedimentatesi nel corso degli anni, che passano dai padri ai figli, con sempre rinnovata forza. Lessico famigliare di Natalia Ginzburg racconta questo incantesimo del linguaggio, perché alla fine siamo noi stessi le parole che viviamo ogni giorno, in ogni istante.

La vita di questa straordinaria scrittrice ha sempre messo al centro la letteratura e la passione per la cultura. Donna, intellettuale, figlia. Dentro la sua famiglia, le parole erano il fulcro di tutto. Ogni espressione del volto, ogni gesto, veniva accompagnato da una particolare esclamazione della parola che esprimeva in tutto l’identità della persona che la pronunciava. Che fosse suo padre o sua madre, che fossero altri, non importa. La lingua dà anima agli uomini. Ed è questo quello che conta.

Lessico famigliare è un piccolo vocabolario narrativo. Racconta le storie della famiglia Levi (questo il vero cognome di Natalia, Ginzburg verrà scelto in onore del compagno Leone, torturato e ucciso dai nazisti) nella loro quotidianità, piccola e straordinaria, con episodi i cui attori sono personaggi che rimarranno per sempre nella storia della nostra cultura. Basti pensare a Cesare Pavese, a cui Natalia sarà per tutta la vita molto legata.

Lingua e storia

Siamo a cavallo della Seconda guerra mondiale, quando i sogni degli ebrei vengono spezzati dall’antisemitismo e non c’è alcuna soluzione all’odio se non attraverso una strenua e coerente resistenza. Natalia vive questi anni con angoscia, vedendo scomparire, a poco a poco, tutti gli affetti da cui era circondata. Un processo di estinzione terribile, che annienta le coscienze e le parole per esprimerlo. Le parole, appunto. L’unico appiglio a cui affidarsi per raccontare, seppur in parte romanzata, la storia della sua vita.

Sta proprio qui, a mio avviso, la grandezza di Lessico famigliare. Racconta con semplicità l’utopia di essere umani in un momento che non lo consente. Nonostante l’orrore, nonostante gli arresti improvvisi, in questo libro non c’è spazio per la disperazione se non mitigata dalla cultura, dall’amore viscerale nei suoi confronti. Quanto coraggio in questa donna, quanta affascinante voglia di dimostrare la necessità della vita con l’esempio personale. Un modo di essere che si fa parola, testo, narrazione.

Quanta tenerezza in queste pagine, quanta voglia di scoprire, alla loro lettura, un particolare, un modo di vedere la vita che non si accontenti del corso delle cose ma sappia andare oltre allontanando la loro inutilità, le persone che le rendono tali, acquisendo invece tutto quello che di buono ci può essere, soprattutto se raccontato con talento e voglia di capire se stessi e la propria storia personale.

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“Era necessario tornare a scegliere le parole […]”, scrive Natalia in Lessico Famigliare, curarle con attenzione e mai banalmente. Lasciare che si sedimentino dentro di noi fino a farci cambiare la nostra visione del mondo. Un tempo c’era più attenzione per tutto questo. Ora, ahimè, non penso ce ne sia altrettanta.

  • Editore: Einaudi
  • Collana: SuperET
  • Anno edizione: 2010
  • Formato: Tascabile
  • Pagine: 278 pp.

Parola/Segnalibro: #linguaggio.

Un ascolto/un’opera d’arte: Samuele Bersani – Le mie parole (2002); Sofonisba Anguissola – Ritratto di famiglia. Minerva Amilcare e Amilcare Sofonisba (1557).

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Avventure della ragazza cattiva

“Avventure della ragazza cattiva” di Mario Vargas Llosa

Recensione del libro “Avventure della ragazza cattiva” di Mario Vargas Llosa. La passione sensuale per la letteratura

Eros e storia

La follia di un amore contorto, perverso. Uno di quegli amori che consuma la psiche e il corpo di chi lo prova. Sentimento terribile e sfuggente, capace di sovvertire la vita di un uomo ma anche di farla maturare a caro prezzo. Avventure della ragazza cattiva non è solo il romanzo degli effetti malvagi di una donna tremenda, egoista, lussuriosa su un uomo profondamente idealista e perbene, Ricardo Somocurcio. No, non solo questo. Il libro di Vargas Llosa, infatti, sa entrare nelle pieghe sanguinanti della storia peruviana ed occidentale sapendo raccontare anche la passione sensuale per la letteratura.

Soltanto le vicende politico-sociali sudamericane possono riflettere e testimoniare questa estrema visceralità per la vita e la sua negazione. E la niña mala personifica con la sua bellezza maledetta tutto ciò. Non si tratta soltanto della descrizione appassionata di un rapporto sentimentale contraddittorio e malato. Il romanzo utilizza questa affezione per estenderla all’analisi della realtà che circonda i due protagonisti. Un mondo fatto di grandissimi stimoli intellettuali ma capace di efferate mostruosità nel momento in cui sa farsi dittatura e regime.

Avventure della ragazza cattiva è un viaggio bruciante dall’Europa all’Oriente, nelle città simbolo di queste zone del mondo. La vibrante Londra, la magnetica Parigi, vero nucleo urbano di tutto il romanzo, il luogo che Ricardo ha scelto per vivere la sua esistenza nel fiore degli anni. Una Parigi orgogliosa del suo splendore in grado di aiutare ad affermare chiunque decida di passare la sua vita fra i suoi edifici, le sue strade, i suoi ponti. Il luogo in cui l’approdo alla propria maturità esistenziale si fa complesso, inquieto, ricco di momenti di scoramento e bellezza.

Scrivere la perversione

In queste pagine non c’è solo la vita di Ricardo; c’è il suo talento nascosto, simile a quello dell’autore che scrive, attraverso di lui, la sua storia. Quello per la scrittura e la letteratura, le uniche capaci di descrivere le perversioni che permettono a noi uomini di sentirci tali, con tutte le nostre bassezze e debolezze. Ricardo non è irreprensibile. Nel suo amore masochista nei confronti della niña mala, nasconde quel perverso desiderio di sentirsi egli stesso amato a cui non è possibile rispondere con la bontà dei sentimenti.

Non basta avere cara la vita di qualcuno, prendersene cura, stargli vicino dimostrandogli tutto l’affetto possibile; bisogna anche fare i conti con l’anima brutale che si cela in ognuno di noi e che rende quel sentimento, così apparentemente puro, qualcosa di torbido e meschino, in grado di farci del male e di distruggere le certezze che abbiamo assimilato nella nostra storia personale in anni di crescita psicologica e fisica.

L’individuo, i suoi risvolti meschini, la sua necessità di amare facendo del male, non può, in tal senso, non riflettere la società in cui si trova, essa stessa simbolo di un tale orrore. E quella di Ricardo è in perenne fermento tra momenti di bellezza disarmante (i ricordi della sua terra natia, quelli associati alla Parigi culla della sua nuova vita) e gli attimi di una storia feroce, che azzanna ciascuno di noi ponendolo davanti alle sue fragilità.

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Avventure della ragazza cattiva abbina l’eleganza dello stile alla complessità della Storia, quella grande, quella che in certi momenti, non riusciamo nemmeno a capire. Vargas Llosa è un narratore che si pone agli estremi dell’anima dell’uomo cogliendola quando non può che rispecchiarsi nel Male assoluto cercando di trasformarlo in qualcosa di buono. Un paradosso che solo la grande narrativa può permetterci di capire.

  • Traduttore: Glauco Felici
  • Editore: Einaudi
  • Collana: Super ET
  • Anno edizione: 2014
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 27 gennaio 2014
  • Pagine: 362 pp.

Parola/Segnalibro: #corpo.

Un ascolto/un’opera d’arte: Lana Del Rey – Burning desire (2012); Wong Kar-wai – In the mood for love (2000).

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geisha monogatari

Geisha Monogatari, Miriam Nobile

Recensione del saggio “Geisha Monogatari – La storia della geisha, dalle origini ad oggi” di Miriam Nobile. Un libro perfetto per conoscere tutti i segreti di questa figura iconica della cultura giapponese

Tra le figure più iconiche della cultura tradizionale giapponese spicca la geisha. Spesso confusa qui in Occidente per una prostituta, la geisha ha una lunga storia in cui ha subito un’ evoluzione per diventare l’artista professionale in cui la si inquadra oggi. “Geisha Monogatari” di Miriam Nobile è un saggio unico nel suo genere. Ritengo sia il libro in lingua italiana più completo sulla storia e sulle peculiarità della geisha. Se siete alla ricerca di un approfondimento ben curato e pieno di curiosità, allora questo saggio è perfetto per voi!

Trama

Geisha Monogatari è un saggio che parte dal Giappone classico e arriva al Giappone moderno, per capire quali furono i contesti socio-culturali che hanno portato alla comparsa della geisha nella società giapponese. L’opera, frutto di un approfondito lavoro di ricerca, si basa sull’analisi di quelle realtà e di quelle figure femminili che hanno costituito il background da cui nascere e attraverso cui svilupparsi, diventando così la geisha uno dei simboli maggiormente significativi e rappresentativi della storia e cultura giapponese più tradizionale.


Non tutti sanno che la parola geisha 芸者 significa “persona dedita alle arti” ( 芸 = arte; 者= persona). Infatti la geisha si occupa proprio di tramandare le tradizionali arti giapponesi come il canto, la danza, la musica. E’ l’unica donna artista a lavorare nel teatro tradizionale così come ad avere la libertà di poter modificare alcuni brani di musica antichi. Nel “mondo dei fiori e dei salici” la geisha è anche un’intrattenitrice. Ma non nella concezione spesso volgare del nostro pensiero occidentale.

Accompagnata da giovani apprendiste (maiko舞子, ovvero bambine danzanti), la geisha intrattiene le serate di uomini e donne facoltosi con conversazioni a tono, balli, sketch ironici e giochi per coinvolgere – senza essere maliziosi! – i clienti. Intrattenere, nel mondo giapponese, significa infatti anche solo saper versare una tazza di tè secondo le rigide regole del chado 茶道. Non a caso le maiko e geisha vivono e sono legate alle okiya 置屋, le case da tè. 

“Geisha Monogatari” di Miriam Nobile, immerge il lettore nelle atmosfere più antiche del Giappone per percorrere la storia di come si è arrivati alla geisha moderno-contemporanea. Tutta la prima parte del libro è dedicata alla storia e usanze dei quartieri di piacere e delle prostitute che vi lavoravano. Mentre la seconda è un focus solo sulla figura della geisha. Un primo errore, infatti, è credere che il termine “geisha” abbracci tutta la categoria di ragazze e donne all’interno del mondo fluttuante. Come Miriam Nobile spiega, la figura ufficiale della Geisha (donna artista) si è affermata nel 1761. Prima e per tutto il periodo Tokugawa esistevano diverse figure del piacere, tutte con un ruolo sociale diverso e ben definito.

Uno degli aspetti che più ho apprezzato di “Geisha Monogatari” è stato lo studio approfondito di Miriam Nobile per dipingere il grande quadro animato della società giapponese intorno al mondo dei quartieri di piacere. Un po’ come tanti aspetti della cultura giapponese, anche nell’arte dell’erotismo e delle arti tradizionali, tutto era dettato da regole e ruoli ben definiti. Molto interessanti i capitoli dedicati alle cortigiane di Yoshiwara – il quartiere per eccellenza dove esisteva la più alta concentrazione di bordelli, teatri e case da tè.

Sebbene possa sembrare un mondo dorato, fluttuante per l’appunto, l’autrice ci svela dei retroscena molto dolorosi. Erano poche le cortigiane ad avere una vita agiata. La gran parte delle persone all’interno dei quartieri di piacere provenivano da una povertà estrema e cercavano fortuna – o qualche soldo in più – in quella vita. Non tutte le bambine che arrivavano nei quartieri dei fiori e dei salici erano destinate a percorrere la via delle arti tradizionali. In molte conducevano una vita simile alla schiavitù per poi esser messe in vetrina alla mercé degli uomini.

Documentario in inglese sulla figura della Geisha

La geisha è un’artista e per la società giapponese è sempre stata vista e considerata diversa dalla prostituta. Dopo l’abolizione della prostituzione con la legge del 1956, la geisha ha continuato il suo lavoro, la sua arte e il suo intrattenimento. Un chiaro messaggio in cui è la legge stessa a difendere il lavoro della geisha dai tanti pregiudizi occidentali. La geisha offre la sua arte, non il suo corpo. E’ ancora oggi un simbolo dalla valenza sociale importante in quanto una delle poche figure tradizionali a mantenere viva l’arte antica giapponese.

La passione di Miriam Nobile è tangibile in ogni parola e in ogni minuziosa ricerca che ha condotto. “Geisha Monogatari” è un saggio completo, accurato, con una solida bibliografia. In più la scrittura di Miriam Nobile è coinvolgente rendendo questa lettura ancora più interessante. E’ un MUST per tutti gli amanti del Giappone e i curiosi della figura della geisha. Assolutamente consigliato!

Per tante curiosità sul mondo della Geisha, seguite la pagina ufficiale di “Geisha Monogatari”!

https://www.instagram.com/geisha.monogatari


Geisha Monogatari Miriam Nobile

Miriam Nobile – Geisha Monogatari
Editore: Phasar
Genere: Saggistica
Prima edizione: 2020
Formato: brossura
Pagine: 326 pp.,
Prezzo: 18,00 euro

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