Latest Posts

Le parole nell'arte

Le parole nell’arte

Articolo sulle parole nell’arte. L’Annunciata di Antonello da Messina.

Delle volte, un particolare. La piega di una stoffa, la presenza di un albero messo lì sullo sfondo, all’inizio impercettibile all’occhio ma necessario per dare un senso al quadro. Oppure l’assenza voluta di un colore che magari sarebbe stato fondamentale e che per l’artista non lo era perché incapace di raccontare il suo mondo, di dire le sue parole nell’arte, di testimoniarlo. O, ancora, le tracce sbiadite di ciò che magari aveva sognato e poi decide di dipingere.

L’arte è un esercizio di sottrazione e sovrabbondanze, un gioco dell’apparire e dell’esserci, il luogo stesso della dissimulazione e della perspicacia più spasmodica, ossessiva, basti pensare ai meravigliosi particolari dipinti da Vermeer nelle sue opere, ognuno con un significato, ognuno essenziale a trasmettere l’anima di chi lo stava creando.

Questa volta non vi parlo di un libro, ma di qualcosa che è come se lo fosse sebbene non sia affatto ordinato in parole. Vi parlo di un dipinto che ha sempre colpito il mio sentire all’interno del quale rimarrà impresso per tutta la vita. È l’Annunciata di Antonello da Messina (1475), vista poco tempo fa a Palazzo Abatellis.

Annunziata

Ammiro l’opera a distanza, potrebbe starmi benissimo nel palmo della mano eppure è enorme nel suo esprimersi dentro il mio vissuto. Non ho mai saputo cosa celassero quegli occhi, perché sfuggissero allo sguardo, perché contemplassero una lontananza che in fondo ho sempre avvertito come vicina, reale, autentica.

Più dell’enigmaticità della Gioconda, più di un autoritratto di De Chirico, l’Annunciata si pone a metà fra l’ombra e la voglia di squarciarla con la luce della Sicilia che mi ha accompagnato mentre la guardavo. È un ignoto che vuole esistere ed io voglio fare la stessa cosa: esistere al di là delle lotte che la vita ci pone ogni giorno. Ma quella mano mi mette in guardia, mi fa capire che devo essere cauto e fermarmi per costruire pian piano la verità. La mia.

I colori sono ancora vivi, l’azzurro mi ricorda il riflesso del cielo nel mare, mentre uno sfondo neutro ed oscuro porta la figura ad uscire quasi da un palcoscenico per iniziare a parlare o a leggere… Cosa? I passi delle nostre vite? L’angoscia che esse non saranno mai perfette? Forse sì e forse ecco giustificato quello sguardo scarno, quasi stanco, timido e schivo. Che porta te stesso ad esserlo a tua volta.

È tutta lì la Parola. Il gusto di distillarla con grazia per farne sentire la forza. L’amore per un silenzio che urla quando tutto intorno non ne coglie il suo essere prezioso. L’Annunciata è un quadro dipinto nel non detto e nella capacità di volerlo affermare con coscienza, senza affidarsi alle leggi del caso. In questo l’arte, alla fine, è una forma di scrittura.

© Riproduzione riservata The Bookmark.it

La cultura come esercizio critico

La cultura come esercizio critico

Riflessioni personali sul concetto di cultura come esercizio critico di riflessione su se stessi. Oltre la polemica su Chiara Ferragni e Mahmood.

Premessa

Indignazione, scandalo, sgomento. Queste sono le reazioni dei cosiddetti benpensanti davanti alla presenza di Chiara Ferragni agli Uffizi e di Mahmood al Museo Egizio. La prima in visita alla celebre Galleria dopo uno shooting, il secondo nell’altrettanto meraviglioso museo torinese per girare un video di una sua canzone. Di qui dibattiti pseudofilosofici sul concetto di cultura, commenti social dai toni più vari, opinioni sul fatto che l’arte di un certo livello non debba mischiarsi col marketing, etc. Per questo ho deciso di parlarne anch’io e dire la mia, conscio della mia esperienza formativa e del fatto che la cultura, per me, è prima di tutto un esercizio critico di riflessione nei confronti di se stessi.

In passato è capitato (ma mi capita tutt’ora) di riflettere su questa parola così inflazionata ed usata dappertutto. Colpa, forse, della mia istruzione accademica o della mia curiosità personale, ho sempre cercato di capire cosa si celasse dietro uno dei termini più diffusi sui mezzi di informazione di questi ultimi tempi.

Una mia definizione

Dal mio punto di vista, cultura è tutto ciò che riesce ad ergersi, grazie al potere dei suoi contenuti, contro la superficialità e i pregiudizi più aberranti dell’epoca in cui viviamo. Può essere un argine ma anche l’opportunità giusta per rompere i muri dell’ignoranza. È esercizio costante del ragionamento critico, l’unico in grado di guidarci nei fiumi in piena di ogni informazione proveniente dall’esterno. In definitiva, cultura è imparare a nutrire un proprio punto di vista migliorandosi con gli stimoli che essa dà.

Non esistono culture alte o basse; esiste solo la nostra capacità di rendere importante per noi e per gli altri tutto quello che gli uomini, nel corso delle epoche, hanno tentato di trasformare in bellezza, in pensiero, in letteratura, in scienza, in spiritualità. La cultura vera stimola alla curiosità, ha come baricentro la ricerca intesa come strumento per liberarsi costantemente dalle prigioni della banalità. Metodologia esemplificata da un libro, da un film, da uno spettacolo teatrale, da un video di un artista in un museo o dalla visita, all’interno di uno spazio simile, di una delle più conosciute influencer in circolazione.

Dobbiamo svestire i panni dei puristi nudi e crudi, liberarci da un provincialismo che nel resto del mondo è sempre più un ricordo sbiadito, consentire al “popolare” di mischiarsi all’ ”aulico” perché entrambi emblemi dello stesso messaggio di cambiamento interiore che la cultura contiene in sé, insito nella sua definizione. Il problema non sono Chiara Ferragni o Mahmood. Anzi, dovremmo ringraziarli perché, a causa della loro ascendenza sul pubblico più giovane, hanno contribuito ad avvicinare quest’ultimo a luoghi riempiti, nella maggior parte dei casi, solo da turisti stranieri, studiosi del settore o grandi appassionati.

Il problema, in definitiva, è il nostro modo di diventare pienamente moderni anche attraverso la cultura. Di spogliare la nostra società, anziana e ripiegata su se stessa, delle sue remore passatiste. Seppur nelle sue diversità concettuali e stilistiche, infatti, l’arte espressa dai musei (ma il discorso può essere esteso benissimo ad altri contesti culturali) per diventare davvero contemporanea, deve entrare nelle nostre vite aiutandoci a farci riflettere sul presente e dimostrando l’importanza del dialogo fra essa e altre epoche lontane nel tempo. In tal senso, sarebbe ora di svegliarci.

© Riproduzione riservata The Bookmark.it

Monica Kristensen - L'ultimo viaggio di Amundsen

“L’ultimo viaggio di Amundsen” di Monica Kristensen

Recensione del libro “L’ultimo viaggio di Amundsen” di Monica Kristensen. Il dolore della conoscenza nella storia epica delle esplorazioni polari.

Figli di Ulisse

Siamo tutti figli dell’Ulisse dantesco. A noi non basta la realtà, dobbiamo andare oltre per cercarne altre, magari usando l’immaginazione e la fantasia, magari affidandoci al nostro istinto peregrino che ci porta al di là di ciò che vediamo ogni giorno, per evaderlo e renderlo ancora più pregno di significato nonostante il dolore della sua conoscenza. In questo caso, oltre la storia epica delle esplorazioni polari.

Lo sapevano anche Umberto Nobile e Roald Amundsen. Esploratori dell’ignoto polare, due persone diverse per carattere e visione del mondo ma accomunate dalla stessa, identica sete sapienziale. D’altronde ogni grande scoperta umana non può prescindere da questa sensazione, la sola in grado di spingerla fuori o dentro ogni pericolo.

Monica Kristensen, glaciologa ed esploratrice, tenta di fare chiarezza su quello che avvenne prima e dopo il 25 maggio 1928, quando il dirigibile Italia, rientrando da una spedizione al Polo Nord, si schianta al largo delle Svalbard, portando il suo equipaggio alla disperazione e all’istinto di sopravvivenza. A capo, il generale Nobile, colui che, per primo, nel 1926 aveva sorvolato il Polo Nord sul dirigibile Norge entrando nella leggenda.

Dramma e ricerca

Contemporaneamente il cupo e taciturno Amundsen riflette sulla propria grandissima carriera, su se stesso, su ciò che è capitato al suo rivale di sempre decidendo, alla fine, di partire a salvarlo a bordo del Latham 47, veicolo mai collaudato sul quale, lui e il suo esiguo equipaggio, scompariranno per sempre. Un destino a cui andò incontro incosciamente?

Il testo cerca di ripercorrere la vicenda facendo emergere i particolari delle due tragedie, soffermandosi sul carattere dei due protagonisti e su quello di coloro che li accompagnarono e cercarono di salvare fino alla fine. Dei due, solo Nobile tornerà a casa ma da allora non sarà più lo stesso.

Grazie allo studio approfondito della documentazione finora disponibile e a una narrazione accattivante, capace di descrivere l’incastro delle due storie in un’unica, appassionate descrizione dei fatti, la Kristensen cerca di dare la sua visione di quanto è successo portando il lettore a farsi domande e a vivere personalmente quei momenti di disperazione e angoscia.

Conclusioni

“L’ultimo viaggio di Amundsen” non è solo un libro che cerca di ricostruire i semplici avvenimenti dell’epoca. È il racconto di quanto lo spirito umano tenti di lambire i confini della tragedia e del pericolo per cercare di rendersi eterno nella storia. Amundsen e Nobile hanno spostato i propri limiti setacciando quelli della loro anima fra i ghiacci dei Poli. Noi lo facciamo fin dalla nascita cercando di migliorare o no la nostra esistenza tra le inquietudini della quotidianità.

  • Traduttrice: Sara Culeddu
  • Editore: Iperborea
  • Collana: Narrativa
  • Anno edizione: 2019
  • In commercio dal: 17 aprile 2019
  • Pagine: 483 pp., Brossura
  • Prezzo: 19,50 euro

Parola-Segnalibro: #esplorazione.

Un ascolto/un’opera d’arte: Aphex Twin – #20 (1994); Hayao Miyazaki – Il castello errante di Howl (2004).

ACQUISTA QUESTO LIBRO SU:

© Riproduzione riservata The Bookmark.it

la memoria del cuore sendker

La memoria del cuore, Jan-Philipp Sendker

Recensione del romanzo “La memoria del cuore” di Jan-Philipp Sendker edito da Neri Pozza

Ormai siete tutti a conoscenza di quanto mi sia piaciuto “L’arte di ascoltare i battiti del cuore” di Sendker, letto proprio prima di andare in Birmania. Ed è stata una lettura molto particolare dove ho ritrovato tanti elementi durante il viaggio, primo fra tutti la lentezza descritta. Ne “La memoria del cuore” sempre di Jan-Philipp Sendker ho trovato una Birmania diversa, più contemporanea e probabilmente più concreta. I ritmi sono cambiati così come i toni della storia.

Trama

A Kalaw, una cittadina sperduta sulle montagne del Myanmar, in Birmania, vivono Bo Bo e suo zio, U Ba. Bo Bo è un bambino con un dono insolito: può leggere i sentimenti delle persone nei loro occhi. Un dono a volte scomodo, poiché spesso gli occhi della gente raccontano più di quel che lui vorrebbe sapere. Il padre di Bo Bo si reca a fargli visita una volta all’anno. Di sua madre, Julia, il ragazzino conserva pochi stentati ricordi. Che viva a Yangon e non se la passi molto bene è tutto ciò che Bo Bo sa di lei. Ma non sa spiegarsi per quale motivo lui viva a Kalaw con lo zio, e non con i suoi genitori.

Se è vero che tutte le storie parlano d’amore, come U Ba ama sostenere, perché in quegli anni lo zio, consumato cantastorie, non gli ha mai raccontato l’unica storia che a Bo Bo interessa davvero ascoltare, ovvero la sua storia?

Una sera, Bo Bo trova un plico di fogli accanto alla vecchia macchina da scrivere di U Ba. In quelle pagine si parla della storia d’amore dei suoi genitori e, davanti alla determinazione del ragazzino, U Ba comprende che non può più rimandare il momento della verità. È così che, dalla voce di U Ba, Bo Bo apprende della newyorkese Julia, scesa da un aereo già pronto a decollare per stare con un uomo che conosce appena, Thar Thar. Del loro travolgente amore e della misteriosa malattia che la ha costretta a rinunciare al loro bambino. Sarà per dare una risposta alle domande che U Ba non è riuscito a soddisfare che Bo Bo si metterà in viaggio, sulle tracce dei suoi genitori.

Onestamente avevo paura di avere tra le mani quasi una copia de “L’arte di ascoltare i battiti del cuore” con le sue atmosfere lontane, delicate, quasi ovattate. Invece ho trovato “La memoria del cuore” più crudo sia per la trama che per lo stile. Qui l’autore ci presenta una Birmania attuale: siamo agli inizi delle rivolte contro il regime militare mentre Aung Saa Suu Kyi è agli arresti domiciliari. Vengono narrate le sommosse di Yangon così come i primi problemi tra la comunità musulmana (i Rohinya) e i buddhisti. E’ stata una scelta che ho apprezzato molto perché è un argomento di cui si parla poco in Occidente ed è stato trattato secondo me in maniera corretta.

Gli episodi di cronaca non sono mai protagonisti, ma Sendker riesce a ricreare la tensione e la paura. Una grande attenzione è posta ai sentimenti e alla voglia di libertà dei birmani nei confronti del regime militare. E sul brutto episodio – vero tra l’altro – in cui è coinvolta sia la comunità musulmana che quella buddhista non ha dato un giudizio di parte.

Se dobbiamo però parlare, appunto, dei protagonisti del romanzo, li ho trovati meno forti di Tin Win e Mi Mi. Julia è ora una donna più consapevole e allo stesso tempo più fragile del primo romanzo. Non è un personaggio che amavo e qui l’ho quasi odiata. Ciò che mi è mancato è stato un vero e proprio viaggio introspettivo negli adulti. Perché tutto è narrato dagli occhi e dal cuore di Bo Bo, il figlio dodicenne di Julia. Mi sarebbe piaciuto capire meglio alcune scelte dei grandi. La parte di dolore di Bo Bo è invece raccontata molto bene. Ho apprezzato il dialogo/scontro Occidente (Julia) – Oriente (Thar Thar) perché mi ha riportato a tutte le sensazioni che da occidentale avevo provato durante il mio viaggio in Birmania.

“Quanto bene dobbiamo conoscere una persona per amarla? Quanto dobbiamo sapere di lei e della sua storia, quanto dobbiamo capire per poterci fidare?”

Sicuramente “La memoria del cuore” non è agli stessi livelli del primo romanzo, ma Sendker è riuscito a trasportarmi perfettamente in Birmania e ho apprezzato i toni meno mielosi. Sinceramente non so se questa sia la conclusione perfetta per la trilogia. Forse mi aspettavo qualcosa di più specialmente per la caratterizzazione dei personaggi. Ma di sicuro è una lettura piacevole.

Consiglio “La memoria del cuore” ai lettori curiosi di conoscere meglio la Birmania, a chi non ha pregiudizi e non ha paura di mostrare le proprie cicatrici. Se siete al primo approccio con Sendker allora vi consiglio di iniziare da “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”.

Ringrazio la casa editrice Neri Pozza per avermi omaggiato di una copia del libro!


La memoria del cuore

Jan-Philipp Sendker – La memoria del cuore

Titolo originale: Das Gedachtnis des Herzens
Editore: Neri Pozza
Genere: Narrativa moderna-contemporanea
Prima edizione: 2019
Prima edizione italiana: 2020
Pagine: 320 pp.,
Traduttore: Paterlini Metella,Roberta Scarabelli
Prezzo: 18,00 euro

Acquista questo libro su:

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

Stefania Russo

Stefania Russo racconta: “Non è mai troppo tardi”

Intervista a Stefania Russo autrice del romanzo “Non è mai troppo tardi” edito da Sperling&Kupfer

Stefania Russo, milanese di nascita, ha 32 anni e vive in provincia di Modena. Dedica il suo tempo alla lettura, alla scrittura e ai suoi due figli. È autrice della pagina Facebook «Stefania Russo alias No Ordinary Mum», nella quale ironizza sulle piccole difficoltà dell’essere mamma. Non è mai troppo tardi è il suo primo romanzo.

Stefania ed io ci siamo conosciute su Instagram un po’ di tempo fa. E’ nata subito un’ intesa, inizialmente sui gusti di lettura, e poi ci siamo trovare sulla stessa linea d’onda anche a parlare di noi e della vita. Ho seguito con emozione tutto il periodo prima dell’uscita di “Non è mai troppo tardi” e sono stata davvero contenta di aver potuto leggere in anteprima il suo meraviglioso libro.

Questa che segue è una chiacchierata tra amiche, almeno l’ho immaginata così, con tutta la mia curiosità sul suo romanzo e su come Stefania abbia dato vita ai suoi personaggi. Immaginatevi, mentre leggerete le sue risposte, un gallo canterino di sottofondo!

C.Z. : Stefania, Annarita è un personaggio lontano da te per età e anche per magagne fisiche (più o meno). Com’è nata la tua protagonista?

Stefania Russo: Il libro inizialmente doveva nascere come noir. Il primo capitolo doveva essere un noir basato su un fatto di cronaca molto cruento che mi aveva particolarmente colpito. E mi immaginavo questa signora – Annarita – come una delle tanti voci. L’editor, però, ha detto che il tono che stavo usando non era da noir. Ho seguito quindi il consiglio e ho percorso questa strada. Ho progettato la storia su Annarita e Olga, ma tenendomi su una trama che potesse agevolare il tono frizzante.

Secondo te, al giorno d’oggi, i nonni hanno ancora il ruolo di saggi e di persone a cui chiedere consiglio?

Assolutamente sì. Vedo che anche nella realtà delle famiglie d’oggi i nonni hanno un ruolo portante. Se i genitori lavorano entrambi, i nonni aiutano e non si vedono solo la domenica nei pranzi di famiglia. Spesso si sostituiscono ai genitori e sono sempre più inseriti nelle dinamiche famigliari. Per me sono ancora detentori di saggezza. L’esperienza della vita vissuta dei nonni è molto preziosa. Dovremmo attingere alle loro esperienze per spronarci: hanno vissuto delle esperienze forti che possono aiutare ad alzarci quando ci sentiamo giù.

Annarita, nonostante sia la prima ad avere bisogno di aiuto, decide di fare un passo indietro e aiutare una persona in difficoltà: la sorella di Olga. Per te esiste davvero nella società d’oggi questo sentimento di altruismo?

Vedo tante brutture e mi abbattono perché sono molto sensibile. Quando vedo atteggiamenti fuori luogo ne soffro. Ma poi credo sempre che possa spuntare un fiore. Il sentimento narrato ha smosso le persone, quindi è un sentimento in cui si sono riconosciuti e in cui hanno ancora voglia di credere. Come dico nel romanzo: “Fa più rumore un albero che cade e non una foresta che cresce”.

Nel romanzo sono presenti diverse tematiche importanti: la solitudine degli anziani, problemi di salute ed economici, l’emarginazione degli immigrati. Quale tra queste ti è più vicina?

La condizione degli anziani. mi tocca molto e ne volevo scrivere da tempo. Anche l’altro giorno durante una passeggiata ho visto un signore dell’età di Annarita fare molto fatica nel camminare, piegarsi, difficoltà a restare in piedi. Non riesco a restare indifferente. Perché gli anziani sono spesso lasciati da soli. Mi tocca e mi spaventa perché poi ci arriveremo tutti.

Mi è piaciuto molto come hai rappresentato il concetto di “vicinato” attraverso il Mostro di cemento. E’ un qualcosa che da me al sud ancora riusciamo a vivere, ma si sta perdendo anche qui.

Mia suocera era della provincia di Potenza (Moliterno) e mi ricordo che lì era un continuo suonare il campanello e porte aperte a tutti. A Milano effettivamente meno, anche se non ho mai vissuto la realtà delle case popolari. Però mi piaceva immaginare una comunità di persone attratte dall’affetto per Annarita. Mi attirava l’idea che Annarita riuscisse a raccogliere con il suo carisma persone che si vogliono dare da fare. E a me piace pensare che sia così: una piccola famiglia che si mobilita. Il concetto di stringersi intorno alla persona anziana e saggia del quartiere. Una come Annarita farebbe proseliti anche nella realtà. E’ forte, non puoi non volerle bene.

Che rapporto hai con la botanica?

Malissimo. Infatti mi chiedevano come avessi fatto a creare un personaggio così bravo con le piante mentre io sono messa così male. La mia pianta sta andando..

Quale messaggio vorresti che i lettori prendessero dal tuo romanzo?

Non l’ho scritto pensando di dare una morale. Volevo scrivere una storia piena di bei sentimenti. Volevo che per una volta le cose fossero migliori di come le vediamo nei TG. Volevo dare speranza. L’ho scritto che non c’era il covid, ma è caduta a fagiolo. E’ un testo che può dare speranza in un momento difficile. Volevo diffondere positività attraverso un personaggio saggio e divertente evitando le lezioncine, le morali, frasi paternalistiche. Il mio unico desiderio era che il lettore potesse affezionarsi alla protagonista e condividere con lei questa impresa e le sue vicende sentendosi confortato e sollevato.

So che la stesura del libro è stata travagliata, anche a livello privato. Ora che il romanzo è uscito come ti senti?

Più travagliata di prima. Mi sto rendendo conto di quanto il covid abbia dato una mazzata all’editoria. Essendo esordiente è difficile. Siamo tutti disperati: si spende meno e si comprano meno libri, specialmente se sei esordiente. Sento la pressione sulle vendite.. Molto più stress!

Cosa significa per te scrivere?

Tutto. Scrivere è una passione immensa. Chi scrive lo fa per passione. E’ un settore competitivo dove difficilmente fai grossi numeri. Ho iniziato a scrivere da ragazzina al liceo, ho sempre avuto una propensione forte. Dopo il diploma ho collaborato con testate giornaliste, copyright, case editrici piccole e tenevo una rubrica sul settimanale di un quotidiano della mia città. Quando è arrivata la possibilità di scrivere un romanzo sono stata contentissima. Anche se dovesse essere l’unico libro che pubblicherò in tutta la mia vita, sarà soddisfatta e orgogliosa.

Entrambe siamo attive sui social con profilo in cui parliamo spesso di letture. Come sta cambiando il mondo del bookstagram?

Malissimo. Vedo ogni 3 x 2 polemiche senza arte né parte. Sempre polemiche. Ci si sta montando la testa! Non ci sono premi e non è questione di vita o di morte. Dovrebbe nascere come passatempo e passione, ma non come una sfida.

I tuoi 3 libri del cuore

  • “La solitudine dei numeri primi” – Paolo Giordano
  • “Anna” – Nicolò Ammaniti
  • “Trilogia della pianura” – Kent Haruf

Segui Stefania Russo sui social:

Una curiosità…

Stefania Russo: Quando mi ha contattato Sperling&Kupfer mi hanno proposto un libro – raccolta di post per via della mia pagina Facebook. E’ estremamente più facile da pubblicare e con un target già ben definito e fidelizzato. Invece io ho chiesto la possibilità di scrivere un romanzo: un rischio per entrambi. Ed ero consapevole che avrei perso vendite. Con i post sulla maternità avrei avuto un pubblico più sicuro. Ho scelto la strada meno battuta e lo rifarei mille volte. Volevo approcciarmi in maniera seria alla scrittura e con un libro contenente i post di Facebook non sarebbe stata la stessa cosa.


Ringrazio tantissimo Stefania Russo per la disponibilità per questa intervista – chiacchierata! E aspetto davvero con ansia il suo prossimo romanzo!

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

Sicilia. Sguardo su una terra arcaica, difficile e affascinante

Viaggio in Sicilia. Terra difficile e affascinante

Viaggio in Sicilia. Il mio sguardo su una terra difficile e affascinante

Un sole che immobile scuote la pelle e rende necessario aumentare il respiro; l’aridità di una terra che sotto la luce dell’estate sembra ritornare al grembo natio dei deserti africani lì dove è nato tutto, lì dove l’umanità ha mosso i primi passi cercando di sopravvivere a se stessa. Un po’ come fanno i siciliani: frenetici, alla continua ricerca del proprio spazio nel mondo. Andare in Sicilia significa allenare uno sguardo su una terra difficile e affascinante come i cieli che la sovrastano in piena estate.

Prima tappa di questo viaggio è stata Palermo e le bellissime cittadine e regioni che le gravitano intorno:

  • il mare e i vicoletti di Cefalù;
  • la signorilità di Castelbuono;
  • la storia secolare del borgo di Erice e del parco archeologico di Segesta.

Un microcosmo fatto di odori, distanze stradali, gente che con le sue rughe scavate dal sole ti accoglie con ospitalità cercando di valorizzare la storia che ha intorno senza sminuirla.

Sicilia. Sguardo su una terra arcaica, difficile e affascinante
Sicilia. Sguardo su una terra arcaica, difficile e affascinante
Sicilia. Sguardo su una terra arcaica, difficile e affascinante

In particolare è stata Palermo a catapultarmi in essa. Città in cui dialogano il degrado del tempo, le problematiche attuali e la magnificenza del passato, quest’ultima ancora viva e attiva nella vita dei suoi abitanti. Un esempio su tutti: il mercato di Ballarò. Ho ascoltato con attenzione i passi della gente che l’attraversa. Ho sentito il suono particolarissimo della voce dei suoi commercianti, a loro volta figli della tradizione lasciata in quelle stradine da altri mercanti, la cui memoria si perde nel buio dei secoli.

Palermo è questo incontro di esperienze. La stessa Sicilia lo è. In essa ritroviamo l’acqua sporca del pesce venduto in mezzo alla strada, il silenzio senza dimensioni temporali dei suoi monumenti, lo sguardo apparentemente assente ma vivo dell’Annunciata di Antonello da Messina vista a Palazzo Abatellis. Ed è difficile non lasciarsi trasportare da tutte queste suggestioni senza rimanerne colpiti.

Sicilia. Sguardo su una terra arcaica, difficile e affascinante
Sicilia. Sguardo su una terra arcaica, difficile e affascinante

Simile, ma diverso, il discorso per la parte orientale della Sicilia. Noto, Siracusa e Ragusa Ibla. Tre città simbolo del barocco siciliano. Quello che nasce dal lavoro faticoso di una pietra dura, cotta dal sole come le mani che l’hanno plasmata. Un barocco che sa di fatica ed estro creativo. Città entrate nell’immaginario della nostra cultura come simbolo di riscatto e stratificazione della storia.

Tra questi centri sono rimasto affascinato dalla luce di Ragusa, simile a quella di Matera. Scendendo per le sue ripide scale, ho capito quanto il concetto di bellezza, nella sua unicità, sia relativo perché paradossalmente assimilabile a zone geografiche lontane fra loro le quali, magicamente, diventano simili e sorelle nell’arte.

Sicilia. Sguardo su una terra arcaica, difficile e affascinante
Sicilia. Sguardo su una terra arcaica, difficile e affascinante

Proprio quest’ultima mi fa ricordare la genialità di Andrea Camilleri. Ad un anno dalla sua scomparsa, trovandomi nella sua terra, ho percepito l’indispensabilità dei suoi insegnamenti e del suo stile in riferimento a questa società che fatica a rendersi umana e civile. Nel giorno dell’uscita in libreria di “Riccardino”, ultimo capitolo di Montalbano, ho provato felicità, tristezza, rabbia ma anche voglia di ripercorrere le tracce delle sue parole lì dove è cresciuto. Forse è proprio dalle radici che serve ripartire per migliorare ciò che ci sta intorno.

© Riproduzione riservata The Bookmark.it

il mare senza stelle

Il mare senza stelle, Erin Morgenstern

Recensione del romanzo fantasy de “Il mare senza stelle” di Erin Morgenstern edito da Fazi Editore

Cari lettori, oggi mi trovo davvero in difficoltà nello scrivere la recensione de “Il mare senza stelle” di Erin Morgenstern. Fondamentalmente perché non ho capito quasi nulla della trama. Eppure è un romanzo che per molti passaggi e per lo stile dell’autrice mi è davvero piaciuto. E’ come se avessi letto 600 pagine di narrativa sublime, dove la poesia, la fantasia e le parole hanno danzato per tutte le pagine su una dolce melodia. Ma se mi chiedete che cosa effettivamente io abbia letto non ve lo saprei dire!

Trama

Zachary Ezra Rawlins è uno studente del Vermont che un giorno trova un libro misterioso nascosto fra gli scaffali della biblioteca universitaria. Mentre lo sfoglia, affascinato da racconti di prigionieri disperati, collezionisti di chiavi e adepti senza nome, legge qualcosa di strano: fra quelle pagine è custodito un episodio della sua infanzia. È soltanto il primo di una lunga catena di enigmi. Una serie di indizi disseminati lungo il suo cammino – un’ape, una chiave, una spada – lo conduce a una festa in maschera a New York, poi in un club segreto e infine in un’antica libreria sotterranea.

Là sotto trova ben più di un nascondiglio per i libri: ci sono città disperse e mari sterminati, amanti che fanno scivolare messaggi sotto le porte e attraverso il tempo, storie bisbigliate da ombre. C’è chi ha sacrificato tutto per proteggere questo regno ormai dimenticato, trattenendo sguardi e parole per preservare questo prezioso archivio, e chi invece mira alla sua distruzione. Insieme a Mirabel, un’impetuosa pittrice dai capelli rosa, e Dorian, un ragazzo attraente e raffinato, Zachary compie un viaggio in questo mondo magico, attraverso miti, favole e leggende, alla ricerca della verità sul misterioso libro. Ma scoprirà molto di più.

“Il mare senza stelle” è un libro adatto a voi?

Se ancora non avete acquistato questo fantasy è una domanda che consiglio di farvi. Parto subito con il dire che questo romanzo è senza trama ed è una lettura complessa. Esiste una trama centrale – riportata di sopra -, ma in concreto non è ciò che noi leggiamo. Mi spiego meglio. Il libro è diviso in parti che sembrano oniriche, quasi fiabe, racconti disconnessi che si alternano con le vicende di quello che dovrebbe essere il protagonista, ovvero Zachary. Purtroppo il filone della trama principale non risulta mai essere totalmente chiaro, specialmente quando la parte dei racconti si unisce con la vicenda centrale senza però dare troppe spiegazioni al lettore. E questo è stato secondo me un enorme punto a sfavore. Perché “Il mare senza stelle” ha una scrittura unica, ci sono elementi davvero intriganti, ma non si capisce quasi nulla della storia.

E ciò che si riesce a capire non è del tutto spiegato in maniera chiara. Ad esempio non ho capito né il perché né il percome ci si è trovati in determinate situazioni con specifici personaggi. Né ho capito cosa sia “Il mare senza stelle”. Cioè, che cosa ho letto?? La sensazione che ho avuto è stata la stessa di quando ho terminato il telefilm di “Dark”: ho capito il finale, ma quasi nulla di tutto ciò che è successo prima. E’ come osservare pannello dopo pannello un’illustrazione mitologica. In più i personaggi sono quasi totalmente privi di caratterizzazione e introspezione. Sono figure quasi oniriche, come se si stesse leggendo una fiaba per bambini o una leggenda dove non è importante entrare nella psicologia del personaggio.

“Hai un libro preferito?”, chiede Simon. Eleanor ci riflette. E’ una domanda che non si è mai posta, ma le viene in mente un libro. “Ce l’ho. Ce… ce l’ho. E’… “. Fa una pausa. “Ti piacerebbe leggerlo?” domanda, invece di tentare di spiegarlo. I libri sono più belli quando vengono letti, invece che spiegati.

Probabilmente questa apparente (o forse no) confusione è stata voluta dall’autrice stessa. Perché “Il mare senza stelle” è secondo me tutta un’enorme metafora sull’importanza di raccontare storie e sulla storia di ognuno di noi. Infatti la trama principale è più tutto il percorso di creazione, nascita, sviluppo e conclusione dei racconti. E siamo proprio noi, a seconda delle porte che decidiamo di aprire, a determinare come può procedere e concludersi la nostra storia personale. Quanto importante è il tempo? E il fato può davvero avere più potere delle nostre scelte? Che “Il mare senza stelle” rappresenti la fantasia del raccontare? E i vari corridoi le strade della vita o i percorsi alla scoperta di noi stessi? Non so darvi una risposta.

So solo che, per quanto sia stata una letture non semplice, mi è piaciuto questo viaggio tra api, porte, chiavi, spade e gufi. Le immagini ricreate dalla Morgenstern sono davvero uniche. E’ puro godimento per gli amanti della lettura. Questo è un estratto del romanzo, così potete farvi un’idea.

Consiglio questo fantasy ai lettori alla ricerca di uno stile fuori dal comune, a chi crede ancora nelle fiabe e nell’amore, agli amanti del miele. Ma non lo consiglio a chi non ama le trame complesse e non lineari. In tutti i casi preparatevi, perché sarà un viaggio incredibile!

Ringrazio la casa editrice Fazi Editore per avermi omaggiato di una copia del romanzo


il mare senza stelle

Erin Morgenstern – Il mare senza stelle

Titolo originale: The Starless Sea
Editore: Fazi Editore – Lainya
Genere: Fantasy
Prima edizione: 2019
Prima edizione italiana: 2020
Pagine: 600 pp.,
Traduttore: Donatella Rizzati
Prezzo: 18,50 euro

Acquista questo titolo su

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

non è mai troppo tardi

Non è mai troppo tardi, Stefania Russo

Recensione del romanzo d’esordio “Non è mai troppo tardi” di Stefania Russo edito da Sperling & Kupfer

Questo è un romanzo a cui è impossibile non voler bene. E’ un abbraccio forte e caloroso a ciò che di più bello può regalare la vita. Stefania Russo dona ai lettori un libro fresco, frizzante, positivo e pieno di tanti valori che sembravano essersi persi. “Non è mai troppo tardi” è una storia attuale e non lontana da molte realtà vissute da persone anziane o in difficoltà. Lasciatevi coinvolgere dalla vita della simpatica Annarita per aprire il vostro cuore e andare oltre ai limiti dell’età.

Trama

Un’arzilla ottantenne che mobilita il vicinato per aiutare la fidata badante. Una storia sul valore del tempo donato e ricevuto. “Mi chiamo Annarita, ho ottantaquattro anni e vivo nel Mostro di cemento, un anonimo complesso residenziale nella periferia di Milano, su una stramaledetta sedia a rotelle. Non si può certo dire che io sia autosufficiente, ma per fortuna posso contare sull’aiuto di Olga, una donnona rumena premurosa e gentile. Ho anche una figlia, Katia, che vive proprio nella palazzina qui accanto, ma non ha più tempo ormai da dedicare alla sua vecchia. C’è una cosa, però, per cui le sarò per sempre grata: sua figlia Stella, la mia affettuosa nipotina sedicenne, la mia felicità quotidiana.

Trascorro le mie giornate tra un caffè con i vicini e i romanzi che Olga mi legge, trascinandomi, di tanto in tanto, nel cortile del Mostro, dove ho conosciuto questo strambo vicinato con cui mi sono trovata a vivere: le vecchiette con cui vado a messa, Alessio – il fidanzatino di Stella – e gli altri ragazzotti con i pantaloni strappati, il giovane e instancabile Totò e don Antonio, su cui tutti possiamo sempre contare. Non ho mai visto il Mostro così animato come nelle ultime settimane, tanti vicini disposti a donare il loro tempo e altrettanti a pagare per imparare a impastare il pane o a usare il computer. Si chiama Banca del Tempo. L’idea è venuta a Stella: chi vuole può rendersi disponibile offrendo dei corsi, e il denaro raccolto dai partecipanti servirà ad aiutare la sorella di Olga, gravemente malata. Speriamo solo che non sia troppo tardi…”.

Annarita è un personaggio che esce letteralmente fuori dalle pagine per dare uno scossone a tutti noi giovani lettori! Vive nel Mostro di cemento da un po’ e la sua vita sembra ormai essersi spenta da quando suo marito Egidio è venuto a mancare e lei non è più del tutto autonoma. Una bella botta visto che era abituata ad essere indipendente mentre adesso ha bisogni di aiuto anche per andare in bagno. Sua figlia Katia è troppo impegnata con la sua vita per accorgersi delle difficoltà naturali di Annarita. Per fortuna c’è sua nipote Stellina. Cosi come Olga, una vicina che si è messa a disposizione per aiutare Annarita a cambiarsi, a fare la spesa, a pulirsi. Insomma, la vita non sembra andare per il meglio per la nostra protagonista.

Ma appena Annarita scopre che la sorella della sua amica Olga è in difficoltà, decide di tirare fuori tutto il suo brio, la sua energia e sopratutto tanto coraggio. E qui, bussando ad ogni porta del Mostro di cemento, scoprirà quanta umanità vive ancora in tutti noi e quanta energia ha ancora da regalare!

“E’ bizzarro: a volte hai la sensazione di vivere l’ennesima giornata inutile della tua vita, poi un paio di amici ti portano due fette di torta e un bricco di caffè, e allora il mondo ti sembra subito migliore”

“Non è mai troppo tardi” racconta come l’età non deve essere vista come un ostacolo per poter ancora lanciarsi in avventure a fin di bene. Non bisogna farsi spaventare dalle difficoltà, ma chiedere aiuto e aiutare senza voler nulla in cambio. Penso che Stefania Russo abbia raccontato una bella storia ricca di valori a noi molto vicini come la solidarietà, il rapporto madre-figlia, il senso di appartenenza del vicinato (tanto caro a noi italiani, specialmente a noi del sud!).

La protagonista, nonostante sia molto lontana dall’autrice per età – e per magagne! -, è davvero ben caratterizzata. Stefania Russo è riuscita a descrivere tutto il mondo del Mostro e dei suoi abitanti in maniera realistica. Mi è piaciuto molto lo stile di scrittura scorrevole, fresco e ironico nei momenti giusti. La storia è ricca di temi importanti: primo fra tutti la solitudine degli anziani. Ma parla anche dei pregiudizi razziali (e regionali), delle difficoltà economiche di tanti giovani e di come la vita possa cambiare quando arriva un problema di salute. Inoltre devo dire che la scrittura e la struttura della trama sono tutto tranne che acerbe se si pensa che stiamo parlando di un esordio.

Consiglio “Non è mai troppo tardi” ai lettori alla ricerca di un romanzo che sia brioso, ma allo stesso tempo con una tematica importante, a tutti i nonnini e le nonnine che hanno ancora voglia di avventure, a tutti i giovani alla ricerca di valori importanti!

Grazie all’autrice Stefania Russo per avermi regalato questo libro meraviglioso!


non è mai troppo tardi stefania russo

Stefania Russo – Non è mai troppo tardi

Editore: Sperling & Kupfer
Genere: narrativa moderna – contemporanea
Prima edizione: 2020
Pagine: 240 pp.,
Formato: rilegato
Prezzo: 15,90 euro

Acquista questo libro su:

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

libri estremo oriente

Estremo Oriente: libri per conoscere l’Estremo Oriente

24 consigli di libri sull’Estremo Oriente per conoscere attraverso la lettura la Cina, la Corea e il Giappone

L‘Estremo Oriente è per me casa! Ho dedicato una buona parte della mia vita allo studio del Giappone e della sua cultura. E ovviamente non si può parlare di Giappone senza dedicarsi anche alla Cina e alla Corea! Questa volta mi trovo in difficoltà nello scegliere dei libri sull’Estremo Oriente da consigliarvi perché la letteratura è vasta e solo per il Giappone potrei suggerire un centinaio di libri. Quindi ho fatto una scelta: in questo articolo troverete dei romanzi che a mio parere sono i più adatti per avere un assaggio della letteratura estremo orientale (specialmente per l’area Giappone).

#ilgirodelmondoin12letture

L’Estremo Oriente è la nostra sesta tappa per #ilgirodelmondoin12letture . Pronti a partire con noi?

Seguici su Instagram per conoscere il nostro viaggio e quello degli altri viaggiatori

Libri sull’Estremo Oriente

Cina

La Cina è un Paese ENORME ricco di storia, etnie diverse e una cultura millenaria. Ma la Cina, dal secolo scorso, sta vivendo enormi cambiamenti. Un capitolo doloroso della storia cinese è stato il periodo della Rivoluzione Culturale di Mao Zedong. Un altro filone che troviamo spesso nella letteratura cinese contemporanea è dato dagli autori sino-americani i quali parlano di come la loro famiglia sia riuscita ad arrivare in America o delle enormi differenze culturali tra le due realtà. Bene, iniziamo questo viaggi nei libri sull’Estremo Oriente con la Cina!

I romanzi di Lisa See

C’è un’autrice che adoro profondamente per i suoi libri ambientati in Estremo Oriente: Lisa See. Questa scrittrice sino-americana riesce a trasportarmi nelle lontane atmosfere cinesi e a proporre sempre trame molto interessanti e coinvolgenti. Tra i suoi libri, in particolare, consiglio:

Fiore di neve e il ventaglio segreto

Nella Cina del XIX secolo, quando mogli e figlie avevano i piedi bendati e vivevano in uno stato di isolamento quasi totale, le donne di una remota contea dell’Hunan ricorrevano a un codice segreto per comunicare tra loro e si scambiavano lettere tracciate a pennello sui ventagli o messaggi ricamati sui fazzoletti, e inventavano racconti, sfuggendo così alla propria reclusione per condividere speranze, sogni e conquiste. E uno di quei ventagli porta ancora il segreto del tragico equivoco che ha amaramente segnato un legame lungo una vita, quello tra Giglio Bianco e Fiore di Neve, la sua laotong, l’amica del cuore. Ora, ottuagenaria e tormentata dai rimorsi, Giglio Bianco ripensa al proprio passato e a Fiore di Neve, scomparsa ormai da molti anni. Prima di morire desidera onorare l’amica raccontandone la storia, rivelando la verità…

La ragazza di giada

Cina, XVII secolo. Peonia ha quasi sedici anni e come tutte le ragazze della sua età è già stata promessa in sposa dalla famiglia a un uomo di cui lei ignora tutto, persine il nome. Per il suo sedicesimo compleanno il padre uomo illuminato, per il suo tempo, che desidera per la figlia una formazione culturale completa, al di là delle condizioni di segregazione in cui essa vive – le regala una rappresentazione teatrale di un classico della letteratura cinese di epoca Ming: Il padiglione delle peonie, nella cui trama sembra rispecchiarsi il destino della ragazza.

L’opera infatti racconta di una fanciulla che si lascia morire per amore pur di non accettare un matrimonio combinato. Proprio la sera della rappresentazione, Peonia incrocia lo sguardo di un giovane di cui si innamora a prima vista, riuscendo poi a incontrarlo fortunosamente altre tre volte. Ma il suo destino è segnato: dovrà sposare l’uomo che la famiglia ha scelto per lei. E anche Peonia, come la sua eroina, sceglie di lasciarsi morire per amore… 

La valle delle meraviglie – Amy Tan

E’ una storia di donne unite dal sangue e dalla storia quella raccontata da Amy Tan in La valle delle meraviglie. Violet è la figlia di Lulu, un’americana single che decide di aprire una casa del piacere destinata a clienti di lusso nella Shangay dei primi del Novecento. E’ qui che incontra Lu Shing, un famoso pittore erede di una ricca famiglia cinese. Inizia così un’avventura tra la Cina e San Francisco nelle case di piacere più famose dell’epoca e alla ricerca di un misterioso dipinto che potrebbe svelare alla protagonista qualcosa di più della sua famiglia. Dopo Il circolo della fortuna e della felicità, Amy Tan racconta ancora una volta il cuore delle donne, al di là delle differenze, al di là dei vincoli culturali e morali e lo fa con un affresco storico e sensuale che resta sulle pagine come memoria indimenticabile.

Sino a quattordici anni Violet vive come una qualunque ragazzina, sentendosi poco amata dalla madre e con le paure e i vizi di ogni coetanea. Tutto cambia però il giorno che un amante di Lulu la rapisce per farla diventare cortigiana in un’altra casa del piacere. E’ allora che la ragazzina si rende conto del fardello familiare che porta e che dovrà, suo malgrado, ereditare. Tra delusioni, amori e infinite amarezze, Violet riuscirà a sopravvivere grazie all’amicizia con un’altra donna, la dolce Zucca Magica. Poi la memoria, i ricordi, il passato e suo padre e sua madre torneranno a bussare alla sua porta tramite un dipinto, sconosciuto ma bellissimo che trasformerà la vita della ragazza.

Balzac e la piccola sarta cinese – Sijie Dai

La storia di questo libro racconta di come la lettura, grazie alla segreta malia di una misteriosa, preziosissima valigia di libri occidentali proibiti, riesca a sottrarre due ragazzi, colpevoli soltanto di essere figli di “sporchi borghesi”, a svariate torture e permetta anche a uno di loro di conquistare la “Piccola Sarta cinese”. Così, pur vivendo in mezzo agli orrori della rieducazione, i due ragazzi e la Piccola Sarta scopriranno, in virtù di qualche goccia magica di Balzac, che esiste un mondo fatto di pura, avventurosa bellezza. Attraversando, nel frattempo, rocambolesche avventure.

Cigni selvatici. Tre figlie della Cina – Jung Chang

Questo è di sicuro uno tra i libri sull’Estremo Oriente ambientato in Cina più famosi ed apprezzati specialmente per comprendere meglio la condizione femminile.

La storia vera di “tre figlie della Cina” (l’autrice, sua madre, sua nonna) le cui vite e le cui sorti rispecchiano un secolo di storia cinese, un tempo di rivoluzioni, di tragedie e di speranze: dall’epoca dei “signori della guerra” all’occupazione giapponese e poi russa, dalla guerra civile tra i comunisti e il Kuomintang alla lunga Marcia di Mao e alla Rivoluzione Culturale. Allevata come una “Guardia rossa”, Jung Chang raccoglierà infine l’eredità di dolore e di speranza di sua nonna e di sua madre, opponendosi al regime, che le deporterà i genitori in un campo di rieducazione e la esilierà ai piedi dell’Himalaya, fino all’insperata occasione di espatrio, nel 1978, verso l’Inghilterra.

I libri di Mo Yan

Tra i consigli di libri sull’Estremo Oriente non poteva mancare il vincitore del Nobel per la letteratura 2012 Mo Yan.

Sorgo Rosso

Un affresco fiammeggiante di storia cinese, dagli anni Trenta agli anni Settanta, raccontati da un giovane della provincia che ripercorre i drammi, gli amori, i lutti della propria famiglia. Un romanzo che per la sua forza mitica e immaginativa è stato avvicinato a “Cent’anni di solitudine”.

I quarantuno colpi

Per espiare i suoi peccati e pervenire, attraverso l’adesione al buddhismo, alla suprema saggezza, il giovane Luo Xiaotong racconta, costantemente distratto dall’arrivo di una fantasmagoria di persone e dalla rutilante Sagra della carne che si sta organizzando all’esterno del tempio, la propria vita al Grande monaco Lan. È in primo luogo la storia della rovina della sua famiglia, con il padre che, dopo essere scappato con un’altra donna, torna a casa pentito ma finisce per uccidere la moglie quando scopre che è diventata l’amante di Lao Lan, il capo villaggio.

Ma è al contempo, e soprattutto, la testimonianza del degrado morale che ha comportato il passaggio, in Cina, dall’economia socialista a quella di mercato. Il mito della prosperità ha trasformato la macellazione, un’attività tutto sommato artigianale e tradizionale alla base dell’economia del posto, in una carneficina industriale che non si ferma nemmeno davanti a metodi illegali e atrocemente crudeli. E Luo Xiaotong, benché ancora bambino, è parte attiva in questo processo, perché l’idea di rendere accessibile a tutti la carne, di cui è patologicamente ingordo, gli stimola uno spirito imprenditoriale che fa di lui l’eroe della zona, osannato come un santo, elevato a divinità.

Ma quando la madre muore, il padre finisce in prigione e la fabbrica è messa sotto processo per frode, è costretto a vagare per le campagne chiedendo l’elemosina. Nel momento in cui però trova i proiettili di un vecchio mortaio nasce in lui il desiderio di vendetta nei confronti di Lao Lan, l’artefice dell’arricchimento degli abitanti (oltre che della sua rovina). Partendo da suoi temi fondanti – la fame, il sesso, la mutazione della società contadina e lo stravolgimento dello stato di cultura e natura che ha comportato -Mo Yan inscena, con ironia e senso del grottesco, l’esito della modernizzazione cinese, carnevalesco contrappasso di un pauperismo estremizzato dalle dissennate politiche maoiste.

Tai Pan – James Clavell

Intorno alla metà del XIX secolo, Hong Kong è solo un porto naturale abitato da poveri pescatori. Ma Dirk Struan, capo di una delle maggiori compagnie mercantili operanti in Estremo Oriente, intuisce che quel pezzetto di terra battuta dai tifoni potrà diventare la base per l’espansione commerciale inglese in Asia. E’ un uomo coraggioso, tagliato per il comando, rispettato dai cinesi che lo chiamano Tai-Pan, signore assoluto. Per realizzare il suo sogno, però, dovrà affrontare nemici senza scrupoli in una lotta implacabile. Una storia di passioni e violenze, ma anche l’epopea di un’epoca che vide l’inizio del declino del Celeste Impero e la nascita della colonia più ricca d’Oriente.

Il sogno della camera rossa – Tsao Chan

Tra i libri sull’Estremo Oriente non potevo non menzionare questo romanzo. “Il sogno della camera rossa” è per chi ha voglia di cimentarsi con uno dei romanzi classici della letteratura cinese. Non sarà una lettura facile, ma sicuramente vi trasporterà nelle atmosfere di una Cina ormai lontana.

Un libro che nella Cina del 1765 riuscì a raccontare l’amore tra gli adolescenti; un libro che mise in scena idee che fondono pietre per riparare la volta celeste, fiori che promettono di restituire in forma di lacrime l’acqua con la quale sono stati coltivati, bambini che nascono con in bocca una giada. Questo libro, considerato uno dei massimi capolavori della narrativa cinese della dinastia Ching, è “Il sogno della camera rossa”. Con i suoi circa 450 personaggi che ruotano intorno al destino di Pao-yu, di sua cugina Tai-yu e di Po-ch’ai, in un mulinare continuo di sortilegi che attingono alla tradizione taoista, al sogno e all’allegoria metafisica, questo libro enciclopedico e commovente è un esempio di narrazione unica nel suo genere.

Corea

Passiamo ora ai consigli di libri sull’Estremo Oriente riguardanti la Corea. La penisola coreana è forse meno conosciuta rispetto alla Cina e al Giappone. Ma la sua letteratura contemporanea è davvero interessante. Troviamo sia romanzi di richiamo agli orrori delle guerre, sia romanzi che affrontano le difficoltà della società d’oggi. Non mancano anche i romanzi a carattere storico (i Coreani sono molto fieri ed orgogliosi del loro passato)

La moglie coreana – Min Jin Lee

Nella Corea degli anni ‘30 una giovane donna abbandonata dall’amante, da cui aspetta un figlio, sposa per convenienza un uomo che la porterà verso una vita nuova in Giappone. Così comincia questa luminosa, straordinaria storia, una potente meditazione su ciò che gli immigrati sacrificano pur di avere un posto nel mondo.

La danzatrice di Seul – Kyung – Sook Shin

Seul, 1890. È solo una bambina orfana, Yi Jin, quando arriva come serva alla corte Joseon, ma c’è qualcosa in lei che smuove il cuore della regina. È per questo, per la sua fragilità di uccellino e la delicatezza del suo viso, che diventa oggetto di un amore quasi materno, e le viene concesso il privilegio di imparare una delle arti più amate a corte, la danza. Negli anni, Yi Jin diventa la danzatrice più apprezzata e famosa di tutta la Corea: con ogni movimento del corpo sembra in grado di compiere una magia. Quando un diplomatico francese visita la corte – sono gli ultimi, fulgidi anni della dinastia Joseon, che di lì a poco l’invasione giapponese avrebbe spazzato via – osserva rapito la magnificenza di questa cultura al culmine del suo splendore.

E, vedendo Yi Jin che interpreta la Danza dell’oriolo a Primavera, resta inevitabilmente stregato: pur sapendo che le danzatrici appartengono alla corte, chiederà al re di portarla con sé in Francia e sposarla. Il permesso è accordato, e per Yi Jin comincia un viaggio incredibile: quello della prima donna coreana che abbia mai messo piede sul suolo europeo. Yi Jin conoscerà Parigi nel pieno della Belle Epoque, ma si scontrerà anche con una cultura completamente diversa, che non riuscirà mai a vedere in lei altro che un’esotica meraviglia…

La vegetariana – Han Kang

Per i miei consigli di libri sull’Estremo Oriente, con un piccolo ghigno malefico, ho inserito anche questo romanzo.. l’aggettivo giusto per descriverlo è “inquietante”!

«È tutt’altro che un’opera ascetica: è un romanzo pieno di sesso ai limiti del consenziente, di atti di alimentazione forzata e purificazione – in altri termini di violenza sessuale e disordini alimentari, mai chiamati per nome nell’universo di Han Kang … Il racconto di Han Kang non è un monito per l’onnivoro, e quello di Yeong-hye verso il vegetarianesimo non è un viaggio felice. Astenersi dal mangiare esseri viventi non conduce all’illuminazione. Via via che Yeong-hye si spegne, l’autrice, come una vera divinità, ci lascia a interrogarci su cosa sia meglio, che la protagonista viva o muoia. E da questa domanda ne nasce un’altra, la domanda ultima che non vogliamo davvero affrontare: “Perché, è così terribile morire?”». (The New York Times)

Bianca come la luna – Sok-Yong Hwang

La principessa Bari è una sciamana e appartiene al mito. Nella leggenda coreana è la settima figlia femmina che viene ripudiata dal re suo padre e gettata in un fiume: il nome Bari significa, appunto, “abbandonata”. Ma, una volta adulta, sarà proprio la ragazza a salvare la famiglia i cui membri si sono ammalati di un morbo misterioso e, dopo un lungo viaggio, a trovare l’acqua della vita e a guarire i suoi famigliari. Ma Bari è anche una giovane donna che fra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, dalla Corea del Nord devastata dalla carestia dove i cadaveri scivolano nelle acque del fiume Tuman e le strade sono piene di disperati alla ricerca di cibo, fugge prima in Cina e poi a Londra.

Anche lei come l’omonima principessa nasce in una famiglia di sole femmine, anche lei viene abbandonata dalla madre e salvata dalla nonna che la protegge e le dà il nome della leggendaria principessa. Con la nonna instaura il legame affettivo più importante e da lei eredita i poteri sciamanici, che l’aiuteranno ad affrontare il mondo. Bari possiede infatti un dono: è in grado di avere visioni del passato delle persone e di entrare in contatto con le anime dei morti. Quando è ormai adolescente, dopo la dispersione della sua famiglia e la morte di molti dei suoi membri, è costretta a partire su una nave di clandestini alla volta dell’Europa.

Come l’acqua sul fiore di loto – Sok-yong Hwang

Come acqua sul fiore di loto è un romanzo delicato e struggente del romanziere sudcoreano Hwang Sok-yong. La storia è piena di vittime senza nome, di persone costrette a lasciare la propria casa a causa della guerra, della fame, della religione e delle difficoltà economiche. Lo scrittore coreano Hwang Sok-yong, con il suo nuovo romanzo, ci racconta la storia di una di queste persone. Lei si chiama Shim Chong, ed è una donna in fuga dal passato. Attraversa i continenti alla ricerca di una felicità che non ha mai conosciuto. Da piccola Shim Chong è stata venduta dal padre a un uomo ricco che la prende in sposa.

Cambia nome in Lenhwa, che significa fiore di loto, e inizia una nuova vita. Conosce il sesso e vive la sua giovinezza accanto ad un uomo anziano. Quando il marito muore, lei inizia a viaggiare. Vive numerose esperienze, lavora come geisha e come donna di compagnia nelle sale da the. E’ un cammino di continua scoperta, quello di Shim Chong. Impara i segreti del the, le fasi della coltivazione. Vive e si innamora. Nel percorso conosce numerose persone, viene aiutata da altre donne che si prendono cura di lei. Impara che la sessualità può assumere forme differenti ed essere usata con coscienza e dignità. Hwang Sok-yong in Come acqua sul fiore di loto, racconta una storia delicata, in cui una protagonista di altri tempi si muove con grazia e bellezza in un difficile mondo moderno.

Le origini del male – You-jeong Jeong

Huy-min ha ventisei anni e vive con sua madre e col fratello adottivo Hae-jin all’ultimo piano di un residence nella moderna periferia di Seul. Da quando suo padre e il suo fratello maggiore sono morti in un incidente d’auto, Huy-min è costretto a tenere a bada i suoi attacchi di epilessia prendendo alcuni psicofarmaci. Ma la terapia ha le sue controindicazioni: emicranie, acufene, attacchi d’ira e vuoti di memoria.
Ecco perché, quando una mattina Hyu-min si sveglia nel suo letto completamente ricoperto di sangue, cade preda del terrore.

Della serata precedente ricorda solo di essere uscito a correre, sgattaiolando fuori dalla sua stanza senza farsi vedere da sua madre. Ma che diavolo è successo dopo? Mentre il suo cervello è a mille, Huy-min scende le scale e s’imbatte in uno spettacolo ancora più raccapricciante: il corpo inerme di sua madre è riverso al centro del salone, con la gola tagliata.
“Le origini del male” di You-jeong Jeong è una discesa negli inferi della mente, un’esplorazione in profondità alle radici dei nostri istinti più terribili.

Prenditi cura di lei – Kyung-Sook Shin

Un pomeriggio qualsiasi in una stazione della metropolitana di un paese orientale una coppia di anziani si precipita verso il treno appena arrivato. L’uomo, la borsa della donna in mano, riesce a malapena a salire in carrozza. Non appena si volta, però, scopre con sgomento che i suoi occhi non vedono più la camicetta celeste, la giacca bianca e la gonna beige a pieghe della moglie. Della donna non vi è più traccia. Sparita, letteralmente inghiottita dalla folla. Così Park So-nyo, 69 anni, minuta, capelli argentati con permanente, scompare, senza denaro e senza documenti, nella sterminata marea umana della metropolitana di Seul. È arrivata nella grande città dal suo piccolo paese di campagna per il solito pellegrinaggio alle case dei figli. Ora, però, la sua scomparsa è per i figli non soltanto fonte di angoscia e di grave preoccupazione, ma anche di rimorsi e di sensi di colpa.

Giappone

Ora viene la nota dolente.. I libri sull’Estremo Oriente ambientati in Giappone!!!! Potrei consigliarvi davvero di tutto e di più. Ma ho ragionato molto su quali libri meglio di altri possono dare una prima immagine del Giappone a chi non lo conosce. Per questo non troverete nomi noti come Murakami e la Yoshimoto, ma romanzi con più atmosfere tradizionali.

Guanciale d’erba – Natsume Soseki

Natsume Soseki è considerato da tutti come il primo vero romanziere del Giappone moderno. Nei suoi romanzi viene raccontato un Giappone in cambiamenti, ma allo stesso tempo voglioso di restare fedele alle sue tradizioni più antiche.

Un giovane artista, pittore e poeta, si avventura per un ameno sentiero di montagna di un piccolo villaggio giapponese. Lungo il cammino, in un’atmosfera incantata, incontra viandanti solitari, contadini, paesani, nobili a cavallo e ogni specie d’umanità, finché, sorpreso della pioggia, si rifugia in una piccola casa da tè tra i monti. Qui, dalla dolce voce della vecchia tenutaria, apprende la storia della fanciulla di Nakoi, che ebbe la sfortuna di essere desiderata da due uomini e di andare in sposa a quello che lei non amava. Il giorno in cui partì, il suo cavallo si arrestò sotto il ciliegio davanti alla casa del tè e dei fiori caddero come macchie sul suo candido vestito.

Il paese delle nevi – Kawabata Yasunari

Il paese del titolo è il paradiso terrestre sulla costa occidentale della maggior isola del Giappone, dove sorgono terme squisite, e delicati luoghi di villeggiatura. È questa la scena su cui si dipana la storia di Shimamura, ricco e raffinato esteta, e Komako, geisha delle terme. Komako fa parte di una categoria di geishe assai diversa da quella di città: le cortigiane del paese delle nevi non potranno mai diventare famose musiciste o danzatrici. Il loro destino è quello di maturare tra gli incanti e la corruzione di quel luogo appartato, dedito alla ricerca del riposo perfetto. Quello dei protagonisti è quindi un incontro d’amore elusivo e precario.

Rashomon e altri racconti – Akutagawa Ryunosuke

Pochi autori hanno saputo rappresentare, come Akutagawa, lo spirito e la mentalità del popolo giapponese. Capace di fondere, nei suoi primi racconti, temi tradizionali e inquietudini moderniste, in seguito Akutagawa si è rivolto alla propria vita per trarne il materiale per testi struggenti e drammatici. Da Rashomon e Nel bosco – da cui Kurosawa avrebbe ricavato uno dei suoi film più celebri – fino a Vita di uno stolto e Il registro dei morti, i racconti di Akutagawa dipingono, con uno stile terso e dolente, un universo in cui l’uomo è costantemente minacciato dalla povertà, dalla follia, dall’avidità, dalla morte, ma in cui, improvvise, possono balenare la bellezza e la speranza. Il risultato è un’opera complessa e sfumata la cui superficie smaltata e rilucente cela una sostanza amara, satirica, incredibilmente moderna.

La virtù femminile – Harumi Setouchi

Dopo essere stata acquistata dalla più famosa okiya (casa di geishe) di Kyoto, Tami diventa una delle più ricercate geishe giapponesi, ammirata e amata da nobili, industriali, uomini politici. Tami ama i kimono dalle falde larghe che si agitano “come una marea che si ritiri da una spiaggia”, ama truccarsi come “una marionetta del Bunraku” e ubbidire ai riti più sottili della sua arte, ma non esita a fuggire con il suo amante a Hollywood, a vestirsi all’occidentale, a gettarsi tra le braccia di una giovane ereditiera americana, a invaghirsi di un giovane studente a Parigi e, infine, a ritirarsi in un piccolo tempio tra i boschi di bambù di Saga e, col nome di Loto della Saggezza, condurre una rigorosa vita monacale e lasciare ancora nutrirsi alla fiamma del desiderio soltanto i suoi bellissimi occhi.

Shogun – James Clavell

Personalmente reputo “Shogun” il miglior romanzo storico ambientato in Giappone. Basato su fatti storici reali, Clavell è riuscito a ricreare a pieno le atmosfere feudali giapponesi e allo stesso tempo una storia così avvincente.

Partito alla volta dell’Oriente per il monopolio olandese del commercio con Cina e Giappone, John Blackthorne, comandante dell’Erasmus, si ritrova costretto da una tremenda tempesta al naufragio in un villaggio di pescatori nel Giappone feudale del XV secolo. In un mondo sconosciuto e lontano, Blackthorne deve trovare il modo di sopravvivere. Grazie al suo coraggio, che lo condurrà sulla via dei samurai, con il soprannome di Anjin (il navigatore) diventerà il fido aiutante dello Shogun e nella sua ascesa al potere conoscerà l’amore impossibile per la bella e ambigua Mariko.

Neve sottile – Junichiro Tanizaki

Nel 1942 il governo giapponese imponeva la censura su “Neve sottile,” il romanzo che Junichiro Tanizaki stava pubblicando a puntate su una rivista: nelle sue pagine la guerra, minacciosa e inarrestabile marea, suscitava nei personaggi sgomento e preoccupazione, non il fervore dell’allineamento. Tanizaki era ben lontano dall’urgenza degli eventi: nella storia di quattro sorelle di Osaka, degli equilibri e squilibri affettivi che giocano in seno alle famiglie, straordinaria è l’intensità dell’esperienza psicologica; mai il racconto si aggiusta nei limiti angusti di una cronaca. Ma c’è di più. Il confronto fra il modello occidentale e le antiche tradizioni nipponiche si fa materia e motivazione delle scelte, emblema dei destini personali. “Neve sottile” è il grande romanzo della maturità di Tanizaki: nelle sue pagine l’erotismo delle prime e delle ultime opere si arricchisce fino a una profonda ricognizione dell’esistenza umana.

Le quattro casalinghe di Tokyo – Natsuo Kirino

La pazienza di Yaoyoi, della dolce e graziosa Yaoyoi, si è rotta oggi improvvisamente come un filo. Nell’ingresso di casa, davanti alla faccia insopportabilmente insolente di Kenji, il marito che ha dilapidato tutti i suoi risparmi, Yaoyoi si è tolta la cinghia dei pantaloni e l’ha stretta intorno al collo del disgraziato. Kenji ha tentato di afferrare la cintura, ma non ne ha avuto il tempo. La cinghia gli è penetrata subito nella carne. È stato buffo vedere come il collo di Kenji si sia piegato all’indietro e le mani abbiano cominciato ad annaspare disperatamente nell’aria. Sì, buffo, veramente buffo, poiché un uomo così, un infelice che beve e gioca, non si cura dei figli, è attratto da donne impossibili e picchia la moglie, non meritava certo di vivere!

Le gambe abbandonate storte sul pavimento di cemento dell’ingresso, accasciato sulla soglia, la testa tutta girata, Kenji, a un certo punto, non si è mosso più. Yaoyoi gli ha messo allora una mano sul collo per sentire le pulsazioni. Niente. Sul davanti dei pantaloni ha visto una macchia bagnata. E ha riso, stupefatta della forza furiosa, della crudeltà di cui era stata capace. Ha riso anche quando Masako e Yoshie, le fedeli amiche, l’hanno aiutata trasportando il cadavere a casa di Masako, tagliandolo a pezzetti e gettando poi i resti in vari bidoni d’immondizia.

Il canto dell’usignolo. La saga degli Otori 1 – Lian Hearn

In un Giappone medievale mitologico, il giovane Takeo cresce in seno a una comunità pacifica che condanna la violenza ma che sarà massacrata dagli uomini di Iida, il signore del clan dei Tohan. Takeo è salvato dal nobile Shigeru, del clan degli Otori, si troverà al centro delle lotte sanguinarie tra i signori della guerra e dovrà arrendersi al proprio destino. Ma chi è davvero Takeo? Contadino, nobile o assassino? Da dove arrivano i suoi prodigiosi poteri? In un mondo fuori dal tempo, dominato da codici d’onore e da rigidi rituali di una tradizione millenaria, Takeo incontrerà per la prima volta l’amore: dovrà forse scegliere tra quest’amore, la sua devozione al nobile Shigeru e il suo desiderio di vendetta? La sua ricerca lo condurrà fino alla fortezza di Inuyama, a camminare sul “pavimento dell’usignolo”. Ma quella notte l’usignolo canterà?

Giappone Kamakura

Un approfondimento sui libri sull’Estremo Oriente per conoscere meglio la cultura Giapponese


Questa è stata la mia personale selezione di libri sull’Estremo Oriente! Spero che questi consigli di letture vi faranno conoscere meglio questi Paesi lontani, ma affascinanti. Se avete altri libri da suggerire, fatemelo sapere nei commenti!

© Riproduzione riservata TheBookmark.it

Leopardi di Pietro Citati

“Leopardi” di Pietro Citati

Recensione del libro “Leopardi” di Pietro Citati. L’universo interiore di uno scrittore e la sua cura per la parola, il dubbio, la poesia.

È possibile descrivere i meccanismi interiori di una mente complessa e magnifica come quella di uno dei più grandi intellettuali della nostra storia? Capirli nelle loro contorsioni interiori ed illuminarli attraverso la scrittura? Pietro Citati cerca di farlo in “Leopardi”, saggio densissimo che tenta di ricostruirne la vita e il pensiero attraverso la descrizione del suo universo interiore e la sua cura per la parola, il dubbio, la poesia che lo hanno accompagnato nella sua breve esistenza.

La critica letteraria al servizio del racconto, ma anche il contrario. In questo libro, è come se la biografia di Leopardi fosse stata trasformata in opera letteraria grazie ad una narrazione in grado di coniugare la competenza dello studioso, alimentata da un’analisi pregnante della documentazione a sua disposizione, all’estro dello scrittore, il quale non risparmia al lettore una prosa raffinata, degna dell’argomento trattato.

Sembra quasi che sia la poesia stessa a parlare di Leopardi. Soffermandosi sulla famiglia, sul rapporto con i genitori e i fratelli, sul legame mai fin troppo convinto con un mondo intellettuale incapace di cogliere la portata del suo pensiero che ancora oggi è attualissimo nel suo lucido scetticismo disincantato.

Citati riesce nella difficile impresa di farci avvertire accanto a noi questo piccolo uomo ammalato, circondato da affetti precari e legami intensissimi, basti pensare al rapporto con Pietro Giordani e Antonio Ranieri, senza i quali non avrebbe potuto entrare in contatto con le asperità della vita che tanto lo affaticavano ma anche divertivano nella loro crudeltà (il periodo napoletano su tutti).

Leopardi conosceva troppo del significato dell’esistenza e al contempo non ne sapeva abbastanza. Era capace di porsi in ascolto dei più lievi bagliori della natura pur ammettendo la brutalità con cui essa continuava ad affermare le sue leggi al di là degli uomini, insignificanti davanti alla sua forza dirompente.

Conclusioni

Ho pianto, sorriso, partecipato con tutto me stesso durante la lettura di questo libro. Citati è riuscito a trasportarmi in un tempo lontano e a farmi amare ancora di più l’universo infinito custodito nelle opere di questo poeta che alla fine, nella sua gracilità, è riuscito a spostare i confini del pensare con la sola forza della scrittura.

  • Editore: Mondadori
  • Collana: Oscar bestsellers
  • Anno edizione: 2016
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 30 maggio 2016
  • Pagine: 448 pp.
  • Prezzo: 12,50 euro

Parola-Segnalibro: #dubitare.

Un ascolto/un’opera d’arte: Ludovico Einaudi – Campfire Var. 1 (Day 7) (2019); Caspar David Friedrich – Luna nascente sul mare (1822).

ACQUISTA QUESTO LIBRO SU:

© Riproduzione riservata The Bookmark.it