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la casa olandese

La casa olandese, Ann Patchett

Recensione de “La casa olandese” di Ann Patchett edito da Ponte alle Grazie. Una storia sull’amore fraterno e sull’idealizzazione dell’infanzia

Questo è uno di quei romanzi che ti dispiace terminare. La vita di Maeve e di Danny scorre veloce pagina dopo pagina in una storia di ingiustizie, di perdono e di crescita. “La casa olandese” è un romanzo delicato sulla capacità di tutti noi di perdonare e di amare dal profondo del nostro cuore. Anche nelle situazioni in cui tutto sembra essere perduto..

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Afghanistan: un fallimento miserabile

Il ritiro statunitense dall’Afghanistan rappresenta un vero e proprio fallimento. Una scelta attuata goffamente e grottesca. Come uscirne degnamente?

Nelle settimane scorse, se ne sono dette tante sull’Afghanistan ed ora che il clamore dei media per il ritiro statunitense sembra essersi assopito, si avverte ancora più forte il dramma di questa nazione sempre contesa nel corso della storia. Lasciandola al suo destino, gli americani hanno ammesso una dichiarazione implicita di arrendevolezza non solo di fronte alla complicata realtà di alcune zone del mondo ma anche davanti a sé stessi. Frettolosamente, salvando il salvabile, rispondendo parzialmente alle richieste di aiuto di migliaia di persone. Un fallimento miserabile iniziato vent’anni fa. Una scelta che maturava già da tempo ma attuata goffamente in maniera, per certi aspetti, quasi grottesca.

L’Afghanistan è sempre stata una terra difficile. Lo sapevano i Sovietici negli anni Ottanta, quando si contrapposero ai mujaheddin; lo sanno gli afghani stessi divisi in contrapposizioni etniche incapaci di trovare un equilibrio fra loro. Perché? Prima di tutto a causa della storia del territorio afghano, attraversato da innumerevoli venti di conquista, dall’alternarsi di poteri monarchici e repubblicani e, ovviamente, dalla guerra iniziata contro il terrorismo dopo l’11 settembre. Per non parlare delle tensioni geopolitiche con il vicino Pakistan. Una situazione incandescente, dove basta poco per accendere la tensione.

Dopo l’attentato al World Trade Center, l’Occidente si scoprì più vulnerabile. La Seconda guerra mondiale era ormai un lontano ricordo, la Guerra Fredda aveva creato attriti senza sfociare mai in un vero e proprio conflitto internazionale, in più si era interrotta con la caduta del Muro di Berlino e niente lasciava presagire potesse accadere un evento in grado di riaccendere paure che parevano essersi addormentate. Paure legate al mantenimento della nostra stessa sopravvivenza. Eppure accadde dimostrando quanto garantire una condizione di relativa pace sia uno sforzo impegnativo e faticoso.

Da allora, gli Stati Uniti hanno deciso di scendere in campo e con essi quei paesi dell’Alleanza atlantica che parrebbero riconoscersi nei valori della democrazia e della pace. Afghanistan, Iraq, i movimenti politici legati alle cosiddette “primavere arabe”. L’Oriente diventava il laboratorio in cui cercare di introdurre i valori occidentali anche con la forza, dando inizio a conseguenti reazioni terroristiche che hanno finito per colpire il cuore stesso dell’Europa, portando terrore e morte. Una guerra frammentata e violenta, senza grandi campi di battaglia, vissuta su una crescente tensione geopolitica, dove gli obiettivi da colpire sono stati e sono in gran parte persone appartenenti alla popolazione civile.

Non esiste una civiltà migliore di un’altra, nessuno al mondo può arrogarsi il diritto di avere il monopolio di questa parola. Soprattutto non in senso politico. Il rispetto fra culture si crea attraverso il loro dialogare in cui le rispettive differenze debbano necessariamente portare ad una sintesi su valori condivisi. È così che la pace si mantiene, è così che le azioni violente vengono messe a tacere. La civiltà, semmai, è quella di coloro che in queste settimane hanno cercato di aiutare fino alla fine i civili a trovare una via d’uscita da un futuro incerto. Con spirito di sacrificio ed umanità.

Non c’è nessun vincitore in questi vent’anni. Tutti sono vittime e devono pesantemente riflettere sul loro ruolo nel mondo, nel loro stesso paese e nel consesso internazionale. Di sicuro, l’Occidente ne esce frastornato. Gli americani stanno cercando di rivolgere l’attenzione più ai problemi interni che all’esterno; mentre l’Europa dovrebbe concentrare i suoi sforzi nella creazione di un apparato di difesa comune, ben strutturato, espresso da una visione concertata della difesa dei propri confini senza lasciare da parte le azioni di solidarietà verso i popoli in difficoltà. In questo modo l’Afghanistan non rappresenterà solo il fallimento politico dell’Occidente ma anche l’occasione per un suo riscatto.

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Dante: un esilio perenne

Riflessioni sul monumento funebre di Dante a Ravenna alla riscoperta delle radici di ogni letteratura. Un esilio perenne.

È una mattinata tranquilla di fine agosto. Le strade di Ravenna sono quasi del tutto silenziose. Molti sono ancora in ferie e la maggior parte della gente cammina a piedi o va in bicicletta, in una città elegante, raffinata come la storia che testimonia. Passeggiarci è un piacere per il corpo e per la mente che non sembrano mai stancarsi. Tutto ricorda Dante. Gli angoli delle strade sono tappezzati di sue citazioni e il profilo del poeta ti scruta guardingo in ogni sua stilizzazione grafica. Strategie di marketing per attirare i turisti? Non c’è dubbio ma avverto qualcos’altro. Qualcosa che collega Dante alla riscoperta delle radici di ogni letteratura ma che lo pone, al tempo stesso, in un esilio perenne.

Solo allora risalgono alla memoria le giornate passate in classe a spiegarlo, a far capire come i suoi versi siano ancora vivi, presenti nella società italiana come non mai. A settecento anni dalla sua morte, Dante descrive ancora bene le contraddizioni che viviamo quotidianamente, sia da italiani che da esseri umani. Inquieti, suscettibili, masochisti nell’odiare noi stessi e nel non fare nulla per cambiare questa situazione. Ed ecco che dentro di me le domande iniziano a nascere poco a poco, fino a diventare impossibili da tacere.

Domande sulle ragioni che lo avevano portato a lottare fino alla fine per trovare un patria, un luogo in cui sentirsi definitivamente a casa e che appare nei suoi versi impossibile da realizzare, lui che aveva profeticamente cercato di trovare una soluzione linguistica comune ai molteplici volgari presenti nella penisola. Un paradosso, un’assurdità eppure la sua vita è l’emblema di tutto questo. Dante verrà condannato, cacciato, costretto ad una peregrinazione continua. Posto ai margini della sua città, quella Firenze che fra Duecento e Trecento inizierà a dettare legge in ogni campo del sapere nonostante sia percorsa da superbia, invidia e avarizia, come scriverà nell’Inferno.

Dante ha profetizzato il nostro essere perennemente divisi, l’incapacità di sentirci un popolo unico, in grado di riconoscersi nel suo passato e nella sua tradizione cantando, contemporaneamente, la necessità di quest’ultima. Chissà se ne abbiamo ancora coscienza. Come la mia che si è trovata davanti a questa cappella piccola e dignitosa, simbolo di humilitas (e la vicinanza alla basilica di S. Francesco, al suo santo prediletto, sembra non casuale), circondata dal silenzio e dal verde. Qui, dove guardavo timoroso il suo interno intravedendo l’arca sepolcrale che racchiude le sue spoglie. Dall’esterno di questo edificio dal sapore neoclassico, quasi a ricordare la memoria degli antichi tanto cara al poeta e alla letteratura medievale, lessi l’epitaffio che fu scritto nel 1327, e quegli ultimi versi così tremendamente veri, reali: “patriis extorris ab oris / quem genuit parvi Florentia mater amoris”.

Esule dalla propria terra, generato da un città che gli ha dato poco amore. In poche parole, la storia di ogni persona che cerca disperatamente un futuro migliore da un’altra parte, a costo di sacrificare la sua vita. A volte la storia sembra dimenticare il passare dei secoli per diventare un eterno presente e ripresentarsi in vite lontanissime fra loro. Cosa accomuna un poeta del Trecento a coloro che attraversano il mare tutti i giorni? Cosa lo accomuna a chi semplicemente si sente straniero nella sua patria se quest’ultima non gli dà il lavoro che cerca, se lo fa sentire a disagio con le sue mancanze sociali, politiche, umane? Nulla e allo stesso tempo tutto, a dimostrazione di quanto la grande letteratura sia vita essa stessa. Di certo, Dante avrebbe meritato una sepoltura degna della sua opera ma è nella discrezione di questo piccolo tempio che la sua eterna grandezza parla ancora alle nostre coscienze.

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Clima impazzito?

Clima impazzito? Un’estate rovente, fra le più calde vissute finora ma non riusciamo a diminuire le emissioni inquinanti. Serve coraggio.

Ė un’estate rovente, fra le più calde mai avute. Una situazione ai limiti della sopportazione già verso la fine di giugno, in netto anticipo sulla normale scansione stagionale. Temperature da record, soprattutto a sud, con lievi cali nella parte settentrionale. Una cappa infuocata d’afa e umidità, in grado di rendere difficile anche la minima azione quotidiana. L’inferno di un clima che sembra impazzito, ingovernabile, drammaticamente alterato nei suoi ritmi naturali. Eppure non riusciamo a diminuire le emissioni inquinanti per migliorare la salute del nostro pianeta. Serve coraggio altrimenti non avremo speranza.

Ad allarmare ancora di più le nostre coscienze è il rapporto Ipcc dell’Onu, indicativo del disastro a cui stiamo andando incontro. Tra il 2021 e il 2040, al di là degli sforzi che potranno essere fatti per diminuire l’inquinamento e le emissioni gassose, le temperature saliranno di 1,5 gradi nonostante questo si possa procrastinare con uno sforzo intensivo da parte di tutti. Sebbene la pandemia abbia limitato i consumi durante i lockdown, non c’è stata alcuna seria diminuzione legata a questa situazione in merito alla presenza di CO2 nell’atmosfera. E gli effetti dell’aumento delle temperature sono sotto gli occhi di ognuno di noi.

Fra loro le stagioni non si avvicendano più normalmente, i ghiacci si sciolgono e il livello dei mari aumenta, mentre i lunghi periodi di siccità creano problemi all’agricoltura e di conseguenza all’economia. Gli incendi sono all’ordine del giorno devastando i paesaggi e le colture, senza dimenticare gli effetti che il caldo può avere sul nostro stesso corpo. Il clima necessita di cure immediate, interventi tempestivi senza perdere più tempo. Ne va della nostra sopravvivenza e di quella della natura a cui avremmo dovuto dare più rispetto senza farne carne da macello.

In tal senso, dovremmo tornare ad un suo concetto legato ai limiti che essa stessa ci impone con i suoi ritmi e i suoi tempi. Non si tratta soltanto di intervenire drasticamente su alcune attività industriali cercando di limitarne gli effetti dannosi. Non si tratta solo di puntare il nostro fabbisogno energetico sullo sfruttamento delle cosiddette energie alternative, pulite, rinnovabili. Va operato un cambiamento concettuale, che riguarda il nostro modo di rapportarci con la natura e il clima, al netto di retoriche ambientaliste fini a se stesse.

La natura ci insegna ad avere pazienza, e noi viviamo in un’eterna velocità; la natura ottimizza le sue energie per garantire la vita di tutti gli esseri viventi che ne fanno parte, mentre noi sprechiamo in quantità esagerate, gettando ciò che magari ancora può avere un’utilità. La natura ci fa capire quanto dovremmo avere a cuore ciò è reale, tangibile, concreto, non ciò che lo trasforma in una sua esasperata forzatura dettata, magari, dai nostri capricci egoistici. La natura ci insegna a capire che c’è un limite al suo abuso e che serve rispetto per conservarla, nutrirla, altrimenti la reazione può essere tremenda e definitiva. E mi sembra che segnali del genere ne stiamo già ricevendo fin troppi.

Nel mondo antico, in particolare romano, se la natura sfogava le sue inquietudini un punto di rottura si stava definendo fra essa e la società. Anche oggi gli avvertimenti ci sono e l’uomo deve saperli ascoltare perché, come scrive Lucrezio:“[…] vitaque mancipio nulli datur […]”, la vita non va utilizzata come una sorta di proprietà privata. Non ci è stata data solo per questo ma va custodita per sé e per gli altri con intelligenza. Il clima ce lo sta gridando ogni giorno. Sapremo mai soffocare questo urlo?

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