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Dante: un esilio perenne

Riflessioni sul monumento funebre di Dante a Ravenna alla riscoperta delle radici di ogni letteratura. Un esilio perenne.

È una mattinata tranquilla di fine agosto. Le strade di Ravenna sono quasi del tutto silenziose. Molti sono ancora in ferie e la maggior parte della gente cammina a piedi o va in bicicletta, in una città elegante, raffinata come la storia che testimonia. Passeggiarci è un piacere per il corpo e per la mente che non sembrano mai stancarsi. Tutto ricorda Dante. Gli angoli delle strade sono tappezzati di sue citazioni e il profilo del poeta ti scruta guardingo in ogni sua stilizzazione grafica. Strategie di marketing per attirare i turisti? Non c’è dubbio ma avverto qualcos’altro. Qualcosa che collega Dante alla riscoperta delle radici di ogni letteratura ma che lo pone, al tempo stesso, in un esilio perenne.

Solo allora risalgono alla memoria le giornate passate in classe a spiegarlo, a far capire come i suoi versi siano ancora vivi, presenti nella società italiana come non mai. A settecento anni dalla sua morte, Dante descrive ancora bene le contraddizioni che viviamo quotidianamente, sia da italiani che da esseri umani. Inquieti, suscettibili, masochisti nell’odiare noi stessi e nel non fare nulla per cambiare questa situazione. Ed ecco che dentro di me le domande iniziano a nascere poco a poco, fino a diventare impossibili da tacere.

Domande sulle ragioni che lo avevano portato a lottare fino alla fine per trovare un patria, un luogo in cui sentirsi definitivamente a casa e che appare nei suoi versi impossibile da realizzare, lui che aveva profeticamente cercato di trovare una soluzione linguistica comune ai molteplici volgari presenti nella penisola. Un paradosso, un’assurdità eppure la sua vita è l’emblema di tutto questo. Dante verrà condannato, cacciato, costretto ad una peregrinazione continua. Posto ai margini della sua città, quella Firenze che fra Duecento e Trecento inizierà a dettare legge in ogni campo del sapere nonostante sia percorsa da superbia, invidia e avarizia, come scriverà nell’Inferno.

Dante ha profetizzato il nostro essere perennemente divisi, l’incapacità di sentirci un popolo unico, in grado di riconoscersi nel suo passato e nella sua tradizione cantando, contemporaneamente, la necessità di quest’ultima. Chissà se ne abbiamo ancora coscienza. Come la mia che si è trovata davanti a questa cappella piccola e dignitosa, simbolo di humilitas (e la vicinanza alla basilica di S. Francesco, al suo santo prediletto, sembra non casuale), circondata dal silenzio e dal verde. Qui, dove guardavo timoroso il suo interno intravedendo l’arca sepolcrale che racchiude le sue spoglie. Dall’esterno di questo edificio dal sapore neoclassico, quasi a ricordare la memoria degli antichi tanto cara al poeta e alla letteratura medievale, lessi l’epitaffio che fu scritto nel 1327, e quegli ultimi versi così tremendamente veri, reali: “patriis extorris ab oris / quem genuit parvi Florentia mater amoris”.

Esule dalla propria terra, generato da un città che gli ha dato poco amore. In poche parole, la storia di ogni persona che cerca disperatamente un futuro migliore da un’altra parte, a costo di sacrificare la sua vita. A volte la storia sembra dimenticare il passare dei secoli per diventare un eterno presente e ripresentarsi in vite lontanissime fra loro. Cosa accomuna un poeta del Trecento a coloro che attraversano il mare tutti i giorni? Cosa lo accomuna a chi semplicemente si sente straniero nella sua patria se quest’ultima non gli dà il lavoro che cerca, se lo fa sentire a disagio con le sue mancanze sociali, politiche, umane? Nulla e allo stesso tempo tutto, a dimostrazione di quanto la grande letteratura sia vita essa stessa. Di certo, Dante avrebbe meritato una sepoltura degna della sua opera ma è nella discrezione di questo piccolo tempio che la sua eterna grandezza parla ancora alle nostre coscienze.

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Clima impazzito?

Clima impazzito? Un’estate rovente, fra le più calde vissute finora ma non riusciamo a diminuire le emissioni inquinanti. Serve coraggio.

Ė un’estate rovente, fra le più calde mai avute. Una situazione ai limiti della sopportazione già verso la fine di giugno, in netto anticipo sulla normale scansione stagionale. Temperature da record, soprattutto a sud, con lievi cali nella parte settentrionale. Una cappa infuocata d’afa e umidità, in grado di rendere difficile anche la minima azione quotidiana. L’inferno di un clima che sembra impazzito, ingovernabile, drammaticamente alterato nei suoi ritmi naturali. Eppure non riusciamo a diminuire le emissioni inquinanti per migliorare la salute del nostro pianeta. Serve coraggio altrimenti non avremo speranza.

Ad allarmare ancora di più le nostre coscienze è il rapporto Ipcc dell’Onu, indicativo del disastro a cui stiamo andando incontro. Tra il 2021 e il 2040, al di là degli sforzi che potranno essere fatti per diminuire l’inquinamento e le emissioni gassose, le temperature saliranno di 1,5 gradi nonostante questo si possa procrastinare con uno sforzo intensivo da parte di tutti. Sebbene la pandemia abbia limitato i consumi durante i lockdown, non c’è stata alcuna seria diminuzione legata a questa situazione in merito alla presenza di CO2 nell’atmosfera. E gli effetti dell’aumento delle temperature sono sotto gli occhi di ognuno di noi.

Fra loro le stagioni non si avvicendano più normalmente, i ghiacci si sciolgono e il livello dei mari aumenta, mentre i lunghi periodi di siccità creano problemi all’agricoltura e di conseguenza all’economia. Gli incendi sono all’ordine del giorno devastando i paesaggi e le colture, senza dimenticare gli effetti che il caldo può avere sul nostro stesso corpo. Il clima necessita di cure immediate, interventi tempestivi senza perdere più tempo. Ne va della nostra sopravvivenza e di quella della natura a cui avremmo dovuto dare più rispetto senza farne carne da macello.

In tal senso, dovremmo tornare ad un suo concetto legato ai limiti che essa stessa ci impone con i suoi ritmi e i suoi tempi. Non si tratta soltanto di intervenire drasticamente su alcune attività industriali cercando di limitarne gli effetti dannosi. Non si tratta solo di puntare il nostro fabbisogno energetico sullo sfruttamento delle cosiddette energie alternative, pulite, rinnovabili. Va operato un cambiamento concettuale, che riguarda il nostro modo di rapportarci con la natura e il clima, al netto di retoriche ambientaliste fini a se stesse.

La natura ci insegna ad avere pazienza, e noi viviamo in un’eterna velocità; la natura ottimizza le sue energie per garantire la vita di tutti gli esseri viventi che ne fanno parte, mentre noi sprechiamo in quantità esagerate, gettando ciò che magari ancora può avere un’utilità. La natura ci fa capire quanto dovremmo avere a cuore ciò è reale, tangibile, concreto, non ciò che lo trasforma in una sua esasperata forzatura dettata, magari, dai nostri capricci egoistici. La natura ci insegna a capire che c’è un limite al suo abuso e che serve rispetto per conservarla, nutrirla, altrimenti la reazione può essere tremenda e definitiva. E mi sembra che segnali del genere ne stiamo già ricevendo fin troppi.

Nel mondo antico, in particolare romano, se la natura sfogava le sue inquietudini un punto di rottura si stava definendo fra essa e la società. Anche oggi gli avvertimenti ci sono e l’uomo deve saperli ascoltare perché, come scrive Lucrezio:“[…] vitaque mancipio nulli datur […]”, la vita non va utilizzata come una sorta di proprietà privata. Non ci è stata data solo per questo ma va custodita per sé e per gli altri con intelligenza. Il clima ce lo sta gridando ogni giorno. Sapremo mai soffocare questo urlo?

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Lady D.: libri per ricordare la principessa di Galles

Alcuni consigli di libri su Lady D. per ricordare la principessa di Galles a più di vent’anni dalla sua scomparsa

E’ stata tra le principesse più amate per via della storia travagliata. La principessa Diana, meglio conosciuta come Lady D., è considerata icona di stile ed eleganza, oltre ad aver rappresentato l’umanità della corona inglese. Il mondo intero ha pianto la sua prematura scomparsa. Ma la sua leggenda sarà eterna. E i libri aiuteranno a trasmettere la sua storia. Per questo oggi, a 24 anni esatti dalla sua scomparsa, vi consiglio alcuni libri su Lady D. per comprendere meglio la sua storia.

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il valore affettivo

Il valore affettivo, Nicoletta Verna

Recensione del romanzo “Il valore affettivo” di Nicoletta Verna pubblicato da Einaudi. Il percorso di accettazione di sé e di perdono di una giovane donna

Mi capitata raramente di piangere per un romanzo. Ma “Il valore affettivo” di Nicoletta Verna è andato a toccare delle ferite ancora aperte, mettendomi davanti a delle difficoltà da superare. E’ un romanzo crudo, molto forte per i temi trattati, il tutto raccontato con un linguaggio che seduce e chiama il lettore a divorare il libro. Rientra senza dubbio tra i romanzi più belli letti da inizio anno.

Trama

Bianca aveva sette anni quando un incidente dai contorni incerti ha innescato nella sua vita una reazione a catena, che non ha risparmiato nulla. Oggi sta con Carlo, cardiochirurgo di fama internazionale, e all’apparenza lo venera. Ma tanta devozione, in realtà, nasconde un piano macchinoso, folle: un progetto di rinascita in cui l’uomo è un mero strumento. Nel percorso che intraprenderà per realizzarlo, Bianca scoprirà una verità che nessuno avrebbe mai potuto sospettare.

Bianca è una protagonista piena di difetti: soffre di diverse manie, ossessioni e ansie, è alla ricerca di una sorta di perfezione nella sua vita non rendendosi conto di tutto il bello che la circonda. Ma Bianca ha subito un trauma importante da piccola, un trauma di cui in parte si sente responsabile anche se non lo manifesta apertamente. Si percepisce, fin dalle prime pagine, una mancanza nella sua vita attuale: Stella, la sorella maggiore così pura e onesta, muore a soli 14 anni creando un vuoto incolmabile nella famiglia.

La madre non si riprenderà e smetterà di crescere Bianca. Senza più punti di riferimento, la protagonista de “Il valore affettivo” instaura una sorta di muro emotivo creando sempre rapporti malati con chi la circonda. Il tutto degenera quando Bianca scopre di non essere fertile, una notizia che farà crollare il suo piano di far tornare Stella attraverso una nuova vita.

Il romanzo si basa su questo enorme dramma famigliare in cui tutti si muovono sbagliando e per questo rende l’intera vicenda e i personaggi estremamente reali. Il punto forte della Verna è proprio aver creato personaggi veri a 360 gradi, pieni di errori, difetti, contraddizioni. La loro fragilità è la nostra, riuscendo a creare nel lettore una sensazione di empatia crescente man mano che la storia prosegue. Il percorso di consapevolezza di Bianca è talmente profondo e reale che a tratti mi ha spaventato. Mi sono totalmente immedesimata nella protagonista, e il linguaggio della Verna mi ha graffiato così tanto che per giorni ho riflettuto sulla storia divorata.

“Non è che fossi triste: quello che sentivo non era il contrario della felicità, era il contrario della vita.”

Nicoletta Verna “Il valore affettivo”

Forse perché “Il valore affettivo” mette in scena esattamente ciò che la vita è: uno spettacolo crudele e difficile. Non ci sono sconti, non deve per forza esserci sempre un lieto fine, per crescere bisogna scontrarsi con i propri demoni. E’ la storia di un dolore mai superato, così irrazionale e illogico da far male ad ogni respiro. La scelta di raccontare il tutto utilizzando la prima persona, ha creato ancora di più un avvicinamento lettore-protagonista. Si esplora dentro le viscere dell’ossessione di Bianca per tutto ciò che si decompone, i rifiuti, la spazzatura come a sottolineare che tutto avrà fine. Si entra nel senso di fallimento e di perdita con la notizia dell’infertilità, un percorso doloroso e complesso per ogni donna desiderosa di maternità a cui viene invece negata.

Per essere un esordio, è strabiliante la bravura di Nicoletta Verna di essere riuscita a scrivere un romanzo così complesso, importante e coinvolgente come “Il valore affettivo”. Se vi ha incuriosito qui potete leggerne un estratto.

“Credevo che la delusione fosse un’onda che ti si infrange addosso e tutto intorno si infrange con lei, mentre non è che una piccola lametta infilata fra le tue convinzioni, che bene o male trova il suo posto e smette quasi subito di fare male. E non sapevo che fossero così facili a crollare, le convinzioni. Non credevo potesse essere così ininfluente, la delusione”.

Consiglio “Il valore affettivo” ai lettori in cerca di una storia vera, reale, difficile da digerire, agli amanti delle racconti famigliari, a chi vuole ritrovare una luce infondo al tunnel


Nicoletta Verna – Il valore affettivo


Editore: Einaudi
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Prima edizione: 2021
Formato: brossura
Pagine: 304 pp.,
Prezzo: 18,00 euro

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scrittori allo specchio

Scrittori allo specchio: 5 grandi traduttori si raccontano

“Scrittori allo specchio”: Amabili Confini organizza a Matera dal 2 al 30 settembre 2021 cinque incontri con grandi traduttori dei classici moderni e contemporanei

MATERA – DAL 2 AL 30 SETTEMBRE 2021
GIARDINO DEL MUSEO RIDOLA – VIA RIDOLA, 34 ORE 18:30

Amabili Confini si occupa da diversi anni di portare nella città di Matera il dialogo diretto tra scrittori e pubblico di lettori. In questa speciale rassegna di eventi – “Scrittori allo specchio”-, a parlare saranno i traduttori. E’ grazie al lavoro e la passione del traduttore se riusciamo ad emozionarci per i libri scritti in lingue spesso inaccessibili. Tradurre non è solo prendere un dizionario e cercare parola per parola il corrispettivo in italiano, ma è scavare nel cuore e anima dello scrittore, regalando ai lettori i misteri ed emozioni di una lingua lontana. La passione dei traduttori ci permette di entrare nella trama, provare empatia per i personaggi, accedere a dei veri e propri gioielli della letteratura internazionale.

“Scrittori allo specchio” sarà un momento speciale in cui i maestri della traduzione si racconteranno e parleranno dei classici della letteratura. Cinque incontri per approfondire i segreti di quei romanzi senza tempo come “Orgoglio e pregiudizio”, “Kafka sulla spiaggia”, “Cent’anni di solitudine”, “Anna Karenina” e “La peste”.

scrittori allo specchio

Le serate sono aperte a tutti, non solo agli esperti di traduzione, accademici o studiosi. I traduttori racconteranno ciascuno un libro nato dalla loro traduzione senza entrare nei dettagli della tecnica. Sarà un modo unico e speciale per poter scoprire i loro segreti e curiosità nel magico scenario dei Giardini del Museo Ridola di Matera.

Il programma degli incontri

  • 2 settembre: Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Màrquez. “Magia e realtà”, a cura di Ilide Carmignani. Introduce e presenta Agnese Ferri
  • 9 settembre: Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. “Parlarne tra amici”, a cura di Susanna Basso. Introduce e presenta Rita Montinaro
  • 16 settembre: Anna Karenina di Lev Tolstoj. “Le voci dell’infelicità”, a cura di Claudia Zonghetti. Introduce e presenta Agnese Ferri
  • 22 settembre: Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki. “Ai confini della realtà”, a cura di Giorgio Amitrano. Introduce e presenta Claudia Zancan
  • 30 settembre: La peste di Albert Camus. “I mille volti del Male”, a cura di Yasmina Melaouah. Introduce e presenta Rita Montinaro
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Vi invito anche a visitare la pagina web dedicata a “Scrittori allo specchio” per approfondire i traduttori ospiti

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Il Duecento nella letteratura italiana. L’amore e le stelle

Il Duecento nella letteratura italiana. L’amore e le stelle. La lirica religiosa a confronto con la tradizione provenzale. Un incontro dello spirito e della parola nell’Italia medievale.

Le premesse per descrivere il mistero dei cieli e l’eleganza dell’amore ci sono tutte. Santi, poeti, martiri di una fede viscerale, sentita fin dentro le ossa, che non può non essere raccontata. Uomini di corte fedeli al loro lavoro, funzionari di uno Stato che coltivava la passione per la cultura, inaugurando scuole, cenacoli poetici in cui confrontarsi per cercare di riflettere sull’amore e su se stessi. Il Duecento è, nella letteratura italiana, un secolo che propone cambiamenti radicali rispetto al passato ma anche continuità ideologiche difficili da estirpare. Un vero e proprio incontro dello spirito e della parola nell’Italia medievale.

Un’introduzione

Prima dell’anno Mille, qualcosa stava cambiando radicalmente. Qualcosa che coinvolgeva gli individui e il loro esserci nella storia, dando origine a una nuova età, a un nuovo modo di esistere. Con la divisione fra pars Occidentis e pars Orientis giunta alla definitiva consacrazione con la morte dell’imperatore Teodosio I nel 395 d.C. (personalità che nel 380 aveva contribuito in maniera netta a far diventare il Cristianesimo, nella forma del credo niceno, religione di stato) inizia già a configurarsi una differenza profonda fra latinità e grecità, uno strappo che sarà ancora più forte nei secoli successivi, in quello che inizia a configurarsi come Medioevo.

A livello culturale tutto questo avrà delle conseguenze. Prima del Duecento, abbiamo ancora molto forte e tangibile il lascito della tradizione antica, soprattutto letteraria. Un patrimonio letto e studiato attraverso il filtro della fede cristiana che dava ai testi degli autori antichi un significato di stampo allegorico e simbolico, non filologico come accadde nei secoli più tardi grazie agli umanisti del Quattrocento. Testi che erano soggetti all’auctoritas dei libri sacri e a loro messaggio di cui si fecero latori soprattutto i monasteri con le loro biblioteche e il lavoro sapiente degli amanuensi sui codici.

Un senso della cultura aperto, libero, senza vincoli di proprietà intellettuale. Le opere antiche venivano tradotte, analizzate, riscritte, commentate, aggiornate, defraudate. Insomma un rapporto con la cultura letteraria senza confini in cui non si dava troppo peso alla contestualizzazione dei testi nelle epoche in cui furono effettivamente redatte, mettendo da parte ogni analisi scientifica della parola e dei suoi significati. Cultura cristiana che influenzava discipline come la storia, vista in un’ottica provvidenziale e la letteratura, pregna di significati morali e didattici.

Dopo l’anno Mille

La poesia cortese

Tutto inizia a cambiare dopo l’anno Mille. In questo periodo il latino è sempre più lingua ufficiale delle alte gerarchie ecclesiastiche e della loro burocrazia sebbene già in passato l’attenzione verso le parlate locali si stesse già manifestando. Basti pensare al Concilio di Tours che nel 839 autorizza l’utilizzo del volgare per le prediche o a documenti come il Giuramento di Strasburgo dell’842, fra Ludovico il Germanico e Carlo Il Calvo, redatto negli idiomi locali dei due sovrani. Iniziano così, pian piano, a svilupparsi le lingue romanze e i primi sublimi esempi di lirica in volgare.

Il baricentro della cultura letteraria passa dai monasteri alle corti dei grandi signori feudali, dove germina un nuovo linguaggio poetico espressione di valori come l’eleganza e la nobiltà che insieme alla liberalità e alla cortesia crea le premesse per lo sviluppo, in Francia, di due letterature simili e diverse al tempo stesso l’una dall’altra: quella in lingua d’oil, caratterizzata dallo sviluppo dell’epica cavalleresca e una produzione poetica contraddistinta da racconti in versi dal contenuto faunistico, amoroso, fiabesco (i lais e i fabliaux, ad esempio, in cui molto forte è il rapporto dell’uomo con la natura); e quella in lingua d’oc, dei poeti di tradizione trobadorica che avranno molta influenza sulla lirica del Duecento.

Fra XI e XII secolo si svilupperà la poesia provenzale, che ha come tema principale l’amore in un’ottica non carnale ma da interpretarsi come strumento di nobilitazione personale che porta al perfezionamento della propria moralità. È Andrea Cappellano il grande teorico dell’amore cortese. Intellettuale che deve molto alla lezione ovidiana e che parlerà dell’amore come una sorta di locus dello spirito in cui si debba porre la donna al di sopra dell’amante, riflettendo così i rapporti di subordinazione feudale tipici della sua epoca, a dimostrazione di come la storia entri con forza nella cultura.

La poesia religiosa

All’amore verso un soggetto ben preciso, si affianca quello verso Dio. Il Medioevo vive la fede nel profondo, anche a costo di compiere atrocità in suo nome e la letteratura ne assorbe ogni contraddizione e sublime espressione. La poesia religiosa si nutre di misticismo, tensione verso l’Assoluto che deve essere detto, testimoniato. Non darei una definizione sbagliata se intendessi la lirica religiosa del Duecento come poesia di ricerca, di sperimentazione di un linguaggio verso Dio, di cui la forma metrica più usata sarà la lauda, alla base della produzione di Jacopone da Todi. Il maggiore dei lirici religiosi di questo secolo.

Bernardo di Chiaravalle, Francesco D’Assisi, Bonaventura da Bagnoregio, tutti santi che dovevano esprimere l’amore per il Creato con la parola. Uomini che vivevano la loro religiosità come una vera e propria missione di redenzione dal peccato e dalle miserie di una società che non faceva fatica a tacciare come eretici chi abbracciava il credo evangelico della carità e della povertà. Si sviluppa una poesia che usa spesso il volgare per avvicinare i fedeli al suo messaggio e una letteratura agiografica che ha come scopo la descrizione delle vite dei santi caratterizzata anche da elementi provenienti dalla tradizione orale e popolare. Basti pensare alla Legenda aurea di Jacopo da Verrazze, compilata a partire dal 1260.

Insomma, i prima passi di un Duecento letterario ricco di stimoli, degno preambolo alle esperienze letterarie successive.

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La scuola e le sue incognite

La scuola e le sue incognite. Un nuovo anno scolastico sta per iniziare ma ancora sono molti gli interrogativi legati alla sua ripartenza. Alcune riflessioni

La scuola sta per riaprire eppure avverto una strana sensazione. Ho come l’impressione che non si sia mai chiusa. Magari è colpa dei lunghi periodi in Dad che hanno costretto molti docenti (me per primo) a creare una nuova didattica, che in via del tutto eccezionale ha sostituito la presenza in classe portando il lavoro a casa in misura maggiore; oppure è colpa della precarietà dei supplenti che aspettano da anni concorsi che ancora stentano a ripartire e su cui, l’alternanza dei vari esecutivi, impone nuove direttive. Insomma, un nuovo anno scolastico sta per iniziare ma ancora molti sono gli interrogativi legati alla sua ripartenza.

Sicuramente, da giugno, ci sono stati alcuni cambiamenti. Le premesse affinché i ritmi scolastici ritornino alla graduale normalità pare si stiano pian piano definendo. Alla fine si ritornerà in presenza fin da settembre, rassicurati dalla campagna vaccinale e dall’uso del Green Pass e la Dad verrà usata solo in casi estremamente eccezionali. Tutto per iniziare in sicurezza e con nuovi stimoli, ritrovando la motivazioni necessarie per poter finalmente rimettere al centro la scuola e l’insegnamento.

Soprattutto, è indispensabile ridare nuova linfa al rapporto fra docenti e studenti. Un legame che la pandemia ha spezzato, impoverendolo drammaticamente. La classe non è solo il luogo in cui si gestisce una lezione con contenuti e verifiche. Ogni classe è un microcosmo sociale ed umano fondato sull’importanza del verbum, della parola come strumento ed opportunità di collegamento fra mondi solo in apparenza differenti. Le differenze si annullano con il dialogo che permette ad ognuno di noi di esprimere se stesso. Ed una delle funzioni principali della scuola è proprio questa.

Ridare la possibilità di manifestare un punto di vista sul mondo, confrontarsi con quello degli altri guardandosi negli occhi, fare della parola un’estensione del corpo e viceversa. Trasformare i temi di una lezione in qualcosa che appartenga davvero a chi sta ascoltando. Questo è uno degli obiettivi che bisogna riconsiderare per tornare davvero ad imparare. Eppure un sottofondo d’inquietudine potrà pervadere le buone intenzioni, renderle meno determinate e costringerle alla difensiva. Sì, perché ogni volta che la scuola ricomincia è come se le aspettative siano più grandi di quella che sarà la realtà dei fatti.

Edifici vecchi e malmessi, mancata stabilizzazione dei docenti precari e graduatorie infinite di persone che attendono da anni di poter finalmente pensare con serenità al loro futuro. La difficoltà nel ridare al proprio mestiere un significato che vada al di là dei test e dei compiti, fondamentali per vagliare la preparazione degli studenti. Un obiettivo che in una società come la nostra si stenta ad affermare, presa com’è da logiche estreme di mercato. In più, su tutto ciò si agita lo spettro malvagio del coronavirus che potrebbe riportare tutto alla situazione descritta in precedenza.

Come poter andare oltre queste lecite incognite? Nel loro piccolo, gli insegnanti non potranno fare altro che non perdersi d’animo, agire responsabilmente, portare i ragazzi (anche e soprattutto quelli problematici) ad essere coscienti delle loro capacità per affrontare la realtà con determinazione. Gli studenti a loro volta devono capire, comprehendere, questo processo e trasformare la loro presenza a scuola in un’opportunità di crescita. Ed infine, l’apparato burocratico e amministrativo lavorare per semplificare e facilitare tutto questo. Fra problemi vecchi e nuovi, a tutti loro va il mio miglior augurio.

Per approfondire:

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