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Bompiani Munizioni: la nuova collana diretta da Roberto Saviano

Bompiani Munizioni

I primi tre titoli della nuova collana diretta da Roberto Saviano per la Bompiani Munizioni.

A settembre ho ricevuto con enorme piacere un omaggio della casa editrice Bompiani. Si trattava del piano editoriale per le prime tre uscire della nuova collana diretta da Roberto Saviano chiamata Bompiani Munizioni. Come lo stesso Saviano afferma nella lettera allegata questo è un progetto fatto di libri, libri che vengono dalla vita vera e alla vita vogliono tornare. attraverso i loro lettori

Amate la parola che non ha paura di confrontarsi, la parola che è spiegazione e preghiera. Amate chi spende con voi parole difficili. Amate chi non riduce il proprio pensiero a slogan. Amate la parola, la parola libera, la parola disobbediente, perché amandola amate voi stessi.
Roberto Saviano

Ma di cosa si tratta? Sempre utilizzando le parole di Roberto Saviano, i libri della collana Bompiano Munizioni sono libri di saggistica e di narrativa, ma superano queste distinzioni perché abbiamo fame di grande storie. Sono libri forti come il piombo, proprio come quello usato per i caratteri di stampa secoli fa. Saviano li definisce proiettili contro l’ignoranza, l’indifferenza, il silenzio.

I primi due volumi della collana sono già in libreria, il terzo uscirà per Gennaio 2020. Scopriamoli insieme!

Dì la verità anche se la tua voce trema – Daphne Caruana Galiza

Il primo dei tre volumi è uscito in occasione dell’anniversario della morta della stessa autrice, Daphne Caruana Galiza. Grazie al prezioso aiuto dei tre figli, Andrew, Matthew e Paul, viene presentato in anteprima mondiale ai lettori italiani una selezione degli articoli che sono costati a Daphne – sola nella sua isola, Malta, al centro del Mediterraneo – l’isolamento e poi la morte. 

Un approfondimento video sulla morte di Daphne Caruana Galiza.

Trama

“Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata.” L’ultimo post di Daphne Caruana Galizia su Running Commentary si chiude così, alle 14.35 del 16 ottobre 2017. Pochi minuti dopo la Peugeot 108 su cui Daphne si sta allontanando da casa salta in aria, e quella frase diventa un testamento involontario consegnato ai lettori del suo blog. Daphne ha pagato con la vita trent’anni di giornalismo investigativo in cui ha denunciato i lati più oscuri di Malta, dalla corruzione dei suoi politici al narcotraffico al riciclaggio di denaro sporco, dall’influenza del regime azero sulla politica locale al ruolo di Malta nello scandalo dei Panama Papers al sistema della vendita della cittadinanza maltese che vale il 2,5% del PIL dell’isola.

“Quando un giornalista viene ucciso ne soffre tutta la società,” ha scritto Margaret Atwood. E questo è tanto più vero se accade nel silenzio assordante della giustizia. Fino a quando anche un solo giornalista perderà la vita per aver raccontato la verità, le ultime parole di Daphne rimarranno un monito doloroso tra i fiori negati del suo memoriale.

Fariña – Nacho Carrettero

Il secondo libro della collana Bompiani Munizioni è anch’esso una storia vera. Censurato e ritirato dal mercato, salvato anche grazie alla mobilitazione dell’associazione dei librai di Madrid, racconta della porta europea per la cocaina situata in Spagna. Nasce così uno dei mercati criminali più vasti, sofisticati ed efferati.

Trama

Coca, farlopa, perico, fariña. Nella storia spagnola nessun prodotto è mai stato commercializzato con tanto successo. Negli anni ottanta e novanta infatti quasi tutta la cocaina che sbarcava in Europa faceva il suo ingresso dai porti della Galizia, che allora ha rischiato di trasformarsi in un vero e proprio narcostato. Oltre alla posizione geografica privilegiata, la Galizia aveva tutte le carte per diventare una “nuova Sicilia”: ritardo economico, una tradizione secolare di contrabbando via terra, mare e fiumi, e un atteggiamento di tolleranza ammirata verso una cultura criminale ereditata dall’epoca degli “inoffensivi” e “benevoli” boss del tabacco. I clan, potenti e intoccabili, sono cresciuti in un clima di massima impunità grazie all’inerzia – se non alla complicità – della classe politica e delle forze dell’ordine.

Attraverso le testimonianze dirette di boss, piloti di aerei, pentiti, giudici, poliziotti, giornalisti e madri di tossicodipendenti, Nacho Carretero disegna con minuzia uno scenario criminale spesso sottovalutato, ma che ha annientato il tessuto sociale, economico e politico della regione spagnola, che ancora oggi paga il prezzo delle attività dei clan del narcotraffico, tutt’altro che estinti.

Gotico Americano – Arianna Farinelli

In uscita a Gennaio 2020, Gotico Americano si distingue dai due volumi precedenti in quanto è una storia d’invenzione, ma di enorme profondità.

Trama

Nel ventre della grande balena, New York, la rabbia, l’orgoglio, l’amore di Yunus e Bruna brillano come la lanterna di un profeta dimenticato.
È la notte delle elezioni presidenziali. Bruna – che insegna Scienze politiche all’università di New York – è stata in tv per commentare i risultati e rientrando a casa dal marito Tom e dai bambini ha una nausea terribile. Ma non a causa del nuovo presidente conservatore e razzista o della solitudine che prova tra le mille luci di Manhattan: ha la nausea perché è incinta del suo amante, e il suo amante è un ragazzo dalla pelle nera, è un suo allievo, e da giorni non risponde al telefono.

Comincia così, come un dramma borghese, un romanzo che pagina dopo pagina ci apre gli occhi sul mondo attraverso i destini incrociati dei suoi personaggi: Bruna, emigrata dall’Italia negli Usa dove ha trovato lavoro e marito ma perduto molte illusioni. Sal e Amanda, i suoceri italoamericani perbenisti e meschini. Minerva, la figlia adolescente, secondo cui “se Dio esistesse non ci sarebbe la guerra in Siria”, e Mario, il figlio bambino che abita con disagio il suo corpo maschile. Yunus, lo studente che dedica a Bruna tutto l’amore dei vent’anni e un manoscritto in cui racconta la sua storia di ragazzo nero privato della possibilità di scegliere e condotto così alla scelta più radicale.

E New York, la grande balena sognata da generazioni di donne e uomini che cercano la libertà e non immaginano che cosa significhi entrare nel suo ventre buio portando con sé solo la piccola lanterna di una speranza.


Roberto Saviano presenta la collana Bompiani Munizioni

Libri che raccontano diverse realtà della nostra società e quotidianità portandoci ad avere visioni nuove su ciò che ci circonda. Bompiani Munizioni sarà una collana che regalerà testimonianze importanti per poterci arricchire e far luce sulle vicende di cronaca più buie e meno conosciute. Non vedo l’ora di immergermi nel loro mondo!

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© Le sinossi dei romanzi sono proprietà della casa editrice Bompiani

la ferrovia sotterranea

La ferrovia sotterranea, Colson Whitehead

Recensione del romanzo “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead edito da Sur e vincitore del premio Pulitzer 2017 e del National Book Award.

Rabbia. Incredulità. Smarrimento. Queste sono state le forti emozioni suscitate dal romanzo “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead. Un libro in cui la sofferenza e il dolore trasudano in ogni parola e pagina. Ed io veramente non riesco ad accettare questo capitolo così buio della nostra storia della schiavitù degli Africani in America. La storia moderna delle Americhe è stata scritta con il sangue. Ne sono sempre più convinta.

Ciò che più mi fa rabbia, è l’enorme ipocrisia di molti americani di quel periodo che tanto si professavano cristiani e tanto torturavano senza pietà altri esseri umani. Con divertimento. Senza rimorso. Ovviamente non tutti. Ma ci furono interi Stati ad abbracciare le leggi contro le persone di colore e dar vita ad una vera e propria caccia all’uomo. Dopotutto non sono passati poi così tanti anni dal discorso di Martin Luther King.. Ma andiamo con ordine.

Non avevano mai visto nulla di simile, ma avrebbero lasciato un’impronta su quella nuova terra, così come avevano fatto i famosi coloni di Jamestown, rendendola propria grazie a un’inarrestabile logica razziale. Se il destino dei negri fosse stato quello di essere liberi, non sarebbero in catene. Se il destino dei pellerossa fosse stato di conservare le loro terre, le possiederebbero ancora. Se i bianchi non fossero stati destinati a conquistare questo nuovo mondo, ora non ne sarebbero i padroni.

Una storia di odio e violenza

“La ferrovia sotterranea” narra le vicende di Cora, una giovane schiava di colore nella Georgia della prima metà dell’Ottocento. Cora è nata schiava. Sua nonna Ajarry è stata strappata dal villaggio in Africa in cui era nata e cresciuta. E’ morta nel campo di cotone dove lavorava. La mamma, Mabel, decide di fuggire dalle piantagioni quando Cora aveva solo dieci anni. Non è mai stata catturata, e Cora ha dovuto imparare non solo ad essere schiava, ma anche a sopravvivere con il dolore di esser stata abbandonata. Ma Cora ha voglia di vivere, di credere che anche lei possa avere un’esistenza da essere umano. Stanca delle quotidiane ingiustizie e torture che la sua gente deve subire dal padrone bianco, decide di fuggire insieme all’amico Ceaser verso il Nord, dove la schiavitù inizia ad essere abolita. Attraversano diversi stati del Sud grazie all’invenzione della “ferrovia sotterranea”, una rete clandestina di abolizionisti che aiutavano gli schiavi nella loro fuga. Ma non sarà così facile respirare la libertà. Il razzismo, purtroppo, arriva in ogni luogo.

Il romanzo è un pugno nello stomaco. Dolorosamente reale. I fatti narrati da Whitehead sono storia. Difficile da digerire, lo so. La narrativa avvolge il lettore come una coperta di spine: calda, ma pungente. Le immagini sono vivide, non vengono velate. Sono fotografie di un passato, la storia di un popolo. Cora è un personaggio controverso, sicuramente vittima, ma animata anche lei da odio e da un barlume di vendetta che, giustamente o meno, animava molti schiavi. Interessante anche il personaggio di Ridgeway, il cacciatore di teste incaricato di riportare alla piantagione Cora. Nel libro vengono inseriti dei brevi capitoli con diversi punti di vista sia da parte degli altri schiavi che dei bianchi. Questo ha permesso di avere una visione a tutto tondo del mondo degli Stati del Sud.

Corpi rubati che lavoravano terra rubata. Era un motore che non si fermava, la sua caldaia mai sazia si alimentava a sangue. Con le operazioni chirurgiche descritte dal dottor Stevens, pensò Cora, i bianchi avevano cominciato davvero a rubare ai neri il futuro. Ti aprivano e te lo toglievano da dentro, ancora sgocciolante. Perché è questo che si fa, togliendo a qualcuno il figlio appena nato: gli si ruba il futuro. Lo si tortura il più possibile finché è su questa terra, e poi gli si leva la speranza che un giorno la sua gente vivrà giorni migliori.

Ho amato molto tutta la costruzione del romanzo. La trama è solida, coerente, e permette un approccio storico senza risultare pesante. Alcune immagini di torture descritte sono molto forti, ma vogliamo ancora chiudere gli occhi?

Bisogna dire che rendere reale la ferrovia sotterranea è stato un elemento vincente. Infatti Whitehead ha creato nel romanzo una vera e propria rete ferroviaria gestita dagli abolizionisti che univa i diversi stati del Sud e del Nord per portare in salvo gli schiavi. Ha regalato ancora più concretezza a questa rete invisibile a molti.

Puoi approfondire la ferrovia sotterranea cliccando qui

Punti forti del romanzo

  • storia coinvolgente;
  • il personaggio di Cora non è la classica eroina a cui tutto è concesso;
  • storicamente veritiero;
  • tutti i personaggi di contorno sono ben costruiti.

Punti deboli del romanzo

  • non ritengo abbia punti deboli. Personalmente mi sarebbe piaciuta una nota storica a fine libro per approfondire ancora di più l’argomento.
non qui non altrove

Leggi anche la recensione di “Non qui non altrove”


la ferrovia sotterranea

Colson Whitehead – La ferrovia sotterranea

Titolo originale: The Underground Railroad
Editore: Sur
Genere: Narrativa moderna contemporanea; romanzo storico
Prima edizione: 2016
Prima edizione italiana: 2017
Formato: Brossura
Pagine: 376 pp.,
Traduttore: Martina Testa
Prezzo: 20 euro
Premi: Premio Pulitzer 2017; National Book Award 2017
Voto: 9/10

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Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (Amos Oz con Shira Hadad) – A cuore aperto

“[…] scrivere libri: mettere qualcosa in salvo dalle grinfie del tempo e dell’oblio.”,
p. 9.

Gli incontri umani, quelli veri, sono sempre un do ut des, soprattutto se si parla di un dialogo serrato fatto di domande e risposte. Il processo maieutico diventa esercizio esperienziale, conoscenza intima dell’Altro che ci sta davanti anche se di lui/lei non si sa un bel niente. Le parole hanno questa forza: portare due perfetti sconosciuti ad empatizzare fra loro e a capirsi.

Con gli scrittori, con certi grandi narratori dell’universale umano, individui che hanno cambiato il corso della letteratura mondiale, questo percorso si fa più sottile, metafisico, tanto importante è la portata delle loro opere e la loro influenza sulle nostre vite. Amos Oz appartiene a tale categoria ma senza primeggiare, ponendosi nel suo insieme in maniera defilata e controcorrente.

Autoanalisi di uno scrittore

Con Shira Hadad, sua editor, ha cercato di cogliere gli episodi, le idee, gli aspetti meno conosciuti di se stesso, intessendo una conversazione limpida, a tratti anche dura, squisitamente leggera, grazie ad un senso dell’autoironia non comune, simbolo di intelligenza. Ormai alla fine della sua vita, Oz parla di sé con freschezza e serenità, ammettendo i propri errori senza rimorsi.

Dalla letteratura all’erotismo, dai sensi di colpa alla critica letteraria, dal maschilismo all’ascolto del femminile, dai confini veri a quelli immaginari dell’esistenza. Sono questi i temi che la Hadad traccia con le sue domande pregnanti, attente alla vita di chi le sta di fronte e alle persuasioni del mondo in cui si è svolta.

L’ascolto diventa, più della scrittura, lo strumento fondamentale per riconoscersi a vicenda. In tal modo, scopriamo un Oz stakanovista dello scrivere, impegnato a creare i suoi libri incessantemente anche a costo di distruggere quanto prodotto con fatica. Un Oz che ha imparato ad educarsi all’amore commettendo errori e maturando con altri; un Oz lettore e ammiratore di chi ha considerato avere un talento migliore del suo; un Oz addentro alla situazione sociale e politica del suo Paese con un punto di vista netto, molte volte isolato dal “pensiero” comune.

Che cosa resterà di uomo?

“[…] Il dono della letteratura. Dico loro: Il dono è doppio.
Il primo è che si prende un libro, un romanzo, un racconto,
lo si legge e a pagina 24 manca il fiato: sono proprio io,
come faceva a saperlo quella scrittrice? Non mi conosce.
Ma è solo che parla di me, no,
parla dei miei segreti, che non ho mai svelato a nessuno.
Questo è il primo tipo di dono.
Il secondo è l’opposto:
si va avanti a leggere fino a che, tutt’a un tratto, a pagina 84,
si resta a bocca aperta e si dice: wow, non sarebbe mai potuto capitare a me.
Una cosa del genere non la farei neanche per un milione di dollari. […]”.,
p. 146.
 

Le testimonianze, a maggior ragione se scritte, hanno la capacità di metamorfizzare il nostro vissuto, di renderlo parte di un discorso più alto. La vita di Oz è anche la nostra, seppur ognuno di noi abbia esperienze totalmente differenti. Ma nella differenza i tratti in comune si accentuano per farci capire come non siamo poi così lontani l’uno dall’altro.

La letteratura è il profumo indistinto di questo impasto di terra e sangue. Ci sta attorno e ci guida, anche se non lo sappiamo. Essa è la proiezione di ogni dubbio che ci portiamo nel cuore e del dolore che nasce dalla loro consapevolezza. Questo libro lo sa, Oz ne è cosciente, tutti dovremmo ambire a saperlo.

Traduttrice: Elena Loewenthal – Editore: Feltrinelli – Collana: Varia – Anno edizione: 2019 – In commercio dal: 3 ottobre 2019 – Pagine: 172 pp., Brossura – Prezzo: 15 euro.

Vot.: 8,5/10.

Un ascolto/un’opera d’arte: Luigi Tenco – Io sono uno (1966); Pablo Picasso – Autoritratto (1907).

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Danubio (Claudio Magris) – Nel fluire delle parole

I fiumi portano vita, consentono agli uomini di costruire la propria civiltà abbeverandosi alle loro acque e traendo da esse la materia prima per poter vivere con dignità. Lungo i fiumi, la storia diventa eterna e le città maturano sotto i colpi ferini del loro crescere incessante.

Claudio Magris affida alle onde impetuose e mitteleuropee del Danubio, riflessioni, aneddoti, pezzi della propria vita, incontri, amore per ciò che un fiume del genere ha prodotto sotto forma di conoscenza, fino ad ergersi a luogo fondamentale per la nascita di popoli entrati nella leggenda.

Romanzo e saggio

Cartografia dell’anima e geografia di pensieri infiniti, dove la microstoria di fatti insignificanti diventa narrazione più ampia, discorso sulla vita e sul suo senso più intimo, Danubio setaccia gli aspetti meno conosciuti dell’Europa centro-orientale, dialogando con una tradizione antropologica e letteraria necessaria per lo sviluppo del carattere di noi europei.

In questo caleidoscopio di nomi e toponimi, lontani dal mondo mediterraneo ed anglosassone, scorgiamo personalità che all’apparenza sembrano non dirci granché, rivelandosi, via via, grazie alla penna magistrale di Magris, un incrocio portentoso di individualità umane.

Tutte intrecciate fra loro, tutte figlie del ventre materno del Danubio, fiume-madre sui cui l’impero austro-ungarico e le sue genti hanno edificato il loro mito, arrivando a lambire i nostri confini, fino a fondersi con loro indissolubilmente.

Una storia che non ha termine

La scrittura, coltissima, man mano che si avanti nella lettura, si tramuta nelle acque stesse del Danubio, portandoci a navigarla con attenzione e impetuosità, mentre Magris ci racconta, alla stregua di un marinaio di ventura, le sue peripezie più nascoste.

Si rimane incantanti da una tale potenza narrativa nonché un po’ intimoriti dalla sua profondità stilistica. In questo libro, la saggistica tramuta se stessa in romanzo, determinandosi come un genere letterario elastico ed estremamente aperto alle suggestioni di una letteratura mai così vicina alla concretezza dell’esistenza.

Editore: Garzanti – Collana: Elefanti bestseller – Anno edizione: 2013 – Formato: Tascabile – In commercio dal: 7 novembre 2013 – Pagine: 480 pp., Brossura – Prezzo: 12,90 euro.

Vot.: 8,5/10.

Un ascolto/un’opera d’arte: Nick Drake – Riverman (1969); Jan Van Goyen – Scena sul fiume (1646).

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Il mondo di Atene (Luciano Canfora) – Democrazia è lotta

Che cosa ci lascia in eredità una città come Atene? Perché molti di noi (me compreso) ne avvertono ancora la grandezza e vogliono continuare a capirla, studiarla, visitarla? Soprattutto, quanto dell’Atena classica è ancora presente nella nostre coscienze e nella nostra vita? In che modo abbiamo introiettato la sua storia e i suoi insegnamenti?

In un tempo che rifugge ogni idealizzazione, nella polvere dei confronti politici e nel sangue di mille battaglie, pulsa il cuore della vera Atene, la città-stato di un mondo che ha saputo dare agli anni a venire gli strumenti del dibattito politico, le basi dialettiche per la sua crescita nelle epoche future.

Saggio e dramma

Luciano Canfora smonta la macchina retorica che per anni ha visto Atene come la culla della democrazia, affidandosi all’ascolto delle fonti e al loro modo particolare di parlare delle azioni degli uomini. Come? Studiandone le parole attentamente. Fra tutte, la celebre ed inflazionata demokratia, un termine che non ha nulla di pacificatorio. Anzi, rappresenta tutto il contrario.

Ma partiamo con ordine. Il dibattito sulla politeia, le cui radici si infittiscono già a partire dal V-IV sec. a.C., coinvolse i più grandi intellettuali greci dell’epoca, da Isocrate ad Erodoto fino ad Aristotele, che la intese come la forma di vita dello stato coincidente con la sua Costituzione, una definizione dove ha un ruolo fondamentale il concetto di cittadinanza.

All’interno del contesto ateniese, questa si acquisiva per nascita (con le dovute modifiche in base alle epoche, basti pensare al periodo post pericleo) e al compimento dei 18 anni seguendo un iter particolare. I cittadini avevano vantaggi economici e diritti politici che garantivano loro la partecipazione attiva alla pólis.

Nello specifico, il regime democratico ateniese si caratterizzava per essere essenzialmente un club riservato a soli maschi, dove le donne, gli stranieri, gli schiavi e i meteci (i non cittadini che risiedevano stabilmente nella città) non avevano diritto alla vita politica. Ma, allora cosa significa “democrazia”?

Si tratta di una parola feroce, da battaglia, composta da due termini: démos, lemma ambiguo che può indicare molte cose: la comunità nel suo insieme, una parte di essa meno abbiente, le comunità locali, la parte della stessa che si riconosce nel potere popolare, e krátos, dominio, violenza, esercizio di prevaricazione. Democrazia è quindi un termine usato dai nemici del suo sistema, dai suoi avversari, per attaccarne le fondamenta.

Ed è proprio su questo che si gioca la corretta interpetrazione della società ateniese d’età classica.

Una storia eterna

La lettura del testo è limpida, chiara, fortemente ancorata al racconto dei documenti e alle ipotesi che si sono fatte su di loro nel corso degli anni. Il tutto grazie ad una scrittura perfettamente analitica, intensa, che rispecchia gli umori di quei secoli e l’impeto delle loro idee. Di sicuro, chi non ha una buona infarinatura di storia greca, lo troverà ostico. Certi nomi, infatti, non si possono capire se non li si è almeno studiati una volta.

Ciò non toglie che si avverta con piacere la passione per una città che nel mondo antico ha saputo porsi, per i i periodi storici successivi, come esempio di cultura politica paradigmatica, fagocitata dai suoi stessi problemi ai quali, nel bene e nel male, ha cercato di dare una soluzione. L’eredità principale con cui dobbiamo fare i conti.

Editore: Laterza – Collana: I Robinson. Letture – Edizione: 4 – Anno edizione: 2011 – In commercio dal: 17 novembre 2011 – Pagine: 518 pp., Rilegato – Prezzo: 22 euro.

Vot.: 8/10.

Un ascolto/un’opera d’arte: Dead Can Dance – Agape (2012); Ictino/Callicrate – Partenone (447-432 a.C.).

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il manoscritto franck thilliez

Il manoscritto, Franck Thilliez: un thriller perfetto

Recensione del thriller “Il manoscritto” di Franck Thilliez edito da Fazi Editore, un libro che vi rapirà completamente.

Cari amici lettori, FINALMENTE un thriller scritto come si deve. Divorato in tre giorni, sono rimasta sveglia fino all’una di notte per arrivare all’ultima frase del romanzo e dire “no, non è possibile. Forse mancano delle pagine alla mia copia”. Un libro geniale dalla prima all’ultima riga che vi terrà incollati e non potrete farne a meno. “Il manoscritto” di Franck Thilliez è un capolavoro. Si aggiudica, insieme a “Il suggeritore” di Donato Carrisi, il podio come miglior thriller.

In questa recensione, a differenza delle altre, ho deciso di non raccontarvi la trama per non rovinare nemmeno un piccolo dettaglio del puro godimento che proverete nel leggere il libro. Lascio solo la sinossi ufficiale e le mie considerazioni:

Léane Morgan è considerata la regina del thriller, ma firma i suoi libri con uno pseudonimo per preservare la propria vita privata, che ha subito un profondo sconvolgimento: sua figlia Sarah è stata rapita quattro anni prima e la polizia ha archiviato il caso come omicidio a opera di un noto serial killer, pur non essendo mai stato ritrovato il corpo della ragazza. Dopo la tragedia, del suo matrimonio con Jullian non è rimasto che un luogo, la solitaria villa sul mare nel Nord della Francia che Léane ha ormai abbandonato da tempo; ma quando il marito viene brutalmente aggredito subendo una perdita di memoria, lei si vede costretta a tornare in quella casa, carica di ricordi dolorosi e, adesso, di inquietanti interrogativi: cosa aveva scoperto Jullian, perso dietro alla ricerca ossessiva della verità sulla scomparsa della figlia?

Intanto, nei dintorni di Grenoble, viene ritrovato un cadavere senza volto nel bagagliaio di una macchina rubata: potrebbe forse trattarsi di un’altra vittima del presunto assassino di Sarah. Le intuizioni del poliziotto Vic, dotato di una memoria prodigiosa, permetteranno di incastrare alcuni tasselli del puzzle, ma altri spaventosi elementi arriveranno a confondere ogni ipotesi su una verità che diventa sempre più distante, frammentaria e, inevitabilmente, terribile.


Ma cosa rende perfetto “Il manoscritto” di Franck Thilliez? Gli elementi ci sono tutti: trama accattivante, serial killer spietato, thrilling, enigmi veri e propri da risolvere, colpi di scena. Il lettore viene preso con forza e violenza dagli eventi cruenti narrati, e si ritroverà faccia a faccia con la morte. Thilliez lascia poco spazio all’immaginazione del lettore: il modus operandi dell’assassino è di una violenza inaudita descritto nei minimi particolari, ma proprio per questo affascinante. Cosa spinge l’uomo a compiere certi orrori? In quale momento preciso della sua vita si rompe qualcosa che lo rende uno spietato serial killer? Il lettore non può che farsi queste domande andando avanti con la storia. “Il manoscritto” fa luce sulla psiche più oscura dell’uomo mettendolo alla prova: la violenza è un lato spesso represso nell’inconscio più profondo di ognuno di noi?

Il romanzo ha ritmo e una trama magistralmente costruita senza tralasciare la caratterizzazione dei personaggi. L’autore è riuscito ad inserire nei punti giusti i colpi di scena, la narrativa è ricca e scorrevole. Il talento di Franck Thilliez è di aver giocato con intelligenza e astuzia su ogni minino dettaglio della trama seducendo il lettore a non mollare nemmeno per un secondo. Non mancano, come accennavo prima, le descrizioni macabre. A mio avviso sono la giusta macchia “horror” in un thriller del genere nonché uno dei punti di forza del libro. Come del resto la descrizione di ogni scena: sembrava di essere lì e di vivere sulla propria pelle tutto l’orrore e l’angoscia dei protagonisti (penso che una trasposizione cinematografica de “Il manoscritto” sarebbe interessante).

Se non avesse fatto nulla, sarebbe crollata. Allora la baciò con quella voglia di amare e dare che la prendeva al ventre. E lui, suo marito, Jullian, le avrebbe preso la luce, mentre lei avrebbe trattenuto le tenebre, come aveva sempre fatto perché quello era il suo destino: vivere sempre dietro uno pseudonimo, un altro sé. un doppio inconsueto, uno specchio ingannatore che non rifletteva in nulla la verità.

Ma “Il manoscritto” parla anche di dolore e di cosa si è disposti a fare per superare quei graffi dell’anima che spesso la vita riserva. La scomparsa di una figlia e il conseguente crollo emotivo dei genitori sia come singoli individui che come coppia, l’abbandono e l’abbandonarsi nel buio di ognuno di noi. Si è come ipnotizzati dalla vita e dalla mente di ogni singolo personaggio citato nel testo. Capire, comprendere, cercare di dare un senso. Chi ha ragione? Chi ha torto? Siamo davvero sicuri del colpevole? Qual’è il confine tra ciò che è e non è lecito?

Franck Thilliez spiega come arrivano le idee ad uno scrittore e come riconoscere l’idea chiave da sviluppare per la trama di un romanzo.

Il lettore pensa di essere arrivato alla soluzione del caso, ma tutto il romanzo si struttura su una serie di giochi di parole, di specchi e di piccoli incastri che vengono ribaltati con le ultime parole dell’ultima frase dell’ultima pagina. “Il manoscritto” di Franck Thilliez è geniale proprio perché giocherete con tutta la trama e vi lascerà l’ombra del dubbio anche a libro concluso (io ci sto ancora pensando!). Ma vi rassicuro: se avrete letto con attenzione ogni singolo passaggio riuscirete a venie a capo del mistero. Leggete attentamente l’ultima frase (io l’ho capito solo grazie a Laura de La libridinosa che me lo ha fatto notare).

In conclusione non posso che dire LEGGETE IL MANOSCRITTO DI FRANCK THILLIEZ! Non ve ne pentirete!

Punti forti del romanzo

  • trama perfetta, lineare, senza buchi;
  • il lettore non è solo passivo, ma attivo nel svelare il mistero finale;
  • scritto magistralmente sia per il linguaggio sia per i molteplici colpi di scena;
  • immagini cruente e modus operandi dell’assassino descritti benissimo;
  • psicologia dei personaggi a 360°;
  • vi ho già detto che lo ritengo uno dei migliori thriller in assoluto?

Punti deboli del romanzo

  • purtroppo è già finito…

il manoscritto Franck Thilliez

Franck Thilliez – Il manoscritto

Titolo originale: Le Manuscrit Inachevé
Editore: Fazi- Darkside
Genere: Thriller e gialli
Prima edizione: 2018
Prima edizione italiana: 2019
Formato: Brossura
Pagine: 480 pp.,
Traduttore: Federica Angellini
Prezzo: 18,00 euro
Voto: 10/10

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Björn Larsson - La vera storia del pirata Long John Silver.

La vera storia del pirata Long John Silver (Björn Larsson) – La libertà della scrittura

“E io, John Silver, sono rimasto ai suoi ordini per dieci anni!
Sono diventato un marinaio provetto, un AB master mariner, col grado di nostromo e tutto il resto.
Sono andato a scuola all’Accademia del Vecchio Nick e in breve sono diventato un maestro nelle sette scienze marinare: bestemmiare, bere, rubare, andare a puttane, fare a botte, mentire e calunniare.”
, p. 74.

“[…] Ma forse si può sperare che diventi più facile scendere a patti con i ricordi,
per poi gettarli fuori bordo come cadaveri, una volta che siano stati chiamati col loro nome, classificati ed esauriti.
D’altronde, non è così che si spegne la vita, a questo mondo? […]”
, p. 143.

Come il rombo successivo all’assalto impetuoso di uomini durante una battaglia, lì, in un orizzonte notturno indefinito, tuona l’approssimarsi di una tempesta furiosa, mentre l’ultima brezza calda di un vento inesistente, scema pian piano sul viso di questo pirata testardo e fiero, ultimo esponente di una categoria mitologica senza tempo.

John Silver, detto Long, detto Barbecue. Un gentiluomo di ventura, un avventuriero alla ricerca della propria libertà e indipendenza. Uno a cui Dio sta stretto e la vita appare sempre troppo breve, tanto forte è la brama che ha nei suoi confronti. Marinaio spietato, navigatore esperto, amante passionale. Ma chi era davvero?

Un romanzo nel romanzo

Personaggio immaginario de “L’isola del tesoro” di Robert Luis Stevenson, libro in cui era alle dipendenze del coraggioso capitano Flint, Silver è colmo d’invenzione anche in questo libro di Björn Larsson, uno dei più talentuosi scrittori svedesi contemporanei, il quale ha deciso di scriverne ex novo la biografia fin dal principio, dando vita a una delle opere letterarie più intense e originali degli ultimi anni.

Silver parla in prima persona, alla fine della sua esistenza. Lo fa con grinta, rabbia, malinconia prima che una tragica fine lo colga in piena coscienza all’interno di un Settecento foriero di mercenari, schiavi, donne incantevoli e maschi brutali. Larsson ne racconta le peripezie da grande esperto della materia, grazie a un’approfondita conoscenza del mondo dei pirati, della sua letteratura e del mare, di cui può essere considerato uno dei migliori cantori in circolazione.

Fra i tantissimi protagonisti del libro, cito su tutti Jack, nome inventato da Silver stesso per indicare lo schiavo di colore con cui ha stretto un sodalizio schietto e leale; l’amico, l’unico “fratello” della sua vita che gli abbia davvero lasciato qualcosa nel profondo, arrivando a condividerne una morte brusca e liberatoria, da persone padrone del proprio destino.

Tutto è letteratura?

Il navigatore esperto è quello che allarga sempre di più il cerchio,
che capisce che l’incertezza è l’unica certezza a disposizione.”,
 p. 220.

Il rapporto con Jack è indicativo di quanto Larsson abbia saputo spingersi al di là della letteratura, creando un libro che può definirsi romanzo, ma trascendendo questo termine. La storia di Silver è sì la più importante, eppure è solo una delle tante che vengono raccontante dal testo. Al suo interno scorrono più vite, più romanzi. E tutti concorrono a descrivere il frammento di una sola, quella che appartiene ad ognuno di noi.

In un labirintico gioco di verità e finzione, sono solo i sentimenti ad emergere come reali. Gli unici che si avvertono con nettezza. L’amore, l’ira, l’amicizia, lo sconforto. Ognuno di loro coordinati da un senso estremo di libertà e dalla sua ricerca spasmodica, a quali Silver ci dice che dobbiamo ambire con ghigno beffardo e determinazione assoluta.

Traduttrice: Katia De Marco – Editore: Iperborea – Edizione: 14 – Anno edizione: 1998 – In commercio dal: 11 aprile 2002 – Pagine: 496 pp., Brossura – Prezzo: 18,50 euro.

Vot.: 8,5/10.

Un ascolto/un’opera d’arte: Ivano Fossati – Lindbergh (1992); Ernst Ludwig Kirchner – Toilette (1912-1913).

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Binti, Nnedi Okorafor: la trilogia completa

Recensione della trilogia di Binti di Nnedi Okorafor edita da Mondadori Oscar Vault

Arriva finalmente anche in Italia la trilogia completa di Binti – “Binti”, “Ritorno a casa”, “La maschera della notte” – dell’autrice di origini nigeriane Nnedi Okorafor. E’ una saga nata come “fantascienza”, ma che a mio avviso va oltre grazie alle importanti tematiche portate su carta dall’autrice.

Binti, una giovane ragazza della tribù terreste africana degli Himba, decide di andare contro le sue tradizioni e di partire alla volta della Oomza University da cui è stata selezionata grazie alle sue eccezionali capacità matematiche e nella tecnica dell’astrolabio. Purtroppo, durante il viaggio nello spazio, la navicella su cui viaggiano lei ed altri terrestri, viene attaccata dal belligerante popolo delle Meduse. Binti è l’unica a salvarsi e inizierà ad instaurare un dialogo con questo popolo alieno mettendo in pratica tutte le sue doti di armonizzatrice. La giovane protagonista riuscirà ad andare oltre i pregiudizi e le apparenze, cercando di trovare una via di pace tra i diversi popoli.

Era così semplice parlare con lei, e io appresi più cose sui Khoush in quell’occasione che in tutta la mia vita. Per certi aspetti, le nostre due culture erano come il giorno e la notte, ma quando si trattava di identità femminile e controllo, eravamo molto simili.

Oltre la fantascienza

Le tematiche portate all’interno della trilogia da Nnedi Okorafor sono più che mai reali. Infatti, uno dei punti forti della saga, è l’aver unito tradizioni africane con un mondo e una realtà di fantascienza con cui si fondono alla perfezione. E’ un futuro in cui ci si può rispecchiare, dove ritroviamo una continuità con la nostra cultura “umana” ed elementi fantascientifici ben contestualizzati. Il popolo da cui proviene Binti è un richiamo alla cultura nigeriana e alle tradizioni africane. I riti ancestrali degli Himba ben si equilibrano con la tecnologia avanzata e con una visione della realtà basata su equazioni matematiche.

Nnedi Okorafor parla della sua Africa all’interno dei suoi racconti e romanzi

Ottima l’idea che sia proprio uno tra i popolo più antichi, quello africano, ad essere protagonista in questo futuro fantascientifico. E’ una sorta di riscatto, visto tutti i problemi razziali che ancora oggi il popolo africano deve affrontare. Ancora meglio l’aver scelto una donna come protagonista ed eroina in una società di tradizione prettamente maschilista. Ho amato le descrizioni dei rituali e dei piccoli gesti di identificazione culturale che Binti porta con sé nel suo viaggio. Sono per la protagonista come un piccolo rifugio in cui nascondersi e trovare conforto quando tutto sembra andare storto.

“C’è sempre tempo per imparare, Binti” disse la voce. “Questo non sarà il tuo ultimo attacco di panico. Ma in questo corridoio ci sono soltanto io, e non posso fare altro che segnalare la tua situazione ai medici di bordo. Prova da sola, avvia la meditazione matematica immediatamente.” Di nuovo vidi tutto nero. E una volta recuperata la vista, nonostante i miei sforzi, non potei visualizzare altro che aculei di Meduse conficcati in corpi dai volti stupiti. Heru, Remi, Olo… Non riuscivo a forzare un respiro, ad accogliere aria nei polmoni. Il petto mi bruciava quando alla fine cedetti. Scivolai “tra gli alberi” e mi calai nella meditazione”

Un altro elemento che ho apprezzato molto è stato il richiamo alla meditazione. Viene qui presentata come il metodo per riuscire innanzitutto a connettersi con sé stessi per poi armonizzare. Ovvero, ad entrare in contatto con le varie forme viventi per cercare una comunicazione reciproca. Ed è secondo me geniale in quanto la tecnica della meditazione fa parte della cultura dell’uomo – attraverso mantra, preghiere, danze – fin dai tempi più antichi.

Binti

Ho poi trovato interessante inserire una problematica affrontata da molti Paesi colonizzati dagli Europei: ovvero l’esposizione in musei di oggetti sacri rubati durante le guerre. Le Meduse, infatti, decidono di attaccare la prestigiosa università Oomza proprio perché quest’ultima espone un oggetto sacro per il popolo delle Meduse preso con la forza e la violenza. Purtroppo questo è accaduto spesso anche nei nostri musei europei. Oggetti rituali, ornamenti sacri, ossa appartenenti ai capo tribù sono esposti nelle nostre teche senza che ci sia stato il consenso da parte della tribù di appartenenza. E’ un oltraggio, nonché una mancanza di rispetto per tutti quei popoli che hanno sofferto per le nostre guerre e per la nostra voglia di primeggiare sugli altri.

Binti, un’eroina in cerca di sé stessa

E’ impossibile non innamorarsi di Binti. Nnedi Okorafor è riuscita a creare un personaggio vicino a tutte le problematiche tipiche degli adolescenti. Binti è insicura, ha paura di deludere la propria famiglia, soffre di attacchi di panico. Va contro alle rigide regole della sua tribù in cui la donna deve sposarsi e restare nel nido familiare. Allo stesso tempo ha un cuore grande ed è pronta a sacrificare sé stessa per un bene comune. Si riesce ad entrare subito in sintonia con la protagonista anche grazie alla prima persona che ci narra gli eventi. Si cammina a fianco di Binti per crescere insieme e abbattere i muri razziali che ci circondano.

La trilogia di Binti è adatta a tutti, non solo agli amanti del genere fantascientifico. La lettura di Binti mi ha lasciato speranza, la possibilità che un giorno ci sarà armonia tra tutti i popoli senza dover rinunciare alla propria identità culturale. E’ un libro che vi farà emozionare, aprire la mente e innamorarvi della cultura Himba e di tanti popoli alieni.

Ringrazio di cuore la Mondadori Oscar Vault per avermi dato la possibilità di leggere in anteprima questa meravigliosa trilogia.

Punti forti del romanzo

  • ottima saga per chi vuole avvicinarsi al genere;
  • scrittura scorrevole;
  • descrizione accurata dei paesaggi, popoli, usi e costumi;
  • personaggio di Binti ben costruito;
  • tematiche importanti;
  • la saga lascia nel lettore un messaggio importante di pace e speranza.

Punti deboli del romanzo

  • per essere apprezzato a pieno, i tre libri della trilogia vanno letti insieme uno dopo l’altro.

binti

Nnedi Okorafor – Binti, la trilogia completa

Titolo originale: Binti
Editore: Mondadori – Oscar Fantastica
Genere: Fantascienza
Prima edizione: 2015
Prima edizione italiana: 2019
Formato: Tascabile
Pagine: 450 pp.,
Traduttore: Benedetta Tavani
Prezzo: 17,00 euro
Voto: 9/10

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Vita dei Cesari (Svetonio) – L’erudito racconto della Storia

Otto libri, dodici imperatori, uno stile che fa della piacevolezza l’arma principale per descrivere le vite abiette e straordinarie di uomini a cui venne dato l’ingrato e difficile compito di governare un mondo, per l’epoca, sconfinato ed inquieto.

Svetonio, uomo di cultura e curiosità profondissime, nacque intorno al 70 d.C. e proveniva dal ceto equestre, quella classe sociale romana che si distingueva, ab origine, per la capacità di garantirsi e mantenere un destriero nell’esercito. Categoria a cui dà una certa importanza nei suoi racconti.

Dalla carriera amministrativa significativa, divenne magister memoriae (capo della segreteria) con Adriano, sebbene il suo percorso inizi, forse, già con Traiano con il quale ebbe modo di intraprendere, presso la corte imperiale, mansioni gradualmente più rilevanti.

L’impero e i suoi Cesari

Nella storiografia d’età flavia, attenta alla descrizione degli avvenimenti più recenti e ai problemi pratici della società, ripercorrere la biografia degli imperatori voleva dire, anche, soffermarsi sugli aspetti eidografici degli stessi, su quelle caratteristiche personali e caratteriali che, in senso letterario, potevano stuzzicare la curiosità dei lettori.

Non c’è dubbio che le fonti usate da Svetonio provengano dagli apparati più vicini allo Stato. È evidente che la loro consultazione è stata accurata e particolareggiata. I singoli imperatori sono raccontati nel loro quotidiano senza dimenticare di darne un arguto giudizio politico.

Grazie ad un ritmo pimpante, in cui gli aneddoti colloquiano con i dettagli personali meno conosciuti, la retorica del racconto viene abbandonata in favore di una scrittura colta, pratica, attenta a non far annoiare il lettore, relegando nell’angolo qualsiasi tipo di pathos stilistico.

Un uomo contemporaneo

La Vita dei Cesari è l’esempio più limpido di come si possano usare anche le fonti ostili per fare Storia. Svetonio non si fa problemi. Quando c’è da descrivere pregi e, soprattutto, difetti (il rapporto ambiguo fra Nerone e sua madre Agrippina, l’indolenza di Tiberio etc.), lo storico ne parla senza pesantezza né tragicità.

Intendendo la Storia come materia viva, pulsante e gli archivi come la mente sempre vigile a cui fare riferimento per dare al passato l’ebrezza della contemporaneità e farci apparire certi uomini, all’apparenza lontanissimi, vicini e ancora in cammino accanto a noi. È per questo che di essa non possiamo farne a meno.

Curatore: Francesco Casorati – Editore: Newton Compton – Collana: Grandi tascabili economica – Anno edizione: 27 maggio 2010 – Prezzo: 7 euro.

Vot.: 8/10.

Un ascolto/un’opera d’arte: Coldplay – Fix you (2005); Ignoto – Ritratto di Augusto (35-30 a.C.).

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Libera nos a Malo (Luigi Meneghello) – La lingua dei ricordi

La rievocazione di un’infanzia vista con gli occhi e la lingua della propria terra, inserita in un’epoca difficile e dura, quella fascista. Luigi Meneghello è stato uno scrittore di cui si è parlato poco, se non tra gli addetti ai lavori. Riservato, colto, mai sotto i fari del successo.

Lo definisco un uomo di lotta e di carezza. Dal passato partigiano e dalla carriera accademica all’estero, in Inghilterra, che gli consentiva, comunque, di creare un ponte con il suo vicentino e con Malo, comune veneto inserito nostalgicamente (e non con una certa ironia), nel titolo di questo libro.

I ricordi

Si tratta di un gioco di parole, in cui sono evidenti i rimandi all’educazione religiosa ricevuta da bambino, descritta attraverso episodi all’apparenza senza senso, ricordati dal Luigi maturo con umorismo e passione. Sacralità ravvisabile in tutto il libro.

Opera difficile da definire perché senza una trama precisa, per questo ostica da leggere. Ma non ardua, poiché l’abilità dello scrittore sta nel combinare la “semplicità” della memoria con la sua vocazione letteraria, sperimentale e non convenzionale.

La lingua, prima di tutto. Il veneto, il vicentino, interiorizzate dal piccolo Luigi e rese contemporanee dal Meneghello adulto, in un discorso sulla felicità che non scade mai in uno scoramento asfittico. Tutt’altro. Il libro cerca di analizzare gli anni in cui venne scritto (quelli del Boom) con un flusso di coscienza che affonda le sue radici nella storia personale dello scrittore.

Un esperimento letterario

A metà fra saggio, libro di memorie e autobiografia, Libera nos a Malo, grazie all’uso che fa del mezzo linguistico, descrive la storia di tutti noi, attraverso un dialetto che, al contempo, diventa sia lo strumento principale di comunicazione della storia sia un’arma affilata di emancipazione sociale.

Una lingua spezzettata e tesa, ricca del vissuto dell’autore riordinato con i criteri dello studioso e dell’uomo. Con essa si possono collegare i molteplici aspetti della società, qualunque essa sia. Passata, presente, futura. Non c’è alcuna differenza. L’unica, semmai, è il non utilizzarla per raccontare se stessi in ognuna di loro.

Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli – Collana: I grandi romanzi – Anno edizione: 2006 – Formato: Tascabile – In commercio dal: 8 febbraio 2006 – Pagine: 281 pp., Brossura – Prezzo: 7 euro.

Vot.: 7,5/10.

Un ascolto/un’opera d’arte: Sting – Fields of gold (1993); Pieter Bruegel il Vecchio – Giochi di bambini (1560).

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