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8 secondi

“8 secondi. Viaggio nell’era della distrazione” di Lisa Iotti

Recensione del libro “8 secondi. Viaggio nell’era della distrazione” di Lisa Iotti. Siamo ancora capaci di pensare?

Noi e il web

I veri libri sanno aprire la mente in due con le loro parole e le storie che raccontano. I veri libri dissezionano il pensiero per farci capire in che razza di mondo viviamo e se potremo mai dare ad esso un significato. I veri libri sanno mischiare il vissuto personale di chi li scrive con la problematica che trattano nelle loro pagine. Solo così la storia privata di ognuno di noi può diventare universale. Tutto ciò accade in “8 secondi” di Lisa Iotti (giornalista e reporter di Presadiretta), inchiesta ma anche sincera confessione sugli effetti delle nuove tecnologie (in particolare, degli smartphone) sulla nostra vita. Un testo che di fronte a tutto questo si pone un’unica, grande domanda: siamo ancora in grado di pensare?

Lisa Iotti ha vissuto in prima persona gli effetti negativi della dipendenza da smartphone. Un problema che investe molti di noi, a partire dai più piccoli, e dal quale a fatica riusciamo ad uscire. Troppo bello, troppo gratificante collegarci in continuazione con questi apparecchi la cui bellezza estetica stride con gli effetti negativi che provocano sulla nostra salute e che solo apparentemente non avvertiamo in maniera tangibile. Occhi che si affaticano, collo e schiena che si curvano, mente che non è più capace di analizzare con spirito critico e cognizione di causa la più semplice descrizione testuale che si trova davanti.

Un cervello-flipper che passa da un link all’altro senza mai interiorizzare nel profondo ciò che legge, smettendo di rielaborare criticamente ogni informazione che i social e i più vari motori di ricerca ci propinano quotidianamente, senza alcuna interruzione. “8 secondi” scava nella parte oscura della nostra coscienza caduta nella rete della virtualità che ci fa sentire gratificati per il tempo aleatorio di un like messo a un post. Ed è tutta qui la forza di questo libro, dove l’esperienza privata trascende se stessa per appartenere a quella di tutti noi.

Come uscirne

Grazie ad innumerevoli interviste fatte a ricercatori e scienziati internazionali che si sono occupati delle più varie patologie connesse all’uso sbagliato e parossistico di pc e telefonini, Lisa Iotti riesce a raccontare quanto questi ultimi stiano letteralmente modificando il nostro essere nella realtà fin quasi ad arrivare a chiedersi cosa sia oggi quest’ultima, dove voglia andare a sbattere e che ruolo dovremmo avere nel convivere con certi oggetti che sono ormai una vera e propria estensione del nostro corpo. Parafrasando Martin Heidegger e con le dovute differenze del caso, questo libro cerca anche di proporre un’indagine sull’idea stessa di mondo (la cosiddetta Weltlichkeit), portandoci man mano a scoprire quanto solo apparentemente certi strumenti tecnologici pongano ordine al suo caos.

[…] ero io che avevo un disperato bisogno fisiologico di sapere cosa stesse facendo la gente, non la gente di sapere cosa facessi io. […]“, p. 23; “Otto secondi di attenzione sono la nostra condanna all’incomprensione, all’incomunicabilità, alla solitudine. Al silenzio”; “Otto secondi. Meno di un pesce rosso“, p. 64. Sì, è assurdo paragonare le facoltà cognitive dell’uomo a quelle di un pesce, ma in questa provocazione è racchiuso tutto il senso della dispersione cognitiva che proviamo ogni giorno e che trasportiamo anche nei rapporti interpersonali. Il punto più inquietante di tutto il discorso. Non siamo più in grado di guardare in faccia chi amiamo perché presi dal bisogno compulsivo di tornare con lo sguardo sui device dove, il più delle volte, attendiamo invano un segno che dia alla nostra autostima un pizzico di riconoscimento social(e). Abbiamo realmente bisogno di tutto questo?

La risposta non è né sì né no. La risposta sta dentro il nostro senso di responsabilità verso queste tecnologie che ci hanno permesso di risolvere tantissimi problemi che prima del loro avvento sembravano insormontabili. Non serve condannarli o innamorarsene perdutamente; occorre, semmai, saperli usare in maniera cosciente, con intelligenza, senza rimanerne ammaliati. Lo smartphone è uno strumento in grado di farci fare milioni di cose, ma su queste azioni va allenato il pensiero critico, la capacità di selezionare le fake news dalle fonti attendibili, la voglia di fare una ricerca su Google per sapere davvero cosa andremo a scoprire, per farlo nostro, per renderlo parte di noi. Ecco perché serve educarsi al loro uso fin da bambini.

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[…] perché si ama qualcosa o qualcuno anche per quello che è stato
e non solo per quello che è”
, p. 34.

“8 secondi” è anche un’ode al potere della lettura. L’argine intellettuale, l’àncora che ci permette di capire cosa ci succede portandoci a sviluppare il gusto per il pensiero, per la metis greca, l’intelligenza pratica che sa districarsi fra gli stimoli della vita. I libri sono dei compagni di strada in grado di aprirci mondi interiori imperscrutabili. Le idee stesse presenti in “8 secondi” non potevano che essere accolte in un libro. Non è una caso che sia riuscito a rimanere incollato alle sue pagine provandone una sottile sensazione di dipendenza. Il tutto tenendo lo smartphone un po’ più lontano del solito.

  • Editore: Il Saggiatore
  • Collana: La cultura
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 1 ottobre 2020
  • Pagine: 248 pp., Brossura
  • Prezzo: 19 euro

Parola-Segnalibro: #pensare.

Un ascolto/un’opera d’arte: Trent Reznor e Atticus Ross – The Social Network (OST, 2010); Raffaello Sanzio – Scuola di Atene (1509-1511 ca.).

Per approfondire l’argomento consiglio la visione di questo video della conferenza di Lisa Iotti a TEDx Reggio Emilia:

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Il re di Girgenti

“Il re di Girgenti” di Andrea Camilleri

Recensione del libro “Il re di Girgenti” di Andrea Camilleri. La letteratura come riscatto dalle brutalità della storia.

Una storia d’altri tempi

“Il re di Girgenti” è una favola amara che parla di fatica contadina, quella che si spacca la schiena dalla mattina alla sera per portare un po’ di cibo a casa, quella che sa come affrontare i ritmi della natura nonostante capiti spesso che ne rimanga vinta. Un dolore che appartiene al corpo, e poi allo spirito che ne riflette l’indolenza e lo sconforto ma anche la voglia di combattere. In questo libro di Andrea Camilleri la letteratura come riscatto dalle brutalità della storia è al centro della vicenda dell’intrepido Zosimo, figlio della terra.

Siamo in Sicilia a metà fra Seicento e Settecento. I nobili prevalgono sui più deboli con soprusi e angherie, mentre questi ultimi cercano di dare una dignità alla propria vita lavorando sodo, brutalmente. Fra questi vi è Zosimo, un ragazzino fin da piccolo molto sveglio, attento ad ogni particolare della vita che ha intorno. Curioso e incline a sconfiggere ogni tipo di sopruso nei confronti della sua gente, Zosimo ha un carisma che subito tutti gli altri notano. È impossibile da non vedere, ma soprattutto da non apprezzare.

Comincia per lui una lenta ascesa ad un gloria effimera, che lo porterà a diventare “re” dei suoi compaesani, che vedono in lui l’unica persona capace di dare un significato alle loro vite. Capo popolo, brigante con la passione per la cultura, Zosimo è dotato di uno spiccato senso per la commiserazione che lo induce a giudicare magnanimamente anche i suoi nemici, a cui non risparmia pene severissime nel momento in cui approfittano del loro potere sui più deboli ed inermi, fino alla tragica e mitica fine sul patibolo.

Sperimentalismo e semplicità

“Il re di Girgenti” è un libro che parla dell’intero immaginario di Camilleri. In esso ritroviamo l’attenzione dello scrittore siciliano nei confronti delle classi sociali più povere e oppresse, un gusto linguistico che rende il siciliano una lingua personale, “camilleriana”, originalissima, pensata tanto in ogni particolare, che rende la narrazione istrionica e divertente, seppur gli argomenti trattati siano particolarmente pugnaci, sempre in bilico fra la lotta e la triste constatazione che le cose non potrebbero cambiare mai.

Un romanzo storico dal taglio fortemente politico e sociale che non lascia nulla al caso nelle sue descrizioni dei personaggi, molti dei quali riescono a strapparti un sorriso sincero fino alla fine. È impossibile non appassionarsi ad ognuno di loro, anche a quelli più malvagi perché ritratti con naturalezza e sincerità quasi fossero dei parenti stretti che non si riesce a dimenticare facilmente quando l’intera vicenda sta per concludersi.

Altro elemento imprescindibile della narrazione è quello passionale. Un gusto per la carnalità viscerale, sensuale, mai volgare. Per Camilleri assume grande senso il corpo con le sue esigenze e voglie, con donne dalla bellezza senza tempo, in grado di catturare nelle loro trame oscure gli uomini rendendoli incapaci di affrontare la vita senza il loro aiuto e sostegno. Una “fimmina” che non basta mai a placarli totalmente.

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Ho riso e riflettuto molto leggendo “Il re di Girgenti” affrontando una lettura leggera nel suo librarsi fra una storia e l’altra senza mai sentirsi affaticati dal suo ritmo che scorre libero, sereno. All’inizio, la lingua può essere difficile ma ti prende man mano che si avanti, quasi diventasse parte di te. Un po’ come la personalità di Camilleri di cui non si riesce mai a fare a meno.

  • Editore: Sellerio Editore Palermo
  • Collana: La memoria
  • Anno edizione: 2001
  • In commercio dal: 12 ottobre 2001
  • Pagine: 448 pp.
  • Prezzo: 14 euro

Parola-Segnalibro: #lotta.

Un ascolto/un’opera d’arte: Francesco Guccini – La locomotiva (1972); Ermanno Olmi – L’albero degli zoccoli (1978).

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Le stagioni della letteratura

Le stagioni della letteratura

Articolo sulle stagioni della letteratura. Lo scorrere del tempo nei ritmi delle parole: la poesia di Pierluigi Cappello e l’autunno.

Ci sono libri ed autori che hanno il sapore del trascorrere delle stagioni. Sono convinto che ogni scrittore, infatti, possieda un legame invisibile con i ritmi della natura, fondendosi in essa al di là delle tematiche presenti in un’opera. Si tratta di una simbiosi silenziosa, che ognuno di noi coglie quando si trova di fronte un qualsiasi scritto, che in quell’istante diventa pioggia, sole, vento. Sono le stagioni della letteratura, periodi in cui si avverte lo scorrere del tempo nei ritmi delle parole: la poesia di Pierluigi Cappello e l’autunno, ad esempio. Entrambi uniti in un unico sentire.

Le stagioni della letteratura

Cappello era il poeta della discrezione appartenente al gusto per le piccole cose. I suoi versi raccontano un microcosmo friulano fatto di fatica e polvere, dove ogni dettaglio è curato con cura, attenzione e passione, perché simbolo di un’identità. I suoi versi cadono come la pioggia di ottobre sulle strade delle nostre città. A volte silenziosa, a volte irruenta. Ma sempre lasciando che la violenza della natura si stemperi man mano nella voglia di raccontarla con grazia e profondo legame con le proprie radici.

Stessa cosa fa l’autunno che con leggerezza trasforma i colori accecanti dell’estate appena passata in miti sfumature, facendo ingiallire le foglie degli alberi e lasciando che i cieli si oscurino tenendo in ombra quel sole che fino a pochi mesi prima aveva bruciato i corpi e la terra. Proprio quest’ultima è alla base della poetica di Cappello. Il legame con le cose reali, che cambiano o rimangono le stesse per dare sicurezza alle nostre vite e farle sentire parte di qualcosa di più grande fino a un senso di smarrimento esistenziale (“[…] la pioggia il vento il pettine che spettina / i campi spopolati dalle stoppie / e io rimasto spopolato dentro […]”).

O lo svegliarsi incredulo davanti al proseguire irrefrenabile della realtà quando “Ci si risveglia un giorno e le cose sembrano le stesse / mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto / dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita / in mezzo a un panorama di pietre sparse e tegole rotte”. In questa poesia costruita sui calcinacci di un mondo quasi alla fine dei tempi, avverto lo spaesamento che si prova quando l’autunno ci coglie alla sprovvista sferzandoci il viso con un vento tagliente che anticipa l’irruenza caotica di quello invernale. Un vento che ci spinge nuovamente su un vuoto interiore nonostante i nostri sforzi per riempirlo.

La natura ha questa capacità di farci sentire allo stesso tempo partecipi ed estranei ad essa, figli adottivi del suo esserci nonostante tutto. Per questo la stagione autunnale ci traghetta piano piano, lasciandoci la facoltà di assaporarla e di rinnegarla allo stesso tempo. Un rapporto di odi et amo che appartiene sia al tempo che “[…] si è diviso grano a grano / a passi lunghi nel buio […]“, dove “[…] le cose rimangono cose nel giorno senza nome / […] come un pensiero non detto […]”, che ovviamente alle stagioni della letteratura.

I libri sono custodi anche di un simile immaginario. La loro forza trascende le regole del linguaggio per costruire ponti di senso fatti di anime e sensazioni che si riflettono nel trascorrere degli anni e dei ritmi della natura. Soprattutto, questa è una prerogativa della poesia che, come nessun altra forma espressiva, parla alla parte più nascosta che abbiamo: quella che cerca, nella vita, una possibile ma difficile armonia con tutto il Creato.

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I margini nascosti della scrittura

I margini nascosti della scrittura

Articolo sui margini nascosti della scrittura. Note, taccuini, diari, appunti e agende nell’immaginario della nostra vita.

Sarà successo anche a voi. È un gesto che certe volte facciamo inconsapevolmente, in modo quasi automatico. Prediamo una penna o una matita, la portiamo alle dita, posiamo la loro punta su un foglio di carta e iniziamo a tracciare un segno, qualsiasi tipo di parola che ci venga in mente in quell’istante, dando prova di avere ben solide le regole che vivono impercettibili, dentro di noi, sui margini nascosti della scrittura. In quel momento, le note, i taccuini, gli appunti, i diari e le agende nell’immaginario della nostra vita iniziano davvero a prendere forma.

Personalmente penso non ci sia un gesto creatore così semplice e complesso. Bastano poche attenzioni, una concentrazione minima, un luogo qualsiasi per far nascere un pensiero, una parola che si trasformi in ciò che, in quel preciso attimo, abbiamo a mente. Può essere la lista della spesa, l’elenco degli impegni da fare, i nomi di persone che ci sono care. Tutto sta lì, in quei piccoli oggetti che sono i taccuini, la cui struttura assume impostazioni diverse a seconda del nostro gusto estetico.

È il potere nascosto nelle parole. Nascono spontaneamente per poi tornare, dalla carta, dentro la nostra mente e ricominciare ad essere rielaborate con le esperienze personali. A questo processo dà una grossa mano la scrittura, la leva che ci permette di descrivere ciò che pensiamo con i suoi segni grafici che fin da piccoli ci insegnano ad imparare. Perché sono così importanti? Mi chiedevo all’epoca. Ancora adesso non ho una risposta, ma magari non voglio nemmeno averla.

Le mie agende, i miei diari, sono sempre stati molto sobri. In genere piccoli, qualche volta leggermente più grandi. Mi piacciono quelli monocolori, con pochissimi disegni o immagini, mantenendomi fedele, più o meno, sempre alle stesse tonalità: blu, beige, marrone scuro, nero, grigio. Lo so, non sono colori “allegri” ma rispecchiano ciò che sono. Immagino, infatti, che anche voi abbiate, in tal senso, la vostra personale classifica. Riflette un po’ l’infanzia quando, prima dell’inizio di un anno scolastico, sceglievamo con cura gli oggetti di cancelleria che ci avrebbero accompagnati fino al suo termine.

Sono gesti piccoli, all’apparenza insignificanti. Gesti figli del nostro modo di essere più intimo, che a volte non conosciamo nemmeno. Della stessa natura è l’annotare. Il mio non ha argomenti prediletti su cui soffermarsi; scrivo ciò che capita e lo faccio meravigliandomi ogni volta di come sia dannatamente facile. Pensateci: facciamo cose complicatissime, usiamo apparecchiature con libretti di istruzioni contorti come le regole della fisica quantistica, e ritorniamo sempre lì, su quel pezzo di carta che ci sta davanti.

Evidentemente abbiamo necessità di ritrovare un equilibrio, un’armonia rispetto a quello che ci succede per dare ad esso un ordine. Ognuno di noi avrà la sua personale definizione per quello che ho raccontato ed è proprio questo il bello: la parola esprime l’identità di ciò che siamo, anche quando si materializza sotto forma di conti da far quadrare per non arrivare alla fine del mese con le tasche bucate. È in questo modo che lasciamo traccia nel mondo.

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Riprendiamoci lo Stato. Come l'Italia può ripartire

“Riprendiamoci lo Stato. Come l’Italia può ripartire” di Tito Boeri e Sergio Rizzo

Recensione del libro “Riprendiamoci lo Stato. Come l’Italia può ripartire” di Tito Boeri e Sergio Rizzo. C’è ancora speranza per l’Italia?

Riprendiamoci lo Stato

Per funzionare decentemente, uno Stato ha bisogno di chiarezza e trasparenza nelle proprie metodologie amministrative, di visione del futuro tesa alla salvaguardia delle sue generazioni più giovani e di senso di protezione per quelle più anziane, a cui va riconosciuto il merito di aver lavorato per il bene proprio e della comunità. Sono questi gli obiettivi che stanno alla base del libro “Riprendiamoci lo Stato. Come l’Italia può ripartire” di Tito Boeri e Sergio Rizzo. Alla cui sommità campeggia la domanda tremenda: c’è ancora speranza per l’Italia?

E, durante la lettura, la mia memoria va subito ad un’altra epoca della storia, molto più lontana, quasi dispersa nei libri di scuola: l’età tardo antica dell’impero romano. Mi ha un po’ inquietato e allo stesso tempo reso malinconico il tremendo raffronto fra i due periodi. Anche allora uno Stato franava su se stesso distrutto dalla burocrazia e dall’autorefenzialità della classe dirigente; anche allora, dall’esterno, premevano gruppi di migranti alla ricerca di terre migliori; anche allora si avvicendavano al potere personalità insignificanti e incisive.

Un parallelismo tremendo, sebbene si debbano considerare tutte le differenze del caso. Nel libro sono messe a nudo tutte le storture della macchina burocratica italiana, i suoi malanni pluridecennali che non le consentono di progredire, l’ambiguità interpretativa di alcune leggi, il loro numero eccessivo che non fa che aumentare confusione e frustrazione nei cittadini che si trovano a dover maneggiarle per risolvere (si fa per dire) qualche controversia.

La luce in fondo al tunnel?

“Riprendiamoci lo Stato. Come l’Italia può ripartire” di Tito Boeri e Sergio Rizzo pondera e analizza anni e anni di gestione precaria della cosa pubblica, in cui il dialogo fra essa e il settore privato non si è mai compiuto efficacemente, nonostante le regole di quest’ultimo, se applicate bene, possano essere un grande aiuto per lo Stato perché rimane un mondo in cui si può far carriera per merito, con un apparato organizzativo molto più semplice di quello pubblico.

A ciò si aggiunga un’altra soluzione, molto più concreta e facile da perseguire. Se in Italia ci sono leggi farraginose e complicate da tenere a mente, ci sono anche altre leggi che vanno semplicemente applicate. Occorre valorizzare quel che di buono c’è a livello legislativo, in primis la nostra Costituzione i cui principi fondamentali non sono mai destinati a scomparire per la loro universalità e attualità.

Se solo ci basassimo su questo, già qualcosa andrebbe meglio. Non tutto è da buttare; anzi, molto bisogna conservare con cognizione di causa e competenza, valutando i pro e i contro di una legge rispetto a un’altra. In più questa deve essere scritta con chiarezza, senza continui rimandi ad articoli e a commi, perché il cittadino riesce a seguire meglio le regole che hanno un messaggio preciso e semplificato. Funziona così nel mondo della comunicazione, perché dovrebbe essere diversamente nella prassi amministrativa?

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Ma il problema più grave è che, secondo me, tutto questo potrebbe accadere soltanto avendo una mentalità diversa. E qui gioca un ruolo cruciale l’educazione. La scuola è il settore su cui concentrare maggiormente ogni tipo di sforzo. Lì si formeranno le classi dirigenti di domani, lì vanno corretti certi atteggiamenti attraverso gli esempi e i concetti virtuosi della storia, attraverso l’insegnamento di una cultura della responsabilità autentica e non di facciata. “Riprendiamoci lo Stato. Come l’Italia può ripartire” di Tito Boeri e Sergio Rizzo sottintende anche di questo.

  • Editore: Feltrinelli
  • Collana: Serie Bianca
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 17 settembre 2020
  • Pagine: 336 pp., Brossura
  • Prezzo: 18 euro

Parola-Segnalibro: #responsabilità.

Un ascolto/un’opera d’arte: Luigi Tenco – Vedrai, vedrai (1965); Elio Petri – La classe operaia va in Paradiso (1971).

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fumo e cenere

Fumo e cenere, Abir Mukherjee

Recensione del libro “Fumo e cenere” di Abir Mukherjee edito da SEM. Voliamo nell’India degli anni ’20 per risolvere questo giallo!

Calcutta, anni ’20. L’India è alle prese con i primi moti d’indipendenza dall’imperialismo inglese. Gandhi inizia ad essere un personaggio scomodo. E tra la polvere, il caldo e il caos indiano, una serie di omicidi apparentemente scollegati cattureranno l’attenzione del lettore. “Fumo e cenere” è il terzo capitolo di questa serie di gialli di Abir Mukherjee ambientati in India. Non ho letto i due precedenti volumi, ma Federica (lettrice senza tempo) me ne ha sempre parlato benissimo e mi è sembrata un’ottima occasione anche per partecipare al suo #tiraccontolindia.

Trama

Calcutta 1921.Tormentato dai ricordi dolorosi legati alla guerra mondiale e alla morte della sua giovane moglie, il Capitano Sam Wyndham sta cercando di contrastare la grave dipendenza dall’oppio, che deve comunque tenere segreta perché potrebbe costargli la carriera. Ma è proprio in una fumeria d’oppio che, per sfuggire a un’incursione della polizia, incappa nel cadavere sfigurato di uno sconosciuto, ucciso a coltellate. Il tipo di pugnale utilizzato e le ferite sul corpo dell’uomo fanno pensare a un omicidio rituale. È il primo di una serie di morti misteriose, tutte con caratteristiche simili, ma apparentemente slegate l’una dall’altra e avvenute in diverse zone della città.

In una caccia all’uomo senza quartiere in cui è aiutato dal suo fidato assistente indiano, l’abile e astuto sergente Banerjee, Sam deve fare di tutto perché l’assassino non colpisca ancora. Tutto questo sullo sfondo di un mondo in fermento, in cui i nazionalisti sono sul piede di guerra per protestare contro l’arrivo del principe di Galles e le spinte all’indipendenza dall’Impero britannico sono sempre più sentite.

“Fumo e cenere” non è il solito giallo o thriller. E’ a tutto gli effetti un ottimo puzzle dove Abir Mukherjee riesce magistralmente a incastrare gli eventi storici del tempo con personaggi ben caratterizzati e un mistero interessante da risolvere. Una scrittura coinvolgente che proietta il lettore tra la quotidianità e le contraddizioni dell’India. Anche se la prima parte è leggermente più lenta rispetto il testo centrale e la conclusione. Giustamente, serviva una buona introduzione storica per meglio comprendere dinamiche e situazioni della trama.

Infatti, quando dico che storia e narrativa si intrecciano bene, intendo proprio che c’è una consequenzialità degli eventi che vanno di pari passo con alcune situazioni politiche dell’India del 1921. Ma lo sfondo storico non disturba affatto il ritmo e il thrilling lasciando nel lettore riflessioni e domande sul periodo coloniale e su ciò che ha causato.

Un’intervista lampo in inglese ad Abir Mukherjee su i suoi libri

Avendo iniziato da questo capitolo, ovviamente mi è mancato qualcosa del background dei personaggi principali, specialmente del protagonista di Sam Wyndham. Ma devo dire che si intuisce la profondità della sua crescita in questi tre libri. Mi sono anche molto piaciuti i personaggi secondari. Tutti hanno una propria storia personale interessante e ben in linea con tutta la trama. Inoltre lo svolgimento del caso è avvincente e per nulla scontato.

“Fumo e cenere” è un giallo dal sapore speziato perfetto per i lettori alla ricerca di adrenalina e amanti della storia. E’ un bella fotografia in movimento di Calcutta e delle sue atmosfere! Forse, per apprezzarlo al meglio, andrebbe letto dopo i primi due volumi.


fumo e cenere

Abir Mukherjee – Fumo e cenere

Titolo originale: Smoke and Ashes
Editore: SEM
Genere: Giallo storico
Prima edizione: 2018
Prima edizione italiana: 2020
Formato: rilegato
Pagine: 300 pp.,
Traduttore: Alfredo Colitto
Prezzo: 18,00 euro

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Il muro

“Il muro” di John Lanchester

Recensione del libro “Il Muro” di John Lanchester. Un romanzo distopico sul rapporto difficile fra se stessi e l’altro da sé.

Dietro la barricata

Non è semplice mettersi nei panni degli altri. Il più delle volte si evita di farlo, cercando di mantenere la distanza fra noi e le loro vite. Come accade sempre più spesso al giorno d’oggi, sebbene la comunicazione sia molto più semplice e permetta di avere a che fare con persone lontanissime da noi. Problema che viene affrontato di petto e con grande partecipazione emotiva dal libro “Il muro” di John Lanchester. Un romanzo distopico sul rapporto difficile fra se stessi e l’altro da sé.

Siamo in un’Inghilterra oscura, fredda sia in senso climatico che a livello interiore. I suoi abitanti vivono in un futuro molto simile al nostro presente: sono impauriti, vittime dell’automatismo delle loro vite dove i sentimenti sembrano quasi messi da parte, tenuti a freno da un unico obiettivo: quello di non mischiarsi con le persone che arrivano oltre confine, lungo il quale è stato costruito un muro ad hoc a protezione.

Si tratta di una struttura enorme, dotata di ogni strumento difensivo all’avanguardia e controllata dai cosiddetti Difensori, uomini e donne che devono vigiliare sull’arrivo improvviso degli Altri dal mare. Fra questi controllori vi è l’impacciato Kavanagh, un ragazzo che cerca di allontanarsi dalla sua famiglia accettando questo lavoro apatico e sterile. Che rende freddi dentro l’anima più che fuori, fino ad annullare ogni parvenza di coscienza ed umanità. Kavanagh lotta contro i suoi fantasmi esistenziali accorgendosi, man mano, come questi appartengano a tutti quelli che incontra nel suo nuovo lavoro.

Aprirsi

In una specie di Fortezza Bastiani adattata ai nostri tempi, si aspetta l’attacco imminente di coloro che per disperazione, miseria o altre ragioni, si avventurano per mare alla ricerca di un futuro migliore. E non è difficile ravvisare in tutto ciò un riferimento alla questione migratoria, ai viaggi della speranza di oggi, con tutti i pericoli annessi. Kavanagh come un novello Giovanni Drogo cerca disperatamente di dare un senso alla sua vita, cosa che inizierà a mettere in pratica avendo a che fare con il Diverso da sé.

Seguono simulazioni, attacchi veri e propri, momenti sentimentali, naufragi avventurosi in un’atmosfera cupa e meschina. Nel momento in cui il protagonista diventerà egli stesso un Altro, solo allora saprà davvero le ragioni terribili che muovono certa gente verso l’ignoto. E non sarà una scoperta piacevole. “Il muro” di John Lanchester è una piccola parabola su ciò che siamo diventati e su come stiamo trasformando la nostra empatia nei confronti del prossimo.

Riflette con attenzione e durezza sul rapporto che noi abbiamo con la diversità affermando come sia fondamentale porsi nei panni di chi sta più male di noi per cercare di costruire una società basata sul dialogo e l’accoglienza. Gli Altri siamo noi, sì. Non dovremmo mai dimenticarlo. Siamo noi quando abbiamo un problema da risolvere, quando sorridiamo, quando dobbiamo affrontare ancora una volta le cattiverie dell’esistenza con coraggio.

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Gli Altri devono essere accolti e non respinti sebbene il libro non si soffermi molto sulle sfumature reali di una tale problematica, all’interno della quale si deve distinguere fra chi effettivamente ha bisogno di aiuto da chi invece cerca di approfittarsene. Ma alla fine “Il muro” si legge agilmente e con partecipazione. Se il suo obiettivo era cercare di risvegliare le nostre coscienze, ci riesce benissimo. Per questo ritengo la sua lettura utile per capire questi tempi così complicati.

  • Traduttrice: Federica Aceto
  • Editore: Sellerio Editore Palermo
  • Collana: Il contesto
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 14 maggio 2020
  • Pagine: 296 pp., Brossura
  • Prezzo: 16 euro

Parola-Segnalibro: #differenza.

Un ascolto/un’opera d’arte: Pink Floyd – The Wall (1980); Robert Zemeckis – Cast Away (2000).

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libri Sud America

Sud America: libri per conoscere il Sud America e l’America Latina

Alcuni consigli di libri per conoscere attraverso la lettura il Sud America e l’America Latina.

Il termine latino-americano, in letteratura, indica tutta quella produzione letteraria sviluppatasi negli Stati del Centro e Sud America, prevalentemente di lingua spagnola. Tradizione che, nel corso degli anni, si è allargata ad altri paesi come il Brasile. Si tratta di nazioni che hanno subìto tragicamente le conseguenze della colonizzazione dell’Occidente, assimilandone la cultura, i costumi e la lingua senza però mai perdere l’identità indigena che li contraddistingue e che li rende particolarmente attraenti a livello turistico.

Con le sue storie a metà fra il sognato e la realtà, con la sua poesia densa di richiami mitici, con la sua passione per la lotta e l’emancipazione, con i suoi paesaggi ampi e sterminati, la letteratura latino-americana rappresenta il ponte ideale fra un territorio pieno di tradizione e storia e il mondo occidentale. Ecco alcuni consigli di libri per conoscere il Sud America e l’America Latina! Essendo alcuni autori troppo significativi per la loro poetica e opera, ho deciso di associare a qualcuno di loro due testi così da conoscerli meglio. Che aspettiamo, allora? Partiamo subito!

#ilgirodelmondoin12letture

Il Sud America e l’America Latina sono la nostra ottava tappa per il #ilgirodelmondoindodiciletture. Pronti a partire con noi?

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Libri sul Sud America e l’America Latina

L’altro, lo stesso – Jorge Luis Borges

Per iniziare, un bel libro di poesie. L’altro, lo stesso di Borges è un viaggio in versi nel mondo poetico del grande scrittore argentino. Pubblicato nel 1964, consta di ben 75 poesie che coprono una produzione lunga un trentennio, dal 1934 fino alle poesie inglobate nella silloge del 1967. Si passa, quindi, da componimenti giovanili a poesie in cui la riflessione sul destino umano diventa fondamentale se colta all’interno degli enigmi della realtà. Uno stile che risente molto del classicismo e del barocco, prediligendo il sonetto come la composizione lirica attraverso cui esprimere il suo mondo interiore.

b) L’Aleph – Jorge Luis Borges

Raccolta di racconti apparsi separatamente su varie riviste argentine, L’Aleph riassume i temi preferiti dell’autore aprendoci alle variegate dimensioni del suo spirito. Racconti metafisici, misteriosi che indagano l’immortalità e la mortalità dell’anima persa nei labirinti infiniti dell’immaginazione. Scritti che parlano di ossessioni e poesia, con personaggi al limite del fantastico.

La città e i cani – Mario Vargas Llosa

Pubblicato nel 1963, questo romanzo parla dell’inferno del Collegio militare “Leoncio Prado” di Lima, in Perù. Un microcosmo fatto di violenze e soprusi dove le emozioni, insieme ai loro sentimenti, a fatica riescono ad esprimersi. In questo luogo oscuro ed orribile, avviene l’educazione del protagonista, alter ego dell’autore il quale, insieme ad altri ragazzi provenienti dagli strati inferiori e superiori della società peruviana, vive soprusi, dispotismi, sopraffazioni, momenti di scoramento e tentativi di aggrapparsi alla vita attraverso la letteratura.

b) Avventure della ragazza cattiva – Mario Vargas Llosa

Ricardo Somocurcio, giovane ragazzo proveniente da un famiglia benestante, rimasto orfano ed allevato dalla zia a Miraflores, distretto territoriale appartenente alla provincia di Lima, si innamora di una ragazza dal fascino malefico che lo seduce senza mai concedersi fino a portarsi la sua presenza anche in Europa, entrando in un vortice ossessivo alla cui base c’è solo un’unica volontà: scrivere. Avventure della ragazza cattiva è un romanzo sempre in tensione, che va dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, con personaggi reali e situazioni anche immaginarie in grado di fornire la descrizione completa di una stagione ricca di stimoli ed esperienze.

Notturno cileno – Roberto Bolaño

Un uomo, prelato dell’Opus Dei e notevole critico letterario, Sebastián Urrutia Lacroix, prossimo alla morte, fra agonia e delirio, decide di ripercorrere la propria esistenza e quella del Cile di Pinochet per smentire le dicerie sul suo conto messe in giro da un giovane. Si tratta di un romanzo di una coscienza che cerca di capire i propri errori, macchiata da viltà e nefandezze, collusa con la dittatura, in cerca di una salvezza che non è solo personale, ma di un intero Paese rovinato da anni brutali.

b) I detective selvaggi – Roberto Bolaño

Più protagonisti si alternano in questo romanzo sperimentale, in bilico fra fantasia e realtà, di formazione e giallo per molti aspetti, dove due giovani poeti d’avanguardia cercano una misteriosa poetessa ispiratrice del movimento letterario noto come “realismo viscerale”. Siamo a Città del Messico negli anni Settanta. Innumerevoli personaggi, attraverso flussi di coscienza e frammenti, permettono al lettore di ricostruire, pian piano, le loro storie funamboliche in un vortice di sensazioni e pensieri quasi senza fine.

Cent’anni di solitudine – Gabriel Garcia Márquez

Le sette generazioni della famiglia Buendía inaugurata alla fine del XIX secolo dal capostipite Josè Arcadio, fondatore della città di Macondo. Il tutto narrato con uno stile complesso, visionario, quello che è definito dagli addetti ai lavori, “realismo magico”. Il libro venne pubblicato nel 1967 dando a Márquez fama e successo. La storia dei Buendía è ambientata nella Colombia caraibica. Un microcosmo umano, arcaico e magico, con personaggi che cercano di sopravvivere al loro destino tra riti misteriosi e la modernità che avanza.

Tutte le vicende raccontate si soffermano sull’incapacità dell’uomo di riuscire ad evolversi pienamente. I Buendía coltivano speranze e sogni ma le loro illusioni li porteranno a immergersi nella più desolante solitudine, la stessa di cui parla il titolo del libro.

b) L’amore ai tempi del colera – Gabriel Garcia Márquez

Una storia d’amore struggente, fra difficoltà e sentimenti sinceri. Florentino Arriza per ben cinquantatré anni è innamorato follemente di Fermina Daza, senza mai stancarsi neppure quando quest’ultima sposerà il dottor Urbino. Florentino è un giovane impiegato, perso nei suoi versi e nella letteratura, che non gli consentiranno subito di avvicinarsi all’alta società frequentata dall’amata, dopo una prima rottura del loro rapporto. Passeranno gli anni ed intere vite, ma l’amore fra i due riuscirà a mantenersi vivo nonostante le vicissitudini e la vecchiaia.

Il gioco del mondo – Julio Cortázar

Pubblicato nel 1963, si tratta di un romanzo sperimentale, volutamente scritto per emanciparsi dalla narrativa tradizionale, che usa massicciamente il flusso di coscienza. Il testo è ambientato fra Parigi e Buenos Aires, non ha una trama ben precisa ma linee narrative di cui lo stesso autore parla nella tavola redatta per l’orientamento alla lettura del libro.

Horacio Oliveira, il protagonista del libro, si muove da una parte all’altra del mondo cercando di dare un senso impossibile all’intera esistenza, correndo ondivago fra pensieri e considerazioni sulla sua vita. E questo fa de Il gioco del mondo uno dei libri più importanti della letteratura sudamericana contemporanea.

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore – Luis Sepulveda

A El Idilio, piccolo villaggio del Sud America, vive il vecchio Antonio José Bolívar Proaño, costretto a dare la caccia a una belva feroce distrutta dal dolore per la perdita dei suoi cuccioli a causa degli uomini. Proaño ripercorrerà la sua vita, soffermandosi sul rapporto con la moglie che morirà presto e sul suo legame con gli shuar, indios della foresta dai quali verrà cacciato per aver commesso un errore che lo ha disonorato ai loro occhi. Da allora vivrà a El Idilio scoprendosi amante dei romanzi d’amore dopo aver capito di saper leggere.

Sepulveda scrive un romanzo sul rapporto profondo fra un uomo e i ritmi della natura più misteriosa, capace di riflettere sull’importanza che essa dovrebbe avere nella nostra società ipertecnologica. A questo tema si aggiunga quello della valorizzazione culturale degli indios e di tutte quelle popolazioni indigene custodi della saggezza di un mondo ormai in via dissoluzione a causa dei comportamenti sbagliati degli uomini.

Il bacio della donna ragno – Manuel Puig

In una Buenos Aires oscura e malvagia, due uomini entrano in contatto l’uno con l’altro in carcere. Si tratta di Valentin Arregui e Luis Molina. Il primo è stato condannato per essere il leader di un movimento politico dissidente; il secondo è omosessuale. Seppur apparentemente distanti, finiranno con l’avvicinarsi sempre di più arrivando alla consapevolezza di essere entrambi vittime del potere più cieco e meschino.

La casa degli spiriti – Isabel Allende

Romanzo storico-sentimentale, saga familiare, narra le vicende di quattro generazioni nel Cile degli anni Venti. Si tratta di un libro corale che si sofferma soprattutto sui pensieri e sulle riflessioni delle donne appartenenti alle famiglie Del Valle e Trueba, con descrizioni di episodi avvenuti realmente nel Cile di quel periodo.

La casa degli spiriti è un grande affresco umano al femminile, in grado di far emergere questo punto di vista con attenzione e partecipazione. Pubblicato nel 1982, è considerato il terzo volume di una trilogia di romanzi (gli altri due sono La figlia della fortuna e Ritratti in seppia).

La morte di Artemio Cruz – Artemio Fuentes

Fuentes, uno degli scrittori messicani più importanti della sua generazione, in questo libro narra la vicende di Artemio Cruz, uomo ormai moribondo, malato, costretto a vivere a letto, che fa un bilancio della sua vita fin dalla giovinezza, età che lo ha visto protagonista dei tumulti rivoluzionari e che lo ha sempre posto in prima fila di fronte ad ogni avvenimento pur di diventare qualcuno. Tutto questo, a livello personale, ha un prezzo ed Artemio lo sconterà completamente sia nei rapporto con la moglie che con i figli.

Città di Dio – Paulo Lins

Città di Dio è il nome di un quartiere di Rio de Janeiro che, in base al progetto originario, non avrebbe dovuto essere un’altra favela. Cosa che invece sarà. Costruito nel 1968, si compone di palazzine, supermercati, bar, una scuola elementare. Luoghi che attirano il degrado e lo fanno sviluppare insieme alla miseria.

Figli di questa situazione sono i malandros, bande di uomini (bambini, adulti o adolescenti) che si macchiano dei crimini più vari ed efferati, dallo spaccio alla rapina, fino agli omicidi. E sono loro ad essere i protagonisti del libro seguiti dall’autore dall’infanzia fino all’età adulta in un Brasile violento che però sa ridere e danzare al ritmo della samba, intervallando i momenti di efferatezza ai colori delle sue tradizioni.

Trilogia sporca di L’Avana – Pedro Alvaro Gutiérrez

Un libro che parla della storia recente di Cuba, colpita negli anni Novanta da una crisi economica molto forte. Quest’ultima si ripercuoterà sulla vita del protagonista, Pedro Juan, che cadrà gradualmente in miseria perdendo man mano il lavoro, l’affetto della moglie, ed entrando in una solitudine inevitabile.

In questo L’Avana è la proiezione dell’anima di Juan: una città fatta di miseria, ricca di sensualità, dove gli appagamenti della carne sembrano infiniti e i momenti di riflessione sul proprio destino malato e corrotto, altrettanto. Un libro che si impasta col sudore delle sue strade cercando di mantenerne disperatamente accesa la vita.

Diario in Bolivia – Che Guevara

Si tratta dell’ultima testimonianza scritta di Che Guevara e narra gli ultimi mesi di vita del celebre rivoluzionario sulle montagne boliviane. Qui stava conducendo una guerriglia contro la dittatura militare di Barrientos, fino alla morte nel 1967. In esso ritroviamo riflessioni personale e più generali, soprattutto riguardo alla morte come conseguenza naturale dell’atto rivoluzionario che non avrebbe impedito il processo di liberazione dell’America Latina da ogni sopruso e dittatura. Una testimonianza civile ed interiore di un uomo che ha sempre creduto nel possibilità di riscatto dalle ingiustizie.


Questa è stata la mia personale selezione di libri sul Sud America e sull’America Latina! Spero che con questi consigli di lettura possiate viaggiare per questi luoghi lontani e affascinanti. Se avete altri libri da suggerire, fatemelo sapere nei commenti!

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ragazzo divora universo

Ragazzo divora universo, Trent Dalton

Recensione del romanzo d’esordio di Trent Dalton “Ragazzo divora universo” pubblicato da HarperCollins

L‘Australia è sempre stato nel mio immaginario come un’isola in cui violenza, problemi sociali, droga fossero lontani quanto gli oceani che ci separano. “Ragazzo divora universo” di Trent Dalton mi ha aperto gli occhi sulla “Gomorra” dell’isola dei canguri. Eli e August Bell, infatti, crescono fin da piccoli con l’incubo della droga in casa, avendo la madre tossico dipendente e vivendo in un quartiere in cui le bande della droga si scontrano spesso. Ma questa è sopratutto una storia di riscatto, di sentimenti e di quel universo che esiste oltre l’apparenza..

Trama

L’esistenza di Eli Bell è decisamente complicata. Vive in Australia, a Brisbane, in una squallida periferia dove la malavita ha costantemente la meglio. Suo padre è scomparso, sua madre è in prigione, e il suo patrigno è uno spacciatore di eroina. Suo fratello August, il maggiore, è un genio, ma ha deciso di non parlare più. L’adulto più affidabile nella vita di Eli è Slim, un noto malvivente, famoso per essere fuggito di prigione. È lui che si occupa, come un babysitter sui generis, di Eli e August.

Nonostante le circostanze non siano esattamente rosee, Eli fa del suo meglio per sopravvivere in quel mondo caotico. Ha solo dodici anni, ma con un’anima antica e la mente di un adulto cerca di seguire il suo cuore, imparare a essere una brava persona e realizzare il suo sogno: diventare un famoso giornalista. Il destino gli si oppone con non pochi ostacoli, il più importante dei quali ha il nome di Tytus Broz, il più pericoloso spacciatore della città. Eppure c’è qualcosa di ancora più pericoloso che lo attende: sta per innamorarsi, e questo sconvolgerà definitivamente il suo universo.

“Ragazzo divora universo” è un’avventura mozzafiato che il lettore percorre, spesso correndo, di pari passo con la voce narrante in prima persona, Eli Bell. Eli ci porta alla scoperta della sua vita poco ordinaria dove l’amicizia è nella persona di Slim Halliday, un criminale accusato di omicidio, una corrispondenza con un detenuto e il figlio di una delle figure chiavi dello spaccio a Brisbane. Ma è anche l’interpretare gli sguardi e le parole scritte su cielo di suo fratello August che ha deciso di non parlare più perché “l’universo gli ha rubato le parole”. Eppure Eli non si lascia sedurre dal mondo della violenza, anzi. Inizia a chiedere a tutti coloro che incontra nel suo cammino “tu sei un uomo buono?”, perché Eli vuole credere nel bene, nell’amore, in tutto ciò che è il contrario del mondo che lo sta divorando.

 “Ci ho pensato un sacco. Avrei dovuto dirti allora che è soltanto una scelta. Non c’entrano il passato, le mamme e i papà o di dove sei. E’ solo una scelta. Il bene. Il male. Tutto qui.” “Forse tutti gli uomini a volte sono buoni e a volte sono cattivi. E’ solo una questione di tempistica.”

Eli ha un sogno: diventare giornalista di cronaca nera per il giornale dove lavora la ragazza di cui si è innamorato. Ma non vuole scrivere di criminali perché ne è affascinato, bensì è interessato alle persone che lo hanno commesso per capire il punto di rottura dall’essere una persona buona a diventare un criminale. Il mondo per lui di divide in buoni e cattivi e lui ha scelto di stare dalla parte dei buoni, sempre. Ha deciso di combattere per la sua famiglia, difendere sua madre, perdonare il padre assente, aiutare August a tornare a parlare.

La lettura di “Ragazzo divora universo” è caratterizzata da una narrativa fresca, vivace, piena di immagini reali, ma anche oniriche. Bellissime e profonde le immagini e i dialoghi interiori ricreati dai due ragazzi per esplorare il loro inconscio, scoprirsi e crescere. Ma forse l’aspetto più sorprendente è che questo romanzo è in parte la biografia dell’autore, Trent Dalton. Per questo le descrizioni sono così dettagliate. Ma Dalton è riuscito a maneggiare il proprio materiale al meglio rendendo “Ragazzo divora universo” una bellissima storia di narrativa. Ho scoperto solo a lettura ultimata che tutta la vicenda di Eli è in parte la vita dell’autore – amicizia con Slim Halliday compresa.

Intervista in inglese a Trent Dalton

Consiglio “Ragazzo divora universo” a chi vuole scoprire un lato dell’Australia poco conosciuto, a chi è alla ricerca del proprio universo, a tutti i lettori che hanno voglia di perdonare e riscattarsi.. e mi raccomando: attenzione alla frase la frase “la tua fine è uno scricciolo azzurro morto”


ragazzo divora universo

Trent Dalton – Ragazzo divora universo

Titolo originale: Boy Shallows Universe
Editore: HarperCollins
Genere: narrativa moderna – contemporanea
Prima edizione: 2018
Prima edizione italiana: 2020
Pagine: 576 pp.,
Traduttore: Stefano Beretta
Prezzo: 19,00 euro

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I canti politici della Commedia

I canti politici della Commedia

Articolo su i tre canti politici della Commedia. Dante profeta scomodo di un’Italia e un mondo in eterna ricerca di se stessi.

Tre canti, tre componimenti sul senso della politica. Dante si interroga, riflette con durezza, espone il suo punto di vista da uomo del suo tempo cosciente di star patendo in vita il destino di esule vittima egli stesso delle decisioni del potere. Tre canti aspri, pieni di una rabbia cosciente, che con lucidità e angoscia analizzano la situazione politica a lui coeva. Dante prima che un poeta, era un grande intellettuale che viveva in pieno la sua epoca, da protagonista. Per questo i canti politici della Commedia ci parlano di un Dante che è anche un profeta scomodo di un’Italia e un mondo in eterna ricerca di se stessi.

L’Italia partita

“Da giovane, pensavo come tanti, di dedicarmi alla politica
non appena fossi stato padrone di me stesso.
” Platone, Epist. VII, 324c.

Nell’Inferno, il tema è Firenze. Un città divisa da lotte intestine asperrime, sempre contesa, mai del tutto pacificata. Nelle parole dell’enigmatico Ciacco, prevale l’ansia di chi profetizza un male da cui non si può fuggire perché già deciso e, per Dante, già avvenuto. Tre parole, pesanti come la roccia, dominano questi versi. Superbia, invidia e avarizia (v. 74), “le tre faville c’hanno i cuori accesi” (v. 75), che li pervadono rendendoli ciechi davanti alla possibilità di estinguere il loro conflitto. Siamo alla vigilia dell’esilio di Dante, cacciato dalla città a causa di giochi politici complessi che vedranno il prevalere dei Guelfi Neri sui Bianchi, con i quali si divisero il dominio della città che non rivedrà mai più.

Una disperazione che in Ciacco assume i contorni di un suono lacrimabil (v. 76), triste, doloroso come può essere un qualunque presagio nefasto e che Dante continua idealmente a sentire nel VI canto del Purgatorio. Un componimento che sferza, picchia, frusta l’Italia della sua (e nostra) epoca, servendosi di una lingua che, all’asprezza dettata dalla furia, unisce un forte senso di commiserazione, quasi non si potesse aspettare alcun miglioramento dal suo essere “nave senza nocchiere” (v. 77), “misera” nel constatare che in nessun suo territorio c’è pace. Né in senso spirituale né temporale. Un “giardin de lo ‘mperio” deserto (v. 105).

Giardino. Una parola dolce che parla di colori e bellezza, che racconta l’inizio di una possibile fioritura che ancora aspetta di sbocciare per essere qualcosa di grande, per diventare un impero. Quest’ultimo subisce un’attenta disamina nel Paradiso, nel cielo di Mercurio, dove sono presenti gli spiriti attivi per la gloria che fecero del bene per la fama. Qui Dante diventa l’imperatore Giustiniano, ripercorrendo la storia di Roma, affermando quanto le lotte fra Guelfi e Ghibellini (“faccian lor arte sott’altro segno, chè mal segue quello sempre chi la giustizia a lui diparte,”, vv. 103-105) non facciano bene alla realizzazione dell’impero.

Punti per ripartire

È qui che ci si chiede a cosa serva la politica. Quale sia davvero il suo fine e su quali princìpi debba basare il suo agire. Perché non può prevalere l’indifferenza. Non deve avere la meglio. I problemi devono essere affrontati con concretezza e senso di responsabilità, di professionalità. Quel Beruf che Max Weber analizzerà in un altro testo profetico che la letteratura e il pensiero ci hanno tramandato (La scienza come professione. La politica come professione, Einaudi, 2004). Beruf come lavoro interiore profondo, cosciente dei suoi limiti ma che veda nitido il raggiungimento del bene di se stessi e della comunità. Senza per questo alienarsi.

Considerazioni presenti anche ne Il lavoro dello spirito (Adelphi, 2020). Libro scritto da Massimo Cacciari in dialogo diretto con l’insegnamento weberiano e indiretto anche con Dante (e con i canti politici della Commedia), a cui il filosofo ha dedicato studi importanti. La divisione perenne della condizione sociale italiana (e non solo) dovuta alla superficialità e all’autorefenzialità della sua classe dirigente, rende indispensabile un profondo ripensamento del Politico, di quello spazio che non può essere basato solo su ragioni contrattualistiche, così come dettato dalle regole del capitalismo finanziario, ma vada oltre per diventare, insieme alla Scienza, motore del progresso, il centro propulsore dello sviluppo di una cittadinanza consapevole.

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